Il figlio sano

di Walter Nardon

Beh, almeno il traffico era sopportabile.
Hermann guidava in seconda corsia, direzione Venezia, cercando un po’ di conforto fra i capannoni industriali e una linea dell’orizzonte, per così dire, inverosimilmente evanescente. Sua moglie Carla, impegnata a spedire messaggi, due giorni prima gli aveva fatto capire che avrebbero dovuto accompagnare il figlio in macchina a Trieste: «Per una volta che non può andare con il pullman della squadra, non possiamo mica lamentarci, no?».
Una rottura di palle, ma che poteva fare? Marco dormiva sul sedile di dietro.
Alle dieci di quella mattina lo avevano dovuto portare dal dentista per prendere le impronte, operazione indispensabile se si voleva che la capsula dell’incisivo superiore raggiungesse la propria sede in tempo per il matrimonio dell’inafferrabile cugina Tessa. Lui di per sé lo avrebbe anche trascurato ma Marco, comprensibilmente, ci teneva. E il dentista gli aveva fatto un favore. Così lo avevano aspettato in macchina nel parcheggio vicino.
Addio piani per il fine settimana. Dopo dieci anni trascorsi a considerare imbecilli tutti quelli che non vedevano l’ora di arrivare al venerdì, negli ultimi tempi si era accorto di essersi pian piano conformato allo stesso scintillante desiderio: anzi, ci stava investendo troppo, nei fine settimana, voleva glorificarli. Una recente spinta interiore lo induceva a farlo. Ad esempio, il lavoro: i giunti fuori misura, le piastrelle dell’ultima partita – sottocosto, ma arrivate dopo mille rassicurazioni del produttore – addirittura convesse. E soprattutto una coppia di amici impegnati a spendere venticinquemila euro per un’auto semestrale che non era neanche granché e a tirare invece sui centesimi per qualcosa che avrebbero dovuto calpestare, o su cui avrebbero dovuto appoggiare il culo per i prossimi vent’anni. A causa di un’inversione di tendenza imprevedibile, ma ormai pressoché definitiva, l’arredo, il vanto della generazione dei suoi genitori, doveva costare una cifra ridicola. Mobili componibili, lampadari in kit di montaggio. Ora, dopo i mobili, i clienti erano passati al resto. Avrebbe potuto sostenere pubblicamente che, perso il rilievo materiale del ricordo, non sapevano più di che vantarsi (la sua laurea in Lettere di tanto in tanto si rifaceva viva).
«A chi scrivi, a Patrizia?» fece, vedendo Carla da troppo tempo in silenzio.
«Sì, a Patrizia. Oggi per fortuna va da sua madre».
Patrizia si era separata otto mesi prima.
«Ma non credi che dovrebbe finirla di occuparsi dei figli e andare a divertirsi?»
«Sì, ma lo dici solo perché sei stufo di sentir parlare della sua situazione, come di quella di altri tuoi amici, peraltro».
In effetti, negli ultimi tempi non sopportava più di dover passare il fine settimana a occuparsi degli altri, anzi neanche tanto di loro – questo avrebbe ancora avuto un senso – ma delle loro manie. Preferiva inventarsi qualcosa, ma quando c’era di mezzo l’amica di sua moglie cercava di sforzarsi un po’ di più: il figlio minore di Patrizia era nato con la sindrome di down.
Si era rivisto più volte in ospedale, accanto a Carla stesa sul lettino mentre il ginecologo faceva la terza ecografia. «Ha sentito il battito? No? Ora lo amplifico». E la cassa aveva trasmesso un battito con una frequenza che conosceva già molto sostenuta, ma che gli era parsa più veloce rispetto a quella che aveva sentito quando si trattava del cuore di Marco. Lo aveva colpito, come già allora, qualcosa che gli era sembrato incomprensibile, un ritmo la cui origine, al di là di tutte le possibili considerazioni razionali, rimaneva ignota. E poi era cominciata la lunga trafila delle analisi con le perifrasi mediche: «Non possiamo del tutto escludere», «Sarete più sereni». E la probabilità era cresciuta; del resto, la percentuale sembrava già spaventosa in partenza: ben oltre il quarantacinque per cento.
Erano cominciati i controlli, poi a tre mesi Carla aveva subito un aborto spontaneo.
Così la domanda era rimasta in sospeso, assieme al rimorso per aver sperato che il figlio fosse sano. Ma non era normale sperarlo? Da quanto questa speranza era diventata inconfessabile?
