Femminismi da leggere

di Jamila Mascat

 

 

Quasi dieci anni, fa con Sabrina Marchetti, Vincenza Perilli e qualche dozzina di donne-compagne-studiose, ci siamo imbarcate nell’impresa di complilare un dizionario critico del lessico femminista intitolato, per l’appunto, Femministe a parole.  Si trattava, in realtà, di un dizionario critico che chiamava a raccolta una lunga serie di parole femministe “aggrovigliate” e controverse, da qui il sottotitolo: grovigli da districare. Un volume sfacciatamente fucsia con un titolo poco serio, che regolarmente prestava il fianco a due tipi di critiche, diametralmente opposte e entrambe legittime, che possono essere riassunte con “manca x, y, z” e “c’è di tutto di più”. Da un lato si notavano le assenze ingiustificate e, dall’altro, si rimproverava al libro un eccesso di ecumenismo e la deriva verso un  femminismo-per-tutti-i-gusti. Per alcuni versi, mi pareva allora (e mi pare tuttora) che un’impresa del genere – per come era stata pensata fin dall’inizio, a partire dalla forma prescelta a vocazione enciclopedica, il dizionario – sarebbe stata sempre suscettibile di essere considerata troppo inclusiva e troppo escludente, sebbene, per altri versi invece, il libro sia stato letto e apprezzato precisamente per la sua utilità parziale. Ovvero, precisamente perché, tra il poco e il troppo, c’era qualcosa e quel qualcosa rifletteva lo stato dall’arte delle preoccupazioni, delle passioni e delle urgenze del momento che attraversavano il dibattito femminista in Italia, rivisitandole a partire dal punto di vista, solo relativamente disomogeneo, di 44 femministe pensanti. A distanza di qualche anno, quell’operazione mi pare ancora più chiara nei suoi connotati, proprio a partire dalla lista delle parole prescelte: tante, non tutte, troppe, che tentavano una pluralizzazione dello spettro del dibattito con lo scopo di legittimare temi e problemi che ci pareva avessero, dieci anni fa molto più di oggi, difficoltà a trovare “asilo” nelle fila del movimento femminista in Italia.

Pur non essendo un dizionario, Introduzione ai femminismi (DeriveApprodi, 2019, 108 pp., a cura di Anna Curcio), si presta ad essere letto in modo simile. Non alla ricerca di “che cosa manca” né lamentando il “di tutto po’”, ma all’opposto con lo scopo di cogliere e meditare quel qualcosa che è detto in ciascuno dei saggi che compongono il volume, così come nella raccolta nel suo insieme – insieme che sempre eccede la somma delle parti.

Cinque sono le “tappe della critica femminista del Novecento” ricostruite in questa Introduzione ai femminismi, seguite in appendice da un sesto saggio di Lorenza Perini – “Appunti per una cronologia dei diritti” – che sviluppa una storia ragionata dei diritti delle donne in Italia. Ripercorrendo sinteticamente le battaglie del secolo scorso – dal diritto di voto alle donne (1945) alla legge contro la violenza sessuale (1996) che riconosce finalmente il reato contro la persona, passando per la legge Anselmi sulla parità di trattamento sul lavoro (1977), e le leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978) –questa breve genealogia legislativa ricorda anche che sulle conquiste del passato incombe sempre una minaccia di revoca – da cui la necessità di non smettere di lottare per difenderle, in nome di quella “parità dei diritti nella differenza dei corpi” che si profila come l’orizzonte contemporaneo delle rivendicazioni giuridiche in campo femminista (p.91).

Procedendo a ritroso, al sesto capitolo segue il quinto, intitolato “Femminismo (e) queer. Per una critica dell’eterosessualità”. La e tra parentesi non è un vezzo, come spiega l’autore Federico Zappino, ma un indice delle asimmetrie della relazione in campo: “che il queer emerga in seno al femminismo non significa infatti che tutto il femminismo concordi con le teorizzazioni queer, né che ogni posizione che si definisce queer possa anche legittimamente definirsi femminista” (p.73).

Lungo la trama della critica dell’eterosessualità presentata da Zappino, che ne rintraccia giustamente le origini nei testi di Ti-Grace Atkinson, G. Hocquenghem, C. Lonzi, M. Mieli, A. Rich nel corso degli anni Settanta, ovvero ben prima dell’emergenza della teoria queer in campo accademico vent’anni dopo con T. de Lauretis, J. Butler et E. K. Sedgwick, un ruolo di primo piano spetta a Monique Wittig e al suo lesbismo-materialista. Per Zappino, infatti, è proprio l’opera di Wittig – The Straight Mind (1978), One is Not Born a Woman (1981) – quella che meglio permette di elaborare una critica dell’istituzione eterosessuale attraverso il prisma dei rapporti patriarcali, prisma che ci consente di individuare ancora una relazione asimmetrica: quella tra l’uomo eterosessuale e la donna eterosessuale. E di asimmetria in asimmetria, seguendo Wittig, si arriva anche alla relazione, di nuovo tutta asimmetrica, che sussiste tra le donne eterosessuali e “le lesbiche che non sono donne”. Perciò, a cominciare da questa reiterabile catena di asimmetrie, si tratta di ripartire, secondo Zappino, da Wittig – dalla sua definizione dell’eterosessualità come “sistema sociale che si fonda sull’oppressione delle donne” – [e di tutte le minoranze di genere e sessuali] – da parte degli uomini” – verso e oltre Wittig, ovvero verso il rifiuto dell’eterosessualità per mezzo di un separatismo queer radicale.

