Intervista a Giovanni Agnoloni

In Viale dei silenzi Giovanni Agnoloni mette in scena un giovane scrittore fiorentino, Roberto, impegnato nella ricerca del padre misteriosamente scomparso, il che per finisce per coincidere con un faticoso tentativo di ritrovare se stesso attraverso le doti catartiche della scrittura. Da qualche mese è a Varsavia per tentare di concludere adeguatamente il suo ultimo romanzo. Proprio a Varsavia quattro anni prima il padre scomparve senza alcun motivo apparente, e l’assenza pesa senza sollievo ancora adesso, in giorni in cui si fa più intenso un dialogo muto con lo scomparso: Roberto tenta di rintracciarlo seguendo un labile indizio, che lo porta all’incontro, solo apparentemente fortuito, con Erin, una enigmatica ragazza irlandese, il cui destino pare debba, pur senza un motivo razionale, incrociarsi con il suo. Inizio così un pellegrinaggio sulle tracce (assai labili) del padre, che porta Roberto da Varsavia a Berlino e poi in Irlanda, non senza qualche ricordo della città dell’adolescenza, Firenze, amata ma non rimpianta.
Una conversazione di Luigi Valori con l’autore illumina aspetti utili ad una più completa comprensione del romanzo.

D: La tua produzione letteraria è parecchio variegata. Sei saggista (I giardini di Lorien, Nuova letteratura fantasy, Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei Fiori, ecc… ), traduttore e narratore. Più in particolare, la tua produzione narrativa appare piuttosto articolata. La tua quadrilogia composta da Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito disegna una realtà distopica e ci consegna prospettive inquietanti su un futuro prossimo, ma, speriamo, non necessariamente venturo. Per arrivare ad una comprensione ragionata del tuo ultimo romanzo Viale dei silenzi è il caso di accennare al percorso che fin qui hai seguito, a partire proprio da questi romanzi che ti hanno imposto all’attenzione come uno dei più avvertiti interpreti del connettivismo italiano. Innanzitutto, allora, che cosa è il connettivismo e quanto ha improntato di sé la tua produzione, a partire dalla quadrilogia?

R: Sì, una prima impressione generale che si può ricavare dalla lista delle mie pubblicazioni è quella di essere molto varia. E sicuramente è vero, perché mi sono cimentato e mi cimento sempre con territori nuovi, parlando di forma letteraria (saggistica o prosa, ma anche poesia, per quanto ancora inedita) e di contenuti e generi (dalla distopia filosofica dei miei romanzi della serie della fine di internet al romanzo realistico e psicologico, con Viale dei silenzi). Credo che uno scrittore debba sempre mettersi alla prova, e non sparando a casaccio, ma cercando forme e contenuti via via idonei a esprimere la sua visione del mondo – non diversamente dai musicisti o dai pittori, per citare altre due forme d’arte –. Ciò non toglie che gli elementi di continuità tra i vari tasselli della sua esperienza esistano, sia sul piano tematico, sia su quello della “voce” narrativa, ovvero dello stile. E questo vale anche per me.

Tutta la prima stagione della mia attività letteraria, quella della saggistica e degli studi tolkieniani – peraltro, “ripresa” ultimamente con la nuova edizione in versione bilingue di Tolkien. La Luce e l’Ombra (Tolkien. Light and Shadow, Kipple Officina Libraria, 2019) – è stata segnata da ricerche sull’arte subcreativa di Tolkien, quella che, passando attraverso l’Evasione dalle catene del mondo materiale e il Recupero di consapevolezza veicolato dall’esperienza di un mondo parallelo, innesca un effetto di nuovo radicamento nella realtà (con una coscienza arricchita e uno sguardo ripulito su ciò che l’abitudine quotidiana aveva privato di qualunque sapore). Ho sempre creduto e credo ancora che lo scopo della letteratura (di qualunque genere sia, e dunque anche se realistica) sia precisamente quello di renderci maggiormente consapevoli del qui e dell’ora (che, peraltro, comprendono in sé anche una misura di Eterno). E questo obiettivo ho cercato di perseguire anche nei miei romanzi distopici. Questi, immaginando – senza profetizzarlo – un crollo di internet negli anni 2025-2029, aspirano a rendere il lettore maggiormente cosciente del rischio di deriva mentale e sociale a cui la Rete, e soprattutto i social media – sia pure, per altri versi, molto utili – ci stanno portando dal punto di vista della qualità delle relazioni umane e della capacità di osservazione del mondo, a livello intellettuale ed emotivo (al netto dell’inattesa indispensabilità che stanno rivelando, in questo momento di forzato isolamento che tutti noi stiamo vivendo).

