Sub-réel

 

 

 di Sharon Vanoli

 

Realtà – le orche 

L’incubo è che esistono due mondi.
L’incubo è che esiste un solo mondo,
questo.
Susan Sontag – La coscienza imbrigliata al corpo.

 

Stamattina ho fatto un disegno ad acquerello. Mi interessava sperimentare l’acqua, allora ho dipinto una palude. Sul punto di finire, ho fermato la mano per controllare l’effetto. Il verde-azzurro della superficie era così placido, nella rarefazione, che non ho resistito al piacere di sbiadirlo ancora un po’. L’ho annacquato a lungo, con il pennello più grande che avevo, fino a quando il foglio si è ondulato e aveva un altro peso, a sollevarlo. L’ho lasciato seccare sopra al calorifero per tutto il giorno. Ora scricchiola; ma una pozza di colore è rimasta viva, al centro della palude, come una cavità evanescente. 
Ho sognato di entrarci dentro.
 
Nel sogno, mi sveglio di notte e faccio per scendere dal letto. Al posto delle piastrelle fredde, incontro con la punta delle dita un fondo cedevole. Sprofondo una gamba e poi l’altra, lentamente, nella melma. L’acqua mi arriva alle cosce, adesso; percepisco sulle piante dei piedi il tessuto vegetale sopra una roccia. È soffice, questo muschio, come velluto. Provo a camminare, ma scivolo e cado lungo la parete verticale della pietra, trovo il vuoto: sono in mezzo all’oceano. Il blu che mi circonda è assoluto, lo osservo e nuoto, accanto alle correnti dei pesci. C’è un grande movimento nero, in lontananza, che si agita e non riesco a decifrare: mi spingo in quella direzione.
In fila una accanto all’altra, decine di orche si tuffano in sincronia, sott’acqua – non si slanciano oltre la superficie. Poi tornano al punto di partenza, e ripetono.
“Noi danziamo”, pronunciano in coro.
“Non vi interessa mostrarvi al cielo?”, chiedo.
“Noi danziamo.”
“Ma vedete bene che c’è un altro mondo, là sopra.”
“Noi danziamo.”
Le lascio. Sto per procedere oltre, ma un frastuono mi trattiene. Un’orca, isolata vicino al fondo, si sta gettando con violenza contro la sabbia, come per conficcarsi all’interno. Ha il muso livido, gli occhi tumefatti. Mi avvicino per sfiorarle il dorso.
“Lasciala stare”, dice qualcuno alle mie spalle.
 
Visione – le tartarughe
 

La duplicazione dell’io nei sogni.
La duplicazione dell’io nell’arte.
Sontag.

 

Mi volto in cerca della voce. Di fronte a me, lunghe file di tartarughe sono schierate in forma quadra, sul fondale oceanico. Perfettamente equidistanti, tengono gli occhi socchiusi, come per concentrare la vista. Una soltanto, davanti a tutte, ha il muso ritratto nel carapace, solcato e più scuro degli altri.
“Lui è il saggio”, sento dire.
Riconosco la voce di prima: proviene dalle ultime file. Le vado incontro. Ha gli occhi già rivolti nella mia direzione quando la raggiungo. Con le palpebre curve, mi scruta senza sorpresa. Io sono impaziente:
“Che cosa faceva l’orca?”, chiedo.
La tartaruga guarda di fronte a sé.
“Fuggiva”, risponde piano.
“Da cosa?”
“Da se stessa.”
Io esito per qualche secondo, prima di rispondere:
“Credevo fossero felici di danzare per ammirarsi.”
“Non ammirano se stesse: non vedono niente.”
La tartaruga ruota il collo rigido di lato e torna a scrutarmi.
“L’orca che hai visto impazzire – prosegue – si è tuffata fuori dall’acqua.”
“Ha scoperto la realtà e ne ha avuto paura”, commento pronta.
Vedo i suoi occhi a fessura farsi ancora più stretti.
“Ha scoperto se stessa. – mi corregge – Alla fine del tuffo, prima di ricadere nell’oceano, si è vista riflessa sulla superficie. Siamo noi, la realtà.”
“E voi, voi che cosa fate qui in schiera?”
“Osserviamo.”
“E il vostro saggio, là davanti, perché si nasconde nel guscio? Forse soffre?”
“Lui non ha bisogno di osservare la realtà, per capire: vede ogni cosa dentro di sé.”
Ora avverto come un canto, un suono gutturale, che si solleva basso dalle loro gole. Chiudono gli occhi in segno di preghiera. Io supero la schiera geometrica dei carapaci e procedo oltre. Nuoto affondando le mani tra i filamenti molli delle alghe. Intravedo due piccole tartarughe, sulla sabbia, ormai lontane dal gruppo; camminano a fatica, sbilenche, scontrandosi l’una contro l’altra. Nuoto più svelta per portarmi al loro fianco. Piego il collo di lato per rimirarle: sussulto. Non hanno occhi, ma grumi neri e torbidi – occhi bruciati, da cui stilla un fluido denso e scuro. 
 
Creazione – il pescegatto
 

L’estetica: vivere simultaneamente in molti luoghi + in molti tempi.
Sontag.

