Mi chiamo tesoro

di Andreea Simionel

Maria bussa alla porta del bagno. Chi è?, chiede. Prova ad aprire, è chiusa a chiave. La signora delle pulizie è seduta sul cesso. Chi sono?, pensa. Maria non sa il suo nome. Per pulire, il nome non è necessario. Maria la chiama tesoro. Vuoi un caffè, tesoro? L’aspirapolvere è nell’armadio, tesoro. La signora delle pulizie, la testa fra le mani e i gomiti sulle cosce, apre la bocca per parlare: sono il tesoro e sono sul cesso e ho la diarrea, deve dire. Ma è troppo complicato e non risponde.

Stava pulendo la stanza da letto. Come sei gialla, tesoro, sei sicura di star bene? Sì sì, aveva risposto. Poi era corsa a chiudersi in bagno. Ha sempre odiato il modo in cui le sue viscere si rimescolano e il male arriva e si instaura e diventa più intenso ogni giorno, e odia quelle che dicono è naturale, non c’è niente di naturale, mica l’ha detto il medico, di stare così male.

Maria bussa più forte. Chi è?, chiede. La signora delle pulizie non sa se ha il permesso di cagare in casa sua e di avere le mestruazioni in casa sua e di essere gialla in casa sua e non risponde. Immagina Maria in piedi dietro la porta: è bassa e ha i capelli corti e grigi; va sempre dalla parrucchiera e gioca a Candy Crush. Per il resto non fa un cazzo, è in pensione. Il marito è morto da trent’anni e lei non si è più sposata, era amore vero. E non sta mai a casa sua, è troppo vuota, ma quando ci viene chiama tesoro per mandare via un po’ di polvere. Quest’anno ha deciso che non andrà in vacanza e con i soldi si comprerà un nuovo cellulare di ultima generazione per giocare a Candy Crush. Le poche volte in cui parla lo fa senza distogliere lo sguardo dallo schermo. La scala sta in balcone, tesoro, mi raccomando con quella cornice, tesoro.

L’odore nel bagno è orrendo. La signora delle pulizie chiude gli occhi. Sa che tra poco Maria tirerà su la testa dal cellulare e andrà a chiamare un vicino e insieme butteranno giù la porta e le cose si faranno più difficili e gialle di quanto già non siano e lei dovrà uscire. Ma non si muove, non risponde. Sono immortale, pensa. Gli attimi sono immobili e la porta disegna il confine tra il presente e il futuro, e lei, chiusa in bagno, è in grado di ritardare il futuro.

Non le è mai successo di voler fermare il tempo. Al mattino presto, quando si alza per andare al lavoro, immagina di stare in piedi in cima a una scala e di guardare davanti a sé la distesa del tempo che deve ancora svolgersi. Percorre uno scalino alla volta: solleva i soprammobili e spolvera sotto e li rimette al loro posto e pensa: due su tredici, fatto; cammina per strada da un posto all’altro e pensa: casa di Maria, una su tre, fatta. Non vede l’ora che la giornata finisca. E quando il tempo è più infinito del solito si consola: non è mai successo che un lunedì o un martedì o un mercoledì o un giovedì o un venerdì o un sabato non finissero, pensa, sono sempre finiti tutti, no? Allora anche questo. E le giornate si succedono e arrecano il male minore, anche se questo lavoro è il suo male più grande; non si tratta tanto della sveglia alle quattro e mezzo del mattino, o della melatonina che deve ricordarsi di prendere la sera e che le dà gli incubi, o della stanchezza che le appanna le giornate e le solca gli occhi, o del timer che scatta alle otto di sera per dirle che è tempo di andare a dormire, o delle urla e dei pianti quando il corpo non ha più filtri, o delle persone intorno che si fanno piccole (come stai?, come è andata oggi?) mentre la sua rabbia si fa immensa e le sovrasta (che cazzo ne so io, di come sto, levati dalle palle). Niente di tutto questo. Il male peggiore sono i giri dentro la testa. Lo spazio compreso tra le pareti della sua scatola cranica, che la contiene e la risucchia, e dentro cui cammina avanti e indietro per otto ore al giorno.

La signora delle pulizie non ricorda come sia finita a fare la signora delle pulizie. Prima del lavoro c’era la scuola e dopo la scuola c’era il lavoro. Del liceo le resta poco: qualche formula, niente si crea niente si distrugge tutto si trasforma, per due punti passa una e una sola retta; la camicia a quadretti azzurra dell’esaminatore che le chiede di prendere il libro con la poesia sul pozzo e la carrucola, e il dorso della sua mano alzata a fermarlo per dire no, non è necessario, me la ricordo; l’insegnante di italiano che fa su e giù per la classe tra la porta e la finestra con i Promessi Sposi aperti sui palmi e dice: Renzo è una persona intelligente, Renzo ha paura. Sulla strada per Milano, spiega, in mezzo alla rivolta del pane, al buio di notte nei boschi, mentre cerca il sentiero per attraversare il fiume, Renzo ha paura e non capisce, eppure parla a se stesso. Parlare da soli è un segno di intelligenza.

Anche la signora delle pulizie parla da sola al lavoro, mentre spazza o spolvera o sale gradini o scende gradini o lava vetri o pulisce l’ascensore, ma non le è mai successo di sentirsi intelligente. Si sente pericolosa. Delle volte si è interrotta e ha colto sul suo viso i resti di una smorfia o di un sorriso o le labbra aperte a pronunciare una parola senza suono, una volta anche una lacrima. Che stai facendo?, ha pensato. Ha portato la mano sulla bocca e sulla faccia e ha cancellato i segni sulla lavagna. La cosa più spaventosa non è ridere o piangere da sola, quanto essere in grado di farsi ridere o farsi piangere da sola. E più di una volta si è sentita osservata con la coda dell’occhio, si è vista rivolgere sorrisi anomali. Sei diventata pazza?, le ha chiesto un giorno una collega, mentre con i palmi sfregava il bastone, e in basso i piedi abili sfilavano un mocio o infilavano una scopa. La signora delle pulizie ha staccato le labbra secche, incollate per le ore di silenzio. Non ha saputo cosa rispondere. Dico per scherzo, eh, non te la prendere.

Ma più di una volta si è fatta piccola e ci ha provato: ti posso chiedere una cosa? Eh, dimmi. Ma tu che cosa pensi? In che senso? Voglio dire, a cosa pensi mentre lavori? Di nuovo il sorriso anomalo, lo sguardo da carnefice. A cosa penso mentre lavoro? Ma a niente!, ha riso la collega. Ha spalancato le braccia, il bastone in una mano e il secchio nell’altra. È il lavoro più bello del mondo! Non pen-so a nien-te.

Dietro la porta Maria alza e abbassa la maniglia. Chi c’è dentro?, chiede, c’è qualcuno sì o no?

La signora delle pulizie apre gli occhi. Ringrazia il mal di pancia e le mestruazioni, perché sul cesso non deve pensare. Allunga un dito sul muro e segue il percorso di calce tra una piastrella bianca e l’altra. Non conosce le strade che l’hanno portata dove la porteranno. Non sa se essere il sintomo o la malattia. Non sa il suo nome, mi chiamo tesoro. Allora le viene in mente: è uno sbaglio. La sveglia i soprammobili il mocio la melatonina il secchio blu con strizzatore blu il secchio rosso con strizzatore rosso le scale il tempo Candy Crush. È tutto sbagliato e se ne deve andare.

Si alza, tira lo sciacquone, si sistema. Apre la porta. Maria è in piedi con il cellulare in mano. Sul volto della signora delle pulizie i resti di un sorriso.