La nascita di Marco: sei ore di travaglio. L’esultanza interiore – anch’essa nelle sue radici incomprensibile – quando il medico gli aveva detto che era andato tutto bene.
Questo era forse l’unico dettaglio che gli consentiva di mostrarsi ben disposto nei confronti di Patrizia, il cui sistema di preferenze era inquadrato in quella che si poteva definire cultura alternativa, ma che appariva invece perfettamente funzionale alla stagione: falso progressismo, consumismo orientato al bene, permissivismo (ma prova a trovarti in disaccordo con lei su qualcosa, o sui suoi figli). E Mirko cresceva. Poi il secondo dettaglio: Fabio, il marito di Patrizia, se ne era andato di casa con Olivia.
«Sua madre baderà ai bambini?»
«È inutile che ti sforzi. Comunque, sì. Più che altro a Mirko, dopo il gruppo parrocchiale. Carmine è impegnato con il calcio. Tornerà a casa col furgone della squadra».
«Ma senti: lei ha qualcuno? Anche solo un’amicizia?»
«Ma sì, qualche amicizia. Ma poco».
Superò finalmente un camper. Non era poi così grave. Aveva solo bisogno di sfogarsi un po’, ma quando?
«Ma tu lo sapevi che Carmine la settimana scorsa è stato portato come riserva in prima squadra?» chiese Carla.
«No, ma che prometteva bene si capiva».
Sì, il giovane esterno poteva darle qualche soddisfazione.
In prossimità dell’uscita di Vicenza est, Hermann si vide superare da una decapottabile scoperchiata. Una vecchia Alfa 166 spider blu. Un po’ fresco per tirare giù la capote: diciassette gradi. Inquadrata da dietro, ospitava due nuche di mezza età, col berretto da baseball blu, entrambe con la mano destra a ruotare nell’aria. E la radio a tutto volume che sparava ancora Proud Mary.
«Quei due sono veramente assurdi».
«Cosa dici, ci fermiamo a bere un caffè?».

2.
Sceso dalla macchina, dopo aver urlato che non aveva bisogno di niente, Marco si era gettato nell’indistinto per comprare una copia della «Gazzetta». Carla chiese a Hermann un caffè e una brioche per dargliene almeno un pezzo.
Sembrava di essere allo stadio. Ci saranno stati tre pullman di tedeschi. Hermann sentiva crescere un risentimento alle gambe, ma provava soprattutto un disagio generale provocato dalla sensazione dei desideri degli altri, tutti accalcati addosso a lui: troppe voglie, come se senza quel caffè potessero morire. Le comitive sono micidiali, ne incontrava ogni settimana nei suoi viaggi di lavoro. E tutti col loro diritto al caffè, con i pensionati che spingevano facendo finta di niente. Era stufo di rimanere composto, un po’ come quando discuteva con la sorella di Carla, che gli faceva una domanda, attendeva la sua risposta e poi subito replicava pensando di metterlo a tacere. Non lo metteva davvero a tacere: se lui rimaneva in silenzio, infatti, era solo per non mandarla affanculo, ma interiormente la mandava affanculo ogni volta. E la prossima non sarebbe rimasto in silenzio.
«Due caffè, una spremuta e una brioche».
«Vuole la nostra formula menu 1?».
«Sì, scusi, un menu 1 e un caffè».
Nella mischia, intelligentemente, Carla si era appostata sul limite estremo del bancone, vicino alla seconda macchina del caffè. Le passò subito lo scontrino e diede il meglio di sé nell’accuratissima operazione di prendere le tazze da Carla e portarle fino a uno dei tavoli a cui ci si appoggia in piedi. Spostò lentamente con un gomito tazze e piattini abbandonati dai primi tedeschi e vi mise anche spremuta e brioche per il figlio (ora in bagno).
Poi, alzando gli occhi verso il fondo del locale, vide seduti al tavolo nell’angolo due uomini oltre la mezza età, relativamente bassi, che bevevano il caffè uno di fronte all’altro col berretto da baseball in testa e due giacche a vento blu.
«Guarda», fece a Carla «sembrano i due deficienti della decapottabile».
«Ma che dici?».
«Sì, anzi, sai cosa penso? Che siano due fratelli, due ricchi imprenditori del ramo giocattoli che la domenica, non sapendo cosa fare, scorrazzano per le autostrade solo per portare in giro la macchina».
«Ma non è una cosa seria».
«Beh, che portino in giro la decapottabile è una cosa serissima».