Il quarto e il terzo capitolo, rispettivamente il “Femminismo materialista” di Sara Garbagnoli e “Il pensiero della differenza sessuale” di Federica Giardini, raccontano due immaginari distinti e rivaleggianti germogliati all’interno di una storia coeva. Da una parte l’“ethos femminista radicale nelle sue pretese e prospettive e esigentissimo quanto al suo coinvolgimento in prima persona”, restituito nel contributo di Giardini: ethos che s’esprime nella postura relazionale della differenza, sovvertimento del simbolico e “taglio sistemico” contro l’uguaglianza, che serve a smarcarsi del tutto dalle costrizioni dell’inclusione (pp. 44-47). Dall’altra la rivoluzione epistemologica delle femministe materialiste francesi (C. Delphy, M. Wittig, N.-C. Mathieu, C. Guillaumin, insieme all italiana P. Tabet), che gravitano intorno alla rivista Questions Féministes, contro la naturalizzazione dell’ordine sessuale e delle differenze tradizionalmente ritenute “somatiche”, rivoluzione da cui, scrive Guillaumin, “nasce il sapere che nulla avviene che non sia storia” (p. 63).

Procedere parallelamente a cavallo tra le due storie per opposizione sarebbe un’esercizio di inutile equilibrismo intellettuale destinato a risolvere le antitesi in un’altalena dei concetti tra linguaggi dissonanti – schierando il simbolico contro il sociale, la sessuazione contro il sexage e poi ancora l’etica della relazione contro l’epistemologia antinaturalista.

Se abbandoniamo invece la lettura comparata dei due saggi per concentrarci sull’originalità di ciascuno ritroviamo, nel percorso tracciato da F. Giardini attraverso il campo della differenza sessuale, la valorizzazione delle pratiche tentate e inventate collettivamente nella consapevolezza che “la generazione di un’alternativa all’ordine patriarcale è impresa sperimentale, relazionale, materiale e linguistica insieme”, affare di corpi sessuati, e in quanto tali espressivi e desideranti (p. 48). Di queste stesse pratiche femministe – come il separatismo, l’autocoscienza, il partire da sé – Giardini rintraccia al presente evoluzioni e ricadute per concludere, da un lato sulla possibilità di salvaguardare la relazione come principio di costituzione della soggettività, e dall’altro sulla necessità di “rilanciare l’idea che la differenza – una differenza che articola desiderio, corpo, capacità di significazione, ordini discorsivi e organizzazione sociale – sia un operatore che agisce sempre e di nuovo per il disciplinamento o per il conflitto e la trasformazione” (pp.55-56).

Alla passione teorica antinaturalista che investe il femminismo materialista francese è dedicato il contributo di Sara Garbagnoli, in cui spiccano, e con ragione, il nome di Colette Guillaumin e le sue ricerche pionieristiche dedicate all’indagine del razzismo e dei processi di razzizzazione. Dimostrando la comune matrice ideologica che presiede alla genesi dei gruppi di sesso e di razza, Guillaumin elabora “un paradigma interpretativo che fa del razzismo e del sessismo due sistemi di oppressione articolati e non sovrapponibili” (p. 68), ma anche mutevoli e alterabili in funzioni di diversi contesti storici e geografici. Se quindi, comme suggerisce Nicole-Claude Mathieu, “l’anatomia è politica”, la differenza anatomica che cessa di interrogarsi sulle sue condizioni di produzione non può che assurgere a fonte di stigma, differenza imposta a scopo d’inferiorizzazione, strumento repressivo e non ribelle. Ciononostante, il contributo di Garbagnoli termina su una nota di segno opposto – ovvero sottolineando che “i processi di designazione non funzionano solo come operatori di verdetti sessuali e razziali” (p. 72) per concludere con Wittig e l’invito a concepire parole, categorie e definizioni come “luoghi d’azione” risignificabili.

