Un estratto inedito da “Memoir”


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

di Francesco Borrasso

 
 

La depressione è una terra continuamente esposta, è un luogo bagnato, umido, è portare una croce senza un gesto che possa farti capire che prima o poi ci sarà la quiete; la depressione è stata come una colata di cemento dentro i muscoli, sopra le ossa, è stata guardarmi allo specchio e vedere una faccia estranea, osservarmi nel riflesso e non riuscire a riconoscermi e piangere e disperarmi; è stata guardare i volti di persone familiari e vedere volti sconosciuti, è stato depersonalizzarmi, morire lentamente di una morte che colpisce la parte emotiva, la corteccia solida del sorriso. Che fossi depresso l’ho dovuto capire un po’ per volta. Un male buio che mi aveva abbracciato perché non potevo uscire di casa, non potevo lavorare, perché ero diventato un fallimento, ero un pazzo che non vedeva la salvezza, perché la salvezza aveva un suono che io non riuscivo a sentire, perché le lettere delle parole che mi hanno sempre aiutato a capire sono diventate mute. La malattia è come un veleno, lentamente ti si infila sotto la pelle, e all’inizio appare quasi come un’amica, per non farti rinvenire ti coccola, ti tiene al caldo e pian piano, senza che tu te ne accorga, inizia a cambiare tutto quello che hai sempre vissuto; cambia le tue coordinate, cambia le tue percezione, spegne tutte le lampadine e azzera ogni tipo di piacere. I sapori scompaiono, come scompaiono gli odori, i posti familiari diventano di metallo, diventano freddi al contatto, le persone della tua vita sono manichini, sono plastica, un silenzio profondo striscia sulle corde vocali fino a farti perdere la voglia di spiegare.
Mi convinco che le gocce di EN possano aiutarmi, mi convinco di un potere miracoloso e cerco di uscire, i primi giorni le cose sembrano migliorare, la sera e la mattina mi imbottisco di delorazepam e provo ad affrontare il mondo. Ma ho sempre la testa troppo leggera, faccio fatica a concentrarmi, non riesco a leggere. Sono sempre qualcosa che non so riconoscere.

Da tre mesi faccio psicoterapia due volte alla settimana, da tre mesi prendo venti gocce di EN ogni giorno, le cose più difficili sono guidare per lunghi tratti e lunghi tratti sono per me più di dieci minuti, e camminare, mi basta essere da solo e provare a fare una passeggiata per ritrovarmi a terra senza stabilità. La psicoterapeuta mi ha suggerito di non farmi più accompagnare quando vado da lei per la terapia, di provare a guidare da solo fino a lì, da casa mia sono all’incirca quindici minuti.
Entro in auto e tento di controllare la respirazione, non può succedere niente, mi ripeto. Sono a metà strada quando inizio a sudare, faccio fatica a tenere le mani sul volante e dietro di me ci sono automobili che tentano di superarmi, che suonano il clacson, automobilisti che imprecano. Tutti questi segnali mi destabilizzano, alcune automobili iniziano a sorpassarmi ma io non riesco a metterle a fuoco, non so se sono ancora in marcia con l’auto o se mi sono fermato, riesco solo a vedere le mie braccia che sono tese per permettere alle mani di tenere il volante, sono diventato etereo, non ho consistenza, sono uno schermo che si accende e che si spegne a seconda del movimento delle palpebre, sento un urto, un rumore di ferraglia, mi guardo in giro e mi accorgo di essere fermo vicino ad un guard-rail, non penso a come ci sono finito, non riesco a mettere a fuoco niente se non l’idea e la convinzione di dover prendere le gocce e di doverle prendere in fretta. Infilo la mano nella tasca del giubbotto e devo faticare tantissimo per tenere fermo il cucchiaino che mi sono portato dietro, conto le gocce che cadono mentre in auto fa caldo, mentre sento il traffico che mi scivola di fianco ma ogni suono mi arriva da lontano, come se ci fossero vetri spessi che mi tengono lontano dalla vita. Non vorrei morire così, mi dico, anche se so che non sto morendo, anche se conosco il mostro, lo sento alitarmi sulla faccia, un mostro che non si fa vedere, un mostro di cui non conosco i contorni e forse sarebbe più facile se fosse fisico, tangibile, corporeo. Sento le EN che mi scivolano sotto la lingua, le dita delle mani sono attorcigliate fino quasi ad illividirsi ma stanno smettendo di tremare e tra poco riuscirò ad averne di nuovo il controllo, penso a mio padre e alla morte, penso a mia sorella che è andata lontana, penso a mia madre e a mia nonna, e ricordo quando un giorno di maggio eravamo andati tutti insieme in montagna con il cestino con il cibo e una borsa frigo con le bevande, con un sole maturo che provavo a guardare infilandomi gli occhiali da sole di mio padre, i suoi vecchi Persol; mia madre che era elegante con un viso fiero e latteo che mi piaceva guardare, possedeva nei suoi gesti qualcosa che apparteneva alla terra, all’erba bagnata; correvo sfrenato sudando sotto la maglietta con i capelli biondi e ricci che si incollavano alla fronte e il pallone tra i piedi da calciare come vedevo fare durante le partire di calcio; e tutto questo mi casca addosso in maniera desolante, tutte queste immagini formano un nodo nella gola, un nodo di carne, e sento i polmoni pieni di passato, un passato che faccio fatica a cacciare fuori e le gambe pesanti, spesse, si gonfiano di paura e di tristezza. La medicina inizia lentamente a fare effetto, ho schiantato l’auto contro il guard-rail e me ne accorgo solo adesso.