I due avevano tirato fuori il cellulare e avevano messo i dispositivi sul tavolo, per confrontare il modo in cui la stessa immagine compariva su entrambi gli schermi.
«No, è sicuro. Sono due deficienti».
Carla sorrise.

3.
E poi era caduto. Non troppo e non miseramente, ma era caduto.
Andiamo con ordine.
Appena arrivato, mentre Marco aveva raggiunto i compagni in spogliatoio e Carla stava telefonando a Patrizia, Hermann si era reso conto dal modo in cui confabulavano a bordo campo che i due col berretto blu erano proprio dirigenti della squadra di casa, uno dei quali avrebbe poi svolto il compito di guardalinee, come d’abitudine (è prassi consueta nei campionati giovanili che la funzione di guardalinee sia svolta da dirigenti o accompagnatori, uno per squadra). La sorpresa non era durata che un istante; del resto, la tuta sotto il giaccone, che aveva scorto all’Autogrill, avrebbe dovuto metterlo rapidamente sulla buona strada. Ma tra le mille società sportive, proprio di questa dovevano essere dirigenti? Quindi, a ripensarci questo dettaglio iniziale avrebbe dovuto illuminarlo sui possibili sviluppi della questione.
Poi, la tribuna: assolata e occupata per metà dai tifosi di casa. Alcuni banchettavano. Un passaggio inatteso di bottiglie di prosecco con inverosimili flute di plastica portati per l’occasione. Un compleanno? A mezzo metro c’era chi mangiava in modo più sobrio e si complicava meravigliosamente la vita stendendo le carte del prosciutto e del formaggio accanto al vaso dei carciofi appena aperto, col tappo appoggiato a fianco in funzione di minivassoio e la moglie a tagliare il pane. Ma non mangiavano a casa? Erano veneti in trasferta? Altri sedevano con maggior compostezza un poco discosti, gratificati da evidenti segni di distinzione fra i quali andavano menzionati: gli occhiali da sole con lenti a specchio azzurre, i calzini blu decorati con piccolissimi pacchi regalo, o ancor più piccoli pesci (per lui) e da grandi occhiali neri e piumini laccati su cui scendevano le punte schiarite dei capelli (per lei). Più alte squillavano poi le voci di due amiche, rispettivamente con giacconi dai colori panna e cipria, intente a discutere delle foto su Instagram di una certa Francesca, appena tornata dal viaggio alle Maldive. Ma in fondo doveva pur chiederselo: si sarebbe potuto aspettare altro? No, e infatti fino lì era andato tutto bene.
Poi, inevitabilmente, era cominciato l’incontro, con la squadra di Marco quasi in forma e quindi un po’ meno gradita ai tifosi. L’andamento era equilibrato, fra i continui capovolgimenti di fronte tipici dei campionati giovanili. Quanto a quelli che, come lui e Carla, potevano passare per tifoseria avversaria, a parte il Presidente, la moglie e altre due coppie accompagnatrici, non c’era nessuno. Così si erano seduti in basso, più vicini alla rete. Un’idea ragionevole, anche se la strategia aveva subito rivelato il suo limite, lasciandoli a soli tre metri dai tifosi avversari, ora passati ai dolci (mignon per tutti, anche per i poveri). E intanto erano arrivati anche i veri spettatori, una decina di persone: quelli che erano lì senza avere i figli in campo.
Uno di questi, distinto, portava un cappotto grigio con sciarpa bordeaux che un tempo, quando ancora giocava, Hermann avrebbe potuto considerare un osservatore federale. A fianco, un tizio di tutt’altra specie, probabilmente un immortale. In apparenza, anche lui un uomo di mezza età, di statura media, con gli occhiali, indossava i jeans e un inverosimile giubbotto di pelle da motociclista, bianco, giallo e nero, con una stella sul dorso; per essere più precisi, anche se nei colori poteva sembrare impossibile, il giubbotto richiamava a Hermann la divisa di un campione di motociclismo Marco Lucchinelli (Lucchinelli aveva vinto il campionato del mondo nel 1981 e ora faceva il commentatore in tv). Inoltre, prevedibilmente, il tizio non stava zitto un istante.
Davanti, a pochi metri da lui e da Carla, il magnifico guardalinee col berretto blu, che prima di cominciare aveva fatto un balletto con inchino alla tifoseria.
«Vai, Marco!» aveva urlato Carla.