Insomma, ho voluto dare una “scossa” contro l’ondata di fretta e superficialità cui la tecnologia, là dove non effettivamente funzionale a migliorare la qualità della nostra vita, ci espone, rendendoci più piatti, soli e incapaci di leggere criticamente la realtà, oltre che di vivere una vita emotiva piena e appagante. Tanto che, come ho sottolineato in una mia precedente intervista, a proposito dei miei romanzi distopici amo parlare di “realismo arricchito”, e non di “fantascienza” (nonostante alcuni stilemi del genere siano presenti). Del resto, questi tratti sono parte del patrimonio genetico di tutto il movimento connettivista, compagine aperta e mai impositiva di scrittori e flussi d’ispirazione risonanti tra loro eppure tutti diversi, ma accomunati dal fatto di unire a domande sul rapporto tra uomo e tecnologia una sensibilità poetica che oserei definire post-crepuscolare, legata alla sottile malinconia delle metropoli postmoderne, e soprattutto alla solitudine indotta dall’isolamento provocato dal dilagare dei social media. Proprio qui si aggancia il tratto più viscerale della poetica connettivista, per lo meno nella variante che sento più mia, e che trova espressione nei miei romanzi distopici: quello della ricerca nel profondo dell’animo umano, letto – quasi junghianamente – come un territorio in cui memoria e simbolo, emozione (spesso rimossa o bloccata) e archetipo sono strettamente connessi e intrecciati, e richiedono, per l’appunto attraverso l’intreccio narrativo, di essere sciolti per additare una possibile risposta alle domande più cruciali che nascono nella società di oggi.

D: Viale dei silenzi si discosta a prima vista abbastanza nettamente dalle opere precedenti: quelle distopiche, questo realistico; quelle rivolte al futuro, queste ad un presente orientato al passato; quelle esploranti il coté più inquietante delle tecnologie del prossimo futuro, questo maggiormente aperto ad esplorare le emozioni dei personaggi. È possibile individuare, scavando più a fondo, una linea di continuità?

R: C’è sia una misura di continuità, sia un cambio di passo. In Viale dei silenzi, che è il mio primo romanzo tout court realistico, ho spostato tutte le variabili tematiche e di atmosfera, oltre che stilistiche, cui facevo riferimento nella precedente risposta in una cornice contemporanea del tutto scevra da stilemi risonanti con la fantascienza. Tanto che non lo si può considerare un “romanzo connettivista”, ma un romanzo psicologico o – come dice il risvolto di copertina – “un’indagine nei territori della memoria”, nella quale certi aspetti della mia stagione connettivista filtrano ancora (penso alla descrizione poetica di un parco di Varsavia, che offre al protagonista lo spunto per una riflessione sul tempo ispirata a suggestioni cosmiche), ma quello che domina è una voce nuda – la “mia”, per come trasfusa nell’io narrante del personaggio-Roberto – a confronto con tre grandi temi: il dialogo con un genitore assente (e con se stesso), l’amore perduto e nuovamente cercato, e la ricerca del senso della vita attraverso il confronto costante con i luoghi del mondo. Certo, le emozioni erano al centro anche dei romanzi distopici, e così pure il mondo disgregato e che isola le persone – tanto che una studiosa dell’Università di Danzica e una sua dottoranda stanno dedicando delle loro approfondite ricerche proprio a questi tratti della mia narrativa –, ma adesso il mondo interiore è balzato direttamente in primo piano, ed è in esso che leggiamo (impresso e come “in negativo”) il peso e l’immagine della storia e delle derive politiche e sociali in atto nel continente europeo. I luoghi e la storia di cui sono portatori, cioè, sono il correlativo oggettivo delle vicissitudini del protagonista e della sua famiglia.