Il secondo capitolo ricostruisce l’avventura del Femminismo Nero nordamericano. Marie Moïse ne propone un affresco complesso che affonda le sue radici nella storia tutta diasporica della tratta e delle piantagioni, quella storia in cui, come sottolinea Hortense Spillers, da un lato la deumanizzazione dei corpi in condizione di schiavitù passa per una privazione del genere e, dall’altro, il destino delle donne schiave  le costringe a subire un’assegnazione coercitiva alla funzione sessuale del lavoro riproduttivo. Nate e cresciute tra stupri e sfruttamento, le schiave Nere hanno elaborato da sempre strategie di resistenza, attraverso la fuga e il sabotaggio, o anche attraverso l’aborto e l’omicidio, talvolta vissuti e sperimentati come armi nella lotta per la sopravvivenza. Sulla scia di queste esperienze il femminismo Nero medita la fragilità della vita e l’urgenza della lotta, se è vero che come scrive Audre Lorde “che non era previsto che noi sopravvivessimo”. Moïse illustra le specificità di una tradizione femminista – da Sojourner Truth a bell hooks, da Harriet Tubman a Kimberlé Crenshaw – che ha sempre dovuto combattere duramente e su più fronti per esistere: contro le violente caricature della femminilità nera, contro il razzismo e la discrminazione, contro il patriarcato bianco e contro quello nero, contro il femminismo bianco e contro l’etnicizzazione dello sfruttamento sul lavoro. Valorizzando “le radici marxiste del discorso” che alimentano nelle lotte delle donne nere l’aspirazione a una trasformazione radicale della società capitalistica (p.32) – è il caso in particolare di Angela Davis e del Combahee River Collective – il contributo si sofferma a tematizzare le maggiori conquiste teorico-pratiche che sono maturate all’interno di questo tortuoso percorso: dal ripensamento della famiglia e delle relazioni di parentela alla critica della bianchezza; dal vantaggio epistemico dell’outsider within per comprendere gli ingranaggi della dominazione (Patricia Hill Collins) alla teoria dell’intersezionalità; per concludere, infine, sulla “centralità strategica delle coalizioni”, della solidarietà e delle politiche delle alleanze che abitano l’immaginario delle lotte condotte dalle femministe nere contro l’oppressione, e che rimandano a quell’imperativo di sopravvivenza che caratterizza il femminismo Black fin dalle origini.

Il primo capitolo, elaborato da Anna Curcio e intitolato “Il femminismo marxista della rottura”, ricostruisce quell’“incontro proficuo e critico” tra femminismo e marxismo che si sviluppa a partire degli anni Settanta, in Italia e non solo (p. 9). Protagonista di questo incontro è un nutrito gruppo di femministe, le cui riflessioni sono ritornate in auge ormai da diversi anni, tra le quali S. Federici, M. Dalla Costa, L. Fortunati, S. James, A. Del Re e ancora tante altre coinvolte nei gruppi di Lotta femminista e della campagna internazionale Wages for Housework. Quali sono allora le “rotture” prodotte all’epoca dall’emergenza di questo nuovo paradigma femminista? Curcio sottolinea in primo luogo la presa di distanza dal marxismo, anche nella sua versione operaista, una presa di distanza sui generis che spinge Marx “oltre le strette griglie del marxismo” per inscrivere nella sfera del lavoro riproduttivo un nucleo di produzione del valore (p.16). Al tempo stesso però riconosce i tanti punti di contatto che il “femminismo marxista della rottura” stabilisce con esponenti del marxismo eretico ed eterodosso, quali C.L.R. James e Frantz Fanon, o ancora l’esperienza di “Socialisme ou barbarie”.  La molteplicità delle battaglie e delle rivendicazioni che avvolgono la campagna per il salario al lavoro domestico – il rifiuto degli stereotipi di genere, la riduzione della giornata lavorativa, i diritti riproduttivi e l’assistenza del welfare – testimoniano della vitalità politica contenuta in quella leva teorica che riannodando le fila di produzione e riproduzione, riesce  a “mette[re] al centro le donne e i neri razzializzati, rimasti fuori dalla classe perché estranei al rapporto salariale” (p.15). Eppure, l’operazione condotta dal “femminismo marxista della rottura” appare oggi all’autrice più valida sul piano del metodo e della pratica teorico-politica, come “una bussola per orientarci nell’analisi della nuova funzione sociale svolta dalla riproduzione e dal salario”, che sul piano concreto delle lotte, dove l’organizzazione del lavoro riproduttivo fa i conti con tanti ostacoli, primo fra tutti, scrive Curcio, la difficoltà “a individuare il nemico, ovvero i soggetti che incarnano l’accumulazione del profitto” (pp.23-24).

Alla fine della rassegna, seppure condotta in senso inverso, Introduzione ai femminismi tiene fede al suo dovere etimologico di guidarci con semplicità all’interno di un labirinto teorico complesso da cui non è altrettanto facile uscire. Se non continuando a approfondire le letture femministe.