«Lucky» (senza offesa per Lucchinelli, che ovviamente non ne ha colpa) insisteva nell’esposizione del suo complicato sistema filosofico all’interlocutore che aveva a fianco, il quale interveniva esprimendo sobriamente qualche cenno di conferma, o più spesso di incertezza, avendo però cura di fare in modo che il relatore non li potesse interpretare come una forma di incoraggiamento. Ecco, questi gesti misurati per Hermann somigliavano a un traguardo di civiltà; ma ben presto gli argini cedettero e l’uomo dal cappotto grigio fu costretto ad andarsene verso gli spogliatoi. Era un osservatore federale? Un commissario tecnico? Nell’aspetto, soprattutto nel taglio dei capelli grigi aveva qualcosa in comune col leggendario commissario tecnico Vittorio Pozzo. Più indietro, finalmente sazi, i padroni di casa si erano rasserenati e seguivano la partita senza commenti. Il relatore invece, orfano di pubblico, fece ciò che questa particolare specie di seccatori fa di solito: si mise a guardare sotto di sé, verso i pochi tifosi ospiti. E in particolare si mise a guardare Hermann:
«Una delle cose che capisco meno dei genitori di oggi è la smania di accompagnare i figli trecento chilometri in trasferta anche quando sono così cresciuti, assistendoli in ogni momento come fossero dei dementi».
Hermann si girò appena per capire chi fosse il nuovo destinatario della lezione. Nessuno: Lucky parlava da solo, a voce alta, come per gettare l’amo in attesa che qualcuno abboccasse. Il fatto è che sembrava sobrio. Da parte dei tifosi di casa non arrivò alcuna replica: aveva parlato agli ospiti e infatti quel quarto di giro che Hermann aveva impresso ai muscoli del collo fu interpretato dal relatore come un gesto di disponibilità.
«Cazzo, sfido io che poi ti crescono coglioni: stai sempre ad assisterli».
Hermann teneva lo sguardo sulla partita.
«Che poi questi genitori alla fine non sono neanche tanti, ma danno il cattivo esempio, no? E infatti vedi in campo, che deficienti. Tipo questo Marco. Si vede benissimo che non sa stare in piedi da solo. Tutta una sorta di ortopedia emotiva del cazzo».
Essere presenti mentre un sistema prendeva forma equivaleva a fare esperienza di un privilegio. Il Presidente e la moglie seguivano l’incontro con una concentrazione che a Hermann pareva inusuale, noncuranti degli aforismi. Carla no; era sicuro che lei li seguisse, ma continuava a leggere sul cellulare e aveva più equilibrio. Aveva sempre avuto più equilibrio.
«Tu, ad esempio», disse, accennando verso Hermann «sei sempre andato in giro in questo modo? Una generazione intera che non ha combinato granché, che vive ancora di aspirazioni culturali inutili – mettetevela via, non ci arriverete mai, ve lo garantisco – e che ora rincoglionisce i figli. Sì. Del resto, quando mancano le premesse, c’è poco da fare».
Hermann si sforzava di guardare verso il campo dove Marco, più o meno mezz’ala destra, faceva il suo dovere; ma in un certo senso aveva quasi cominciato ad apprezzare le affermazioni del motociclista, benché non potesse considerarle di estensione universale.
«Vorrei vederli un solo giorno con me, o anche solo due ore a far calcoli. Cazzo, gli insegnerei io».
Ora tifosi di casa chiamavano a gran voce Federico, Carlo, Khaled, Busso, ma non intervenivano. Il motociclista raccolse un mozzicone di sigaretta e lo tirò addosso a Hermann, colpendolo sul collo.
Questi stava quasi per reagire, ma Carla lo trattenne per un braccio.
«Sì, proprio una generazione di coglioni».
Anche le due amiche che avevano commentato le foto di Francesca cominciarono a mormorare verso il nostro Lucky; ma era lanciato.
Ecco, qui successe qualcosa di inatteso: forse una caduta di tono, ma non è facile darne una definizione perentoria.
D’un tratto Hermann si alzò in piedi e in due passi fu al cospetto di Lucky, che lo guardava con aria interrogativa. Bisogna dire che in certi frangenti in Hermann l’uomo vecchio, ossia il laureato in Lettere e l’uomo nuovo, il venditore di materiali edili, si davano la mano; e in quei casi, come diceva qualcuno, il nostro valeva davvero per due.
Lucky aveva un’espressione preoccupata: non che si sentisse pronto a cambiare, ma a che cosa si sarebbe dovuto sottoporre?
Hermann ebbe questa uscita:
«Cosa c’è? Improvvisamente ti manca il fiato?», chiese.
