Poesia & Ecologia, conversazioni con Fabio Pusterla

a cura di Stefano Modeo

(L’articolo è apparso su “Atelier” n.97)

 

Non ti basta, lo so. Vorresti altro.

Non ti basta, fiume, il mio ascolto,

né ora per te è il momento di ascoltare,

tu non puoi ascoltare perché corri infuocato

spinto dalla violenza delle gole.

C’è furia, ora, c’è

disperazione: distruggi, travolgi,

scavi dentro di te la tua memoria

di melma e detriti, antichissime

deposizioni di roccia, cadaveri.

E non ti basta il mio ascolto.

Ma io rimango qui, finché posso.

Senza più nessun sogno o progetto,

senza nessuna speranza. Resto qui.

Tendo l’orecchio, mi dispongo

all’attesa. Anche per te, fiume

che ora libero ti perdi nel nulla della notte.[1]

 

S.M.: Se la parola ecologia (dal greco: οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”; e λόγος, logos, “discorso” o “studio”) è l’analisi e lo studio delle interazioni tra tutti quanti gli organismi e il loro ambiente, e non è esclusivamente sinonimo di ambientalismo, potremmo definire una buona parte della sua poesia legata a questo tipo di rapporto. Esiste però una scelta probabilmente ricorrente nei suoi libri che è quella di raccontare un’ambiente naturale. Penso soprattutto all’ultimo libro Cenere, o terra (Marcos y Marcos 2018) in cui compaiono: il fiume, i ghiacciai, la pietra, la roccia, la montagna, i boschi, gli esseri viventi che popolano questi luoghi ecc., con alcuni di questi elementi si cerca anche un dialogo aperto. In questo senso dunque vorrei chiederle se esiste per lei un’ecologia della poesia e quale evoluzione percepisce nel dialogo tra poesia contemporanea e natura.

 

F.P.: Forse lei ricorda l’inizio di un celebre saggio di Contini su Montale, in cui il critico rievoca l’irritazione di un anonimo amico del poeta, verosimilmente Carlo Emilio Gadda, vedendo come Montale, condotto davanti a un grande spettacolo naturale (un ghiacciaio, se non erro) si voltasse annoiato guardando altrove. Se questo disinteresse di un poeta come Montale nei confronti della natura (o di quel che ne resta, ovviamente) può rappresentare un modo di essere della poesia, anche piuttosto diffuso nel Novecento, io credo di collocarmi in una zona molto diversa. Il mio sguardo è istintivamente attratto, infatti, proprio dai fenomeni naturali, dai paesaggi, dallo scorrere delle acque, dalla vegetazione, dalle pietre e dagli animali; o per converso da quelle forme dell’essere umano (l’infanzia, la vecchiaia, l’alienazione) che sembrano poter contenere un germe di alterità.  Basta questo per parlare di “ecologia della poesia”? Non ne sono del tutto certo; ma neppure rifiuterei assolutamente la cosa. Del resto, nella cultura italiana l’eco-criticism è ancora agli albori e forse non siamo ancora molto abituati a ragionare in questo modo; pochi anni fa, l’ampio saggio di Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia (Carocci, 2017) ha aperto più di un orizzonte; e sulla mia scrivania si trova da qualche tempo una scultura di legno a forma di ghianda, che ho ricevuto con molta sorpresa qualche mese fa come Premio “Le ghiande”, organizzato da Tiziano Fratus nell’ambito del festival torinese Cinemambiente. Dunque: pur non avendo mai particolarmente pensato in termini di “ecologia della poesia”, devo riconoscere la sensatezza della proposta.