 

Resto in sospensione in mezzo all’acqua, palpitante. Intanto le tartarughe proseguono con passo trascinato. Aspetto di calmarmi, poi riprendo a seguirle, tenendomi distante. C’è un luccichio vermiglio, in fondo al cammino che percorriamo: me ne arrivano i riflessi fluorescenti tra la densità del blu. Avanziamo, io e le tartarughe, in silenzio. Ora nuoto sopra ai loro corpi, sfioro con la pancia i loro gusci opachi. Avanziamo tutt’uno verso la luce rossa.
La fluorescenza appartiene ai coralli. Disposti uno accanto all’altro, su due file, decorano il sentiero che conduce alla dimora del pescegatto: è una boccia in vetro, depositata sul fondale; alghe e licheni si intrecciano sulle sue pareti e la ricoprono. Dall’ingresso semibuio viene a intermittenza un bagliore grigio-giallo. Lui ci aspetta dentro. Irrequieto, scivola da un lato all’altro della boccia, senza mai sostare. Ci sono altri coralli, all’interno, che accendono l’ambiente; anche il profilo del pescegatto – le pinne dorate, il corpo argentato – scaglia pezzi di luce sulle pareti. Nuota, nuota. Ma lo sguardo è sereno: mi aspettava. Osserva me, poi le tartarughe. Contrite e in disparte, piangono il loro liquido nero, che una volta in acqua è come vapore, pervade lo spazio. A contatto con la mia pelle si fa di nuovo fluido. Torno a palpitare, cerco lo sguardo del pescegatto.
“Le ho assistite fino a qui, conoscevano la strada. Che cosa puoi fare per loro?”
“Forse è troppo tardi.”
“Che cosa è successo ai loro occhi?”
“Il vecchio saggio le ha punite.”
“Perché?”
Il pescegatto non mi dà ascolto, cambia linea di movimento. Ora fluttua dall’interno all’esterno della boccia, senza tregua. Lo seguo a fatica, mi confondo.
“Perché lo fai?”, gli chiedo.
Lui sospende la sua corsa e mi fissa, ma è un istante e subito riprende.
“Il piacere sta sul confine”, risponde meditando.
“Sul confine?”
“Io non sono qui: sono sempre dentro e fuori.”
“Cosa vuoi dire?”
“Io non sono adesso: sono sempre prima e dopo.”
Arriva un lamento, dalle tartarughe. Le guardo: piangono e gemono. Di nuovo palpito.
“Perché il saggio le ha punite?”
“Perché non osservavano.”
“E cosa facevano?”
“Immaginavano, sognavano. Sono state impazienti.”
“Impazienti?”
“Di capire. Hanno tradito la verità per la visione: sono state brave. Ma sognare non è ancora creare.”
Io lo seguo con gli occhi, non rispondo. La mia pelle è sempre più nera, e sento freddo.
Il pescegatto sembra riflettere. Solleva lo sguardo verso i licheni sopra la boccia, poi aggiunge:
“Forse qualcosa è ancora possibile. Insegnerò loro a poetare. Non c’è bisogno di occhi per questo.”
“A poetare?”
“È ciò che desiderano: vivere di sogno.”
“Io non capisco.”
“Sognare non è ancora creare”, dice di nuovo.
“E tu, pescegatto, che cosa crei?”
“Creo me stesso.”
“Sento freddo, pescegatto.”
“Ti stai svegliando.”
Ho l’impressione che la sua coda stia cambiando colore: non è più d’oro, è rossa. Rosso pallido, sempre più pallido. Ora mi sembra che tutto il suo corpo stia sbiadendo, e perda consistenza. Intravedo i coralli sul fondo della boccia, attraverso le sue squame. Sto per dirglielo, ma i gemiti delle tartarughe mi richiamano. Le guardo, guardo me: il nero scorre lungo la mia pelle e lascia macchie, come d’inchiostro.
“Sento molto freddo, pescegatto.”
“Sognare non è ancora creare.”
Lo dice con voce debole. Improvvisamente si calma, pare stanco. È sempre più diafano. Lo vedo ondeggiare fino ai coralli rossi, afflosciarsi di fronte a loro. Da terra mi osserva per l’ultima volta, sorride. Poi chiude gli occhi e riposa. Faccio in tempo a vederlo scomparire, farsi corallo tra i coralli, prima di perdere la vista.
Tra il sonno e la veglia precipito a testa in giù dall’oceano alla palude. Gli occhi chiusi, le mani sopra gli occhi – versano scie di liquido nero.
Poi esco dall’acqua fangosa e li apro.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016). Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato ad esposizioni collettive. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Aree di interesse: psicologia, sociologia, arti visuali, filosofia - e in generale tutto ciò che concerne tematiche riguardanti l'esistenza. Preferenza per forme di scrittura sperimentali (in poesia e prosa) 

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  1 comment for “Sub-réel

  1. rino
    25 Giugno 2020 at 11:28

    Ciao, in onore del racconto, e del pescegatto: Catfish blues: Jimi hendrix o Muddy Waters o B.B. King.

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