Lucky, per così dire, era tutto orecchi.
«Vuoi parlarmi della logica in Abelardo?» sibilò Hermann in faccia a Lucky.
L’altro si trovò spiazzato. Tutto si sarebbe potuto aspettare tranne che una domanda così precisa, tale da incrinare le pretese del suo sistema che, in modo ormai evidente a tutti, aveva con troppa fiducia ritenuto solidamente edificato. In altre parole, non sapeva come replicare.
Sotto lo sguardo stupito dei presenti, davanti a Hermann che lo superava in altezza di quasi quindici centimetri, Lucky si mise a sedere in silenzio, turbato forse dalle implicazioni che la posizione di Abelardo sugli universali rovesciava sul suo sistema.
«Vattene. Sono un professore di meccanica», rispose a voce bassa, ma ferma.
Carla rimase in silenzio. Stava quasi per dirsi: «Ecco a cosa serve una formazione umanistica», ma non se la sentì di anteporre queste considerazioni alla realtà dei continui differimenti dei crediti a breve termine nei confronti dei clienti, che rischiavano di mettere l’azienda un po’ in sofferenza; così preferì ripiegare su un: «Da Hermann ci si può sempre aspettare di tutto».
Hermann tornò al suo posto. Gli altri lasciarono correre.
Lucky, seduto, cominciò a borbottare fra sé, forse pensando – ma è difficile fare un’ipotesi – alle posizioni del filosofo inglese George Edward Moore.
A un certo punto fotografò la schiena di Hermann e disse:
«Sapete che faccio? Posto subito la foto. Chissà che qualcuno non li conosca, lui e il suo cazzo di figlio demente».
Qualcuno fra i tifosi di casa stava quasi per spazientirsi, ma in effetti, chi avrebbe potuto fare supposizioni sulla notorietà di Hermann?
Questi, pur seduto di schiena, sentendosi sotto lo sguardo della fotocamera, si mise in testa un berretto di lana.
E fu tutto, anche se la scena, secondo il parere concorde dei presenti, si sviluppò in un clima di tale insondabile equilibrio da indurre ciascuno a rasserenarsi. Lo dico per chi dubita ancora delle ricadute del counseling filosofico.

4.
Ora la strada era pressoché libera.
«Tutto bene?»
«Non proprio», disse Carla leggendo un messaggio, «ma andiamo avanti».
Hermann guidava nel buio. In fondo, come abbiamo appreso nei primi gradi d’istruzione – e come ha poi con maggior competenza ribadito chiunque nell’arco dell’intero percorso formativo – nei casi di intemperanza verbale a difenderti dovrebbe bastare lo stigma sociale, la condanna di tutti i presenti che con l’espressione partecipe ti fanno capire che sei tu quello che è nel giusto e che per questo sei uno di loro, meriti di far parte della comunità perché anche loro, al posto tuo, si sarebbero comportati nello stesso modo. Oddio, proprio nello stesso modo non è detto. Qui secondo Hermann si poneva un problema relativo ai principi che stringevano i presenti in un vincolo comunitario. A dire il vero non si era mosso nessuno. In un caso simile, avrebbero tutti dovuto tirar fuori Abelardo? (Ed Eloisa? Potrebbe a questo punto chiedere il pubblico femminile).
Certo, aveva ceduto per un istante. Agisci in modo che la massima della tua volontà possa servire da norma agli altri. Aveva fatto il suo dovere?
Era un bel problema: ma anche quello dei crediti insoluti lo era.
Dato che la squadra aveva vinto 1-0, Marco aveva chiesto di poter tornare in pullman con i compagni. Un’ottima prestazione, la sua. Bene così.
A centoquaranta chilometri di distanza, Lucky sedeva con Pozzo al bar: parlavano dei campionati giovanili degli anni Ottanta.
Intanto, c’era davvero meno traffico di quanto avessero previsto, e il tempo tornava a scorrere secondo la percezione consueta. Era già ora di pensare ad altro.
Carla guardava le insegne luminose dal finestrino. Pensava alle vetrine colorate di luci rosa e gialle del negozio di dolciumi all’ingrosso «Pedretti e Nosler» che aveva chiuso un mese prima. Per settantacinque anni aveva aperto le sue serrande nel piazzale dietro l’abside della chiesa di S. Luca, che da bambina attraversava ogni giorno di corsa per andare a scuola, scegliendo mentalmente quello che avrebbe voluto assaggiare. Patrizia ne aveva seguito la contabilità fino all’anno precedente.

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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