Il fatto è che l’attrazione che esercitano su di me gli elementi che ho ricordato poco fa non è strettamente in relazione alla “natura”, ma a tre fattori particolari, che pertengono all’immaginario poetico. Il primo ha a che vedere con la sensazione della vastità: vastità dell’orizzonte e del paesaggio, quando questo è possibile; ma anche vastità della materia, nel suo contenere un ritmo diverso e più ampio rispetto a quello umano e storico, con cui d’altro canto deve interagire; una stratificazione antichissima e umanamente insensata e incomprensibile (o comunque non classificabile in termini storico-politici). Il secondo fattore, che si allea al primo, è invece di natura simbolica, ma non ha a che vedere che il Simbolismo ottocentesco; piuttosto, con l’indagine che delle immagini e dei simboli ha condotto meravigliosamente Gaston Bachelard, e con lui una parte della psicanalisi post-freudiana (e nella poesia citata agisce soprattutto questo valore simbolico primigenio dell’acqua). Infine, questi spettacoli mi attraggono soprattutto quando si manifestano su un confine, o una zona di frattura: quando cioè la loro presenza si colloca sui margini visibili della presenza o dell’assenza umana, creando una sorta di zona intermedia, zona di inquietudine o zona interstiziale, in cui la “natura” non può essere pienamente sé stessa, e la presenza/assenza umana sembra giungere a un limite, a un punto di rovina. Se, come qualcuno ha ormai con buone ragioni suggerito, viviamo da tempo in una nuova era, quella dell’Antropocene, l’antico concetto di Natura, persino nelle sue emergenze apparentemente più estreme e selvagge, è ormai intimamente e drammaticamente connesso con l’azione umana che lo irradia e lo modifica, e nessuna delle due categorie può più essere considerata disgiuntamente: volpi e spore si aggirano nelle megalopoli, polveri fini scendono invisibili nei cieli più tersi.

Queste osservazioni mi sembrano accompagnare da sempre il mio tentativo di scrittura; la prima poesia di Concessione all’inverno, il mio primo libro, si intitolava Le parentesi, e, benché fosse nata un po’ per gioco e certo in modo assai meno consapevole di quanto certi lettori e critici allora credettero, già proponeva una specie di assimilazione tra l’erosione del paesaggio (in quel caso alpino) e le metamorfosi del linguaggio. Nel libro più recente, Cenere, o terra, tutto questo mi sembra apparire in modo più massiccio, e certo più cosciente; anche se, di nuovo, durante gli anni in cui il libro è stato scritto, gli antichissimi “quattro elementi naturali”, con i loro molteplici significati simbolici, sono apparsi sulla pagina in modo assolutamente non calcolato, e quasi inconscio. Quando me ne sono accorto, le poesie che avevo scritto e quelle che ancora dovevo scrivere hanno cominciato a situarsi in un orizzonte comune, quello che ha poi condotto al libro. Ma prima, le cose sono avvenute in modo imprevedibile: un toponimo, Casa del custode delle acque, ha innescato un processo immaginativo per me ancora oggi un po’ misterioso, ragioni che non riuscivo bene a comprendere mi hanno spinto a frugare dentro libri antichi, come gli Oracoli caldaici, o a rileggere le narrazioni medioevali di Chrétien de Troyes alla ricerca di foreste e animali allegorici, e così via. Il che significa anche che gli elementi naturali di cui stiamo parlando si trovano in parte al di fuori di noi, nell’universo, in parte nella nostra interiorità simbolica, in parte nei libri.

 

S.M.: Penso sia molto interessante sondare ancora un po’ la sua attenzione nei confronti del paesaggio naturale condizionato e alterato dalla presenza umana. Seguendo il suo discorso mi sono chiesto se l’esigenza di narrare questo mutamento è dunque mera volontà di rappresentazione, un prendere atto disarmato, o anche volontà politica. Inoltre, in questo quadro, la natura è per lei il luogo della fuga dalla città, di un ritorno ad altro, rispetto all’edificare dell’uomo?

 