Poi accade, e accade in modo violento, accade come un attacco animale. Mi sveglio in un bagno di sudore e sento il cuore che salta qualche battito nel petto, tempo dopo avrei saputo dare un nome a quel movimento: extrasistole. Intorno a me è tutto buio, un buio che mi pare fitto, un buio come una parete di gomma nera che emana calore, mi metto seduto e il mio cuore parte furioso, i miei battiti cardiaci aumentano spasmodicamente, i tonfi nel petto sono talmente forti che mi manca il respiro, intorno a me non vedo niente, ho degli spilli sulla fronte, c’è qualcosa che striscia sulle mattonelle vicino ai miei piedi, provo ad urlare ma il suono mi si incastra nelle corde vocali, corde vocali che diventano di piombo; mi alzo e riesco a chiamare mia madre con una voce frantumata, vado in cucina e sento tutta la parte sinistra del torace che tira, il braccio, il petto, il cuore che va sempre più veloce, non riesco più a contare i battiti, non riesco più a respirare, sudo, mi contraggo, mia madre cerca le gocce di EN ma non le trova, io sono convinto che ci sia un infarto in corso nel mio corpo. Mia madre mi porta le pasticche di Zoloft, prese così, adesso, non servono a nulla, ma è l’unico modo per capire se è nella mia testa che c’è il panico o se mi si sta rompendo qualcosa organicamente. Mando giù la pillola di Zoloft, mi sdraio sul divano della cucina, non riesco a capire se sono vigile o se non svenuto; la luce artificiale del lampadario è come uno schiaffo, il colore del pavimento, il colore del tavolo, il colore delle mie mani che scompare diventando trasparente, la faccia di mia madre che si trasforma in una bocca sdentata, i miei piedi che diventano liquidi ed iniziano a colare, la finestra spalancata e il balcone fuori, nelle tenebre gialle, sporche, piene di polvere. Tutto diventa inconsistente, ma avverto che il cuore ha preso a calmarsi, adesso va più piano, mia madre mi parla a mi aiuta a stendermi sul letto, io muovo la bocca ma non so se parlo, non so che cosa dico. L’unica cosa che mi viene in mente è che un attacco di panico così forte io non l’ho mai avuto. Assumo una posizione fetale e lascio la luce della camera accesa per paura di ritrovarmi in quel buio di poco prima, cerco una chiusura come quando da bambino vedevo un film di paura e poi mi avvolgevo nelle coperte e mettevo la testa sotto il cuscino; sono stremato ma non riesco a dormire e allora poso il palmo della mano destra sul torace per tenere sotto controllo le pulsazioni e a tratti, quando penso a quello che è appena successo, il cuore prova di nuovo a correre veloce e mi tocca respirare a fondo e concentrarmi su altro, sono le cinque del mattino, mia madre è in cucina con una tazza di camomilla davanti e da oggi credo che le cose andranno molto peggio di quanto io abbia mai potuto immaginare.

Dopo due mesi muore mio padre e io sono peggiorato ancora, i miei contatti con il mondo esterno sono diventati nulli, passo tutta la giornata in casa, ho perso il lavoro e non faccio altro che guardare la televisione e piangere. Una notte vado in bagno, mi lavo la faccia e mi avvicino alla finestra, la apro, ogni cosa è muta, vedo l’immagine di me che cado nel vuoto, vedo la mia figura che si lancia dalla finestra, mi vedo mentre precipito, mentre tutta la sofferenza e tutta la pazzia stanno scomparendo, stanno diventando passato e sento un pizzico di dolcezza nello stomaco, sento un’eco di qualcosa che c’era, di una condizione in cui vivevo inconsapevole del disastro che sarebbe arrivato. Mi avvicino ancora, c’è qualche auto che passa in strada, mi sporgo con la metà del busto nella notte, nel buio, nell’aria ancora mite di inizio novembre, vedo le lucine del palazzo di fronte, le finestre accese e sento la mia gamba che fa uno scatto, come se da sola avesse deciso di scavalcare, poi mi fermo, mi fermo quasi a metà del vuoto, mi fermo quando sarebbe bastato un alto movimento per precipitare e ritorno dentro, ritorno dentro per mia madre e per mia sorella, lo faccio per loro, perché dopo la morte di mio padre non ce la farebbero a sopportare anche questo.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016). Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato ad esposizioni collettive. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Aree di interesse: psicologia, sociologia, arti visuali, filosofia - e in generale tutto ciò che concerne tematiche riguardanti l'esistenza. Preferenza per forme di scrittura sperimentali (in poesia e prosa) 

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