D: Varsavia, Berlino, l’Irlanda, Firenze: è azzardato pensare che il vagabondaggio di Roberto rappresenti una precisa geografia sentimentale, con una particolare attenzione alle implicazioni sociologiche che una permanenza consapevole in un luogo suggerisce: Varsavia post-comunista ed ancora un po’ cupa e misteriosa, Berlino nel suo continuo puntare alla modernità, l’Irlanda così proclive alla riflessione su se stessi, Firenze vista con le lenti del ricordo puntate sui suoi anni ‘80?

R: Hai ben colto l’aspetto cruciale del romanzo e della mia ricerca letteraria del momento. Ognuno di questi luoghi (che ben conosco per numerosi soggiorni e viaggi fatti, oltre agli studi linguistici) porta con sé tutta una serie di risonanze che sono il frutto del consolidamento della sua storia e della sua proiezione nel futuro. Varsavia mi interessava in modo particolare perché, girando per le sue strade, si percepisce proprio la compresenza dei drammi del suo passato (dall’occupazione e dalla distruzione nazista alla dittatura comunista) e dell’apertura a un orizzonte nuovo – oggi è una metropoli in grande fermento sul piano economico e culturale, nonostante la resistenza di un governo ampiamente illiberale – e quindi si prestava molto bene a fare da luogo di ambientazione della vicenda di un personaggio – uno scrittore ospite di una residenza letteraria – che proprio da qui inizia la ricerca del padre scomparso. Berlino, per lui, è un punto di transito nel corso della sua indagine, e di essa ho fotografato soprattutto il quartiere di Schoeneberg, dalle suggestioni cosmiche à la David Bowie (l’artista vi soggiornò negli anni ‘80), perché proprio questo elemento era utile ad accompagnare la trama in un suo snodo cruciale. Dublino e tutta l’Irlanda, poi, riecheggiano le suggestioni intimistico-meditative della prosa di alcuni dei suoi più grandi autori (penso soprattutto a James Joyce e a William Butler Yeats), ma anche l’entusiasmo vitale e la straordinaria intensità della sua narrativa contemporanea (penso ad autori come Roddy Doyle, Catherine Dunne e Joseph O’Connor), della sua scena musicale e della sua popolazione, che hanno offerto uno scenario ideale per la transizione del mio personaggio dal passato verso una nuova vita.

Quanto a Firenze, la scelta di lasciarla come immagine di sfondo – non reale luogo di svolgimenti dei fatti, ma solo dei ricordi del protagonista – è stata dovuta al fatto che uno dei primi spunti per questo romanzo mi è venuto dalla visione di tanti film italiani degli anni ‘70 e ‘80 – ricordati, peraltro, nel corso della trama – che ritraevano un’Italia, dopo tutto, appena “dietro l’angolo”, ma che di fatto non esiste più: indipendentemente dall’ambientazione (Firenze, Roma, Milano, Napoli o altre città), le pellicole – e soprattutto le commedie – di quel periodo trasmettono ancor oggi un’impressione vivida di un paese dal ritmo di vita ancora normale, a misura d’uomo, con relazioni interpersonali aperte e cordiali, senza la fretta, la nevrosi e l’indifferenza che oggi predominano. Ecco: mi pareva profondamente affascinante l’idea di ripensare (o meglio, di far ripensare il mio personaggio) a tutto questo da lontano: forse perché di Firenze e dell’Italia riesco a scrivere meglio quando sono all’estero, o forse anche per il fatto che uno degli obiettivi di questo romanzo era riuscire a rendere il senso di solitudine e sradicamento di un cittadino europeo in un’Europa che si sta lacerando.

D: Nei ringraziamenti finali neghi che il testo abbia elementi autobiografici. Su questo forse bisognerebbe intendersi. Posto che la storia non sia autobiografica, il lettore non può non essere portato a ritenere, da vari indizi, tra cui l’associare paesaggi e sensazioni, il germinare di emozioni su se stesse, cioè anche in assenza di avvenimenti espliciti che li generino, che un fondo autobiografico, di genere essenzialmente psicologico, percorra l’intera storia.