Per quel che può dire l’autore, che nei processi di percezione, registrazione e scrittura è invischiato e immerso anche suo malgrado, direi che prima di tutto si tratta di un orientamento inconscio dello sguardo, su cui solo in un secondo tempo si può inserire una volontà rappresentativa ed eventualmente politica, come lei suggerisce. Il tipo di paesaggio in cui maggiormente mi sento a mio agio è appunto quello che ho tentato prima di delineare, direi da sempre, perché le cose che ricordo meglio, i luoghi che ricordo meglio della mia infanzia e adolescenza sono appunto di questo tipo. Ho usato poco fa la parola paesaggio, che non è a ben vedere semplicissima. Potrei dire forse questo: di fronte al paesaggio (a un paesaggio bellissimo, sublime) io posso provare profonda commozione; ma per farlo, o meglio per vedere quel paesaggio che mi commuove, devo per forza rimanergli di fronte, cioè all’esterno; e una parte della eventuale commozione avrà a che fare appunto con il senso di non appartenenza, o magari di nostalgia, la nostalgia del luogo che non può più essere nostro. Invece nei luoghi/paesaggi di cui parlo, cioè nelle zone di contatto, nelle zone spurie, certamente assai meno belle e quasi per nulla sublimi, il discorso è diverso: quel luogo, quella contraddizione, mi contiene, mi pertiene. Molti anni fa avevo scritto una poesia intitolata Paesaggio (era in un libro intitolato Le cose senza storia) in cui appariva appunto quel tipo di luogo. La poesia terminava con tre versi che oggi mi sorprendono abbastanza, e a cui mi sento però ancora molto vicino: «Io sono questo: niente. / Voglio quello che sono, fortemente. / E le parole: nessuno adesso me le ruberà». Sapevo cosa stavo scrivendo, mentre lo scrivevo? Fino ad un certo punto, ma avrei capito meglio in seguito. Per me, per la mia esperienza, la parola, la possibilità di giungere alla parola poetica, è in stretta relazione a ciò che un luogo come quello di cui stiamo parlando rappresenta: nudità, spogliazione, stratificazione, violenza. Tutto questo ha anche una valenza politica? Sì, credo proprio di sì. Ma non si tratta esattamente di un “progetto”; piuttosto di una risultanza inevitabile. Quanto all’ipotesi della natura come fuga dalla città, sono istintivamente più cauto e più freddo; forse perché temo che non si dia possibilità di fuga, e che la natura, in quanto natura, sia scomparsa dall’orizzonte umano, e possa sopravvivere soltanto in forme compromesse, parziali.

 

S.M.: A proposito di paesaggi e di abbandoni, di compromissioni, penso a una poesia di Philippe Jaccottet da lei tradotta, ‘Portovenere’, in cui il tema probabilmente è la fine di una storia d’amore o comunque la conclusione di qualcosa. In questi versi il rapporto tra io e natura/paesaggio è molto vicino all’approccio da lei descritto riguardo le sue poesie. Gli elementi naturali si fanno portatori di un confine ultimo, di un margine oltre il quale c’è la fine. Lei crede che questa possa essere una percezione diffusa nella poesia contemporanea? Inoltre, nel lavoro di traduzione, il discorso dell’ecologia si fa ancora più complesso poiché oltre all’analisi dell’interazione tra gli elementi bisognerà fare i conti anche con la lingua.

In che modo lei affronta questo rapporto straniero per avvicinarlo alla sua parola?

 

Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo? A nessuno
parlo, all’infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi “bei giorni”! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.[2]

 

F.P.: Questa è una traduzione che, per una volta, mi sembra “venuta bene”, e di cui sono contento. Nella mia memoria, ho a lungo pensato e creduto che fosse anche una traduzione uscita con relativa facilità, come se fin dall’inizio la penna avesse imboccato la giusta direzione. Invece non è affatto così: una volta, dovendo fare una conferenza sulla traduzione poetica, ho verificato i miei quaderni manoscritti, scoprendo con un po’ di sorpresa che quello che pensavo di ricorda non corrispondeva affatto alla realtà delle cose. Questo testo è stato ottenuto attraverso moltissimi tentativi e tentennamenti, varianti, riscritture e rifacimenti. E del resto è proprio così che vanno le cose, tanto nella scrittura in proprio quanto, e a maggior ragione, nella traduzione. Infatti traducendo si è davanti a una complessità potenziata, a cui appunto allude la sua domanda. Nel caso specifico di questa poesia, poi, mi sembra che “la natura”, che sembra apparire con alcuni suoi elementi riconoscibili (il mare, le scogliere, la pioggia, il pipistrello), sia una natura profondamente assorbita dalla cultura umana. Siamo a Portovenere, dalle parti della Grotta di Byron; il luogo è un luogo reale, ma anche un luogo mentale, che riconduce alla poesia romantica; e la verosimile fine della storia d’amore, cioè il senso di solitudine che caratterizza l’io, cozza da un lato contro l’indifferenza naturale (che è anche il titolo di un bel libro di poesia contemporanea, di Italo Testa), dall’altra con tutto il portato dell’amore romantico, qui ricondotto alla pura materialità della fine. Anzi, dopo aver tradotto il testo, molti anni dopo, ho pensato che quel pipistrello abbia in realtà iniziato a volare in un celebre Spleen  di Baudelaire, a cui all’epoca non avevo pensato. Cosa significa? Forse, che proprio la poesia di Jaccottet ci dice quanto il nostro rapporto con il paesaggio sia filtrato attraverso la cultura, la tradizione, la storia. Ancora una volta, insomma, mi sembra difficile limitarsi all’opposizione uomo/natura, perché il secondo corno dell’antitesi non può quasi esistere se non attraverso una fortissima antropizzazione.

 

 

S.M.: Concludendo, abbiamo discusso di ecologia, paesaggi, linguaggi, confini, di una natura compromessa dall’azione dell’uomo. Attraverso il lavoro di lettura e selezione nei Quaderni di Poesia italiana contemporanea per Marcos y Marcos, dal 1991 ad oggi, ha avuto modo di osservare in prima linea molta poesia di giovani autori. Crede, o ha potuto constatare, ci sia stata o è in atto un mutamento della narrazione, nei termini dell’ecologia sin qui osservati, in cui si possono accennare dei punti generali? E infine, tornando alla sua poesia iniziale , le chiederei cosa immagina verrà o vorrebbe arrivasse dopo la fine dei sogni e dei progetti, della speranza, dopo l’attesa, dopo la cenere nel nostro dialogo aperto con un fiume disperato a cui non basta più ascoltare?

 

F.P.: Non sono certo di poter rispondere bene né alla prima né alla seconda domanda, per ragioni ovviamente diverse. Per molti aspetti, penso che il paesaggio che abbiamo tratteggiato nel nostro dialogo sia da tempo patrimonio comune, forse mesto ma senz’altro concreto, del nostro tempo.  Forse non abbiamo ancora fatto il nome di Zanzotto, che è da questo punto di vista cruciale. Ma se oggi è molto difficile che qualcuno ancora possa mettere in versi delle immagini innocentemente naturali, non sono certo che gli argomenti di cui abbiamo ragionato siano così frequenti e così presenti nella poesia che mi capita di leggere, anche grazie all’impegno per i Quaderni che lei richiama. Ci sono tuttavia alcune belle eccezioni; penso a un poeta come Italo Testa e al suo recente volume L’indifferenza naturale, alla riflessione poetica di Andrea De Alberti in Dall’interno della specie, o ancora alla raccolta di Stefano Pini Mandato a memoria, per non fare che tre esempi recenti. Spesso tuttavia ho la sensazione che una parte non piccola della scrittura contemporanea sia un po’ troppo avvitata sul piccolo cabotaggio di un’esperienza privata; oppure, fenomeno a cui guardo con ben maggiore interesse, sensibile soprattutto alle nuove realtà del lavoro (che per la verità sono implicitamente connesse al nostro discorso); e qui potrei citare Etnapolis di Antonio Lanza o La collaborazione di Fabrizio Bajec, di nuovo per limitarmi a pochi titoli tra i molti ( e se non sbaglio tutti gli autori che ho qui nominato sono transitati attraverso i Quaderni di poesia italiana contemporanea).

Quanto al secondo interrogativo, davvero non posso pronunciarmi; mi sembra tuttavia che la strada da compiere sia lunga e difficile; forse non a causa della fine dei sogni e dei progetti, della speranza, come dice la domanda, ma piuttosto della necessità di ritrovare altre capacità di sognare e di sperare. Nuovi sogni, nuove speranze: pensando all’epoca in cui viviamo, sembrano parole vuote, sfoggio di retorica, che cozza con una progressiva chiusura politica del mondo. Eppure qualcosa si sta anche muovendo, e saremmo gravemente colpevoli se ci richiudessimo in una forma di desolata rassegnazione. Quindi, in tutta modestia, forse possiamo cercare di preservare la brace, di mettere un po’ di legna sul fuoco affinché non si spenga. Aspettare, osservare, ascoltare; e non permettere che la sperabilità di un mondo diverso si atrofizzi.

[1] Fabio Pusterla, Cenere, o terra (Marcos y Marcos 2018)

[2] (traduz. di Fabio Pusterla, in Philippe Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorante, con un saggio di Jean Starobinski, Torino, Einaudi, 1992).

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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