R: Io credo che ogni testo narrativo (soprattutto quelli scritti in prima persona) utilizzi elementi personali della vita dell’autore, dunque, in questo senso, ogni testo è autobiografico. Il discrimine sta nella misura in cui lo scrittore ha voluto raccontare la propria vita – che non è il mio caso – o invece usare singoli “pezzi” della propria esistenza per dare corpo, insieme a elementi del tutto inventati, a una vicenda che non ha niente a che fare con lui – ed è precisamente quello che ho fatto io. Da questo – e dall’intenzione di non far pensare ai lettori che i genitori di Roberto fossero sotto sotto i miei – la mia precisazione nei ringraziamenti finali.

D: C’è una qualche particolare attenzione alla musica, nella tua scrittura, o è il fascino del continuum narrativo a trasmetterne la suggestione?

R: Sono vere entrambe le cose. Tutta la mia scrittura è sempre stata percorsa da una suggestione musicale, e non solo per i riferimenti sparsi a vari musicisti contenuti nei miei romanzi, e anche in Viale dei silenzi, ma per lo snodo musicale, come hai ben sottolineato, delle vicende e delle parole usate per raccontarle. Molto, negli ultimi quattro anni, su di me ha influito la ripresa degli studi di chitarra classica con il Maestro Ganesh Del Vescovo, uno dei massimi compositori ed esecutori per questo strumento e un cultore della timbrica del suono. Rientrare in questo universo con la sua guida mi ha permesso di affinare moltissimo la ricerca delle parole che non solo per il significato, ma per la stessa sonorità delle lettere che le formano, veicolano meglio l’emozione e il concetto che un certo passo narrativo vuole trasmettere, al contempo legandosi alle altre in un fraseggio scorrevole e pervasivo. Insomma, uno dei miei “pallini” è essere al contempo profondo e “godibile”. Un libro che scorresse ma con banalità, o fosse intenso ma fondamentalmente pesante, non potrebbe assolvere alla propria funzione artistica, umana e sociale.

D: La frase di Giorgio Manganelli posta ad esergo del libro “gli assenti esentano i vivi da qualsivoglia conversazione, per cui ci si va preparando a un tempo di silenzio invernale (…)” allude al tono limbale che si percepisce di quando in quando nelle descrizioni paesaggistiche delle città del Nord (tenendo sempre conto che paesaggio e atteggiamenti emotivi in Viale dei silenzi spesso si fondono), o anticipa momenti precisi della storia, o ancora è elemento esornativo e non esplicativo della narrazione che sta per iniziare?

R: È una frase tratta dal Discorso dell’ombra e dello stemma (ed. Adelphi), e quando l’ho letta l’ho immediatamente trovata perfetta come esergo per Viale dei silenzi, e non solo perché venata dalle atmosfere fumé e velatamente malinconiche soprattutto di Varsavia, ma perché focalizza bene i temi dell’assenza (dato che non si sa se il padre di Roberto sia morto o soltanto scomparso) e del silenzio, non solo esteriore ma soprattutto interiore, come dimensione di viaggio e scoperta continua, che dialoga, come accennavo prima, con i luoghi del mondo.

D: Il romanzo ha un finale “aperto”, o quanto meno non ha una chiusura definitiva, il che non nuoce affatto, per una rappresentazione anche emozionale della realtà: le emozioni difficilmente si estinguono nel momento stesso in cui una storia finisce. È azzardato pensare ad una continuazione, o ritieni conclusa questa esperienza di narrazione?

R: Non sono in grado di rispondere oggi. L’idea è che si tratti di un romanzo autoconclusivo, ma certamente il finale lascia aperta anche la possibilità di un seguito. Quando scrissi Sentieri di notte, il primo romanzo della serie distopico-filosofica della fine di internet, non avrei mai pensato che ne venisse fuori una tetralogia. Le idee sono arrivate dopo, e mi richiamavano con troppa energia per essere trascurate. Se questo dovesse accadermi anche dopo Viale dei silenzi, certamente non potrò sottrarmi. Ma per il momento sono impegnato in altri progetti narrativi che mi attirano e mi impegnano con forza, e non ho quasi il tempo materiale di pensare a un secondo atto. Vedremo: il tempo dà sempre risposte interessanti.

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