Dove è nato “Lo specialista”

di Mauro Baldrati

 

 

 

 

 

 

 

La genesi di questo testo risale alla prima metà degli anni Novanta, quando lavoravo a Milano come fotografo. Poiché ero sempre alla ricerca di nuove avventure (fotografiche) mi recai a Firenze, in una villa sui colli, dove gli Hare Krishna tenevano un festival, per realizzare un reportage. Ero attratto dal tripudio di colori che i ragazzi e le ragazze portavano con sé durante gli Happening per le strade della città. Erano ancora molto attivi, era possibile vederli in azione coi loro canti, balli, e fantasie floreali.
Fu un’esperienza interessante. Parlai con molti di loro, ma soprattutto conobbi un uomo, un devoto con l’abito bianco, cioè un monaco, un illuminato. Subito scattò un rapporto che non esito a definire inaudito. Ancora oggi non so perché gli raccontai i miei trascorsi romagnoli e romani, quando ero finito in una spirale autodistruttiva dalla quale mi salvai per miracolo. E lui mi raccontò il suo passato criminale, quando era un assassino su commissione, una spirale altrettanto autodistruttiva – oltre che distruttiva – dalla quale si salvò grazie all’illuminazione. Disse che per lui non ci sarebbe mai stata salvezza, per il suo karma così negativo, se non fosse diventato un bodhisattva, cioè un risvegliato, colui che carica su sé stesso il karma degli altri e lo consuma per loro.
Restai nel campo degli Hare Krishna tre giorni, dormendo nel campeggio che avevano allestito nel parco della villa. Scattai delle foto spettacolari, che l’agenzia Grazia Neri vendette a varie testate, e nel tempo libero non feci che parlare col devoto in abito bianco. Penso che molte persone abbiano notato un uomo coi pantaloni militari, il gilè da fotoreporter e due macchine fotografiche al collo, seduto di fronte a un illuminato con l’abito bianco mentre lo ascoltava parlare a testa bassa.
Durante il viaggio di ritorno, in treno, il suo racconto continuava a infuriarmi nella mente. Non sapevo se crederci, ma non era importante. Quella era la sua verità, e io volevo fermarla, questa verità. Volevo trascriverla.
Infatti, appena tornato a Milano, ricominciai a scrivere. Era un’attività che avevo sostituito con la fotografia, ma risaliva ai tempi dell’adolescenza, quando ero invasato con Jack Kerouac e Henry Miller. Buttai giù in pochi giorni un testo fatto più che altro di appunti, di personaggi, perché il flusso narrativo del devoto in abito bianco era impresso nella mia memoria ed ero convinto che ci sarebbe rimasto per sempre.
Passò del tempo, passò qualche anno. Il mestiere di fotografo lentamente implose, andò verso l’estinzione, come spesso avviene coi lavori da freelance. Intanto attinsi dal racconto del devoto in abito bianco e scrissi alcuni racconti, le missioni del killer, che pubblicai su riviste e sul blog letterario Nazione Indiana.
Avevo deciso che volevo svilupparli, rifinirli e farne un libro. Il materiale c’era. Ma non era farina del mio sacco. Inoltre avevo la necessità di chiarire molti punti, soprattutto quelli relativi all’illuminazione di un assassino che cambia vita e cerca di riscattare tutto il male che ha causato. Per cui, sfruttando l’addestramento e i contatti del giornalista, che riesce a trovare chiunque ovunque si trovi, iniziai la ricerca.
Lo trovai. Viveva in un Paese del Nord Europa, ma non era più un Hare Krishna. Era diventato un monaco Shaolin. Disse che era una cosa abbastanza frequente, nel loro mondo. Disse che aveva in programma un viaggio proprio a Milano, di lì a due settimane. Sarebbe stato lieto di rivedermi.
Ci incontrammo in un centro di yoga e arti marziali, non lontano dalla stazione centrale. Sapevo che era un esperto di kung fu, ma dopo la sua conversione a Shaolin, disse, aveva vinto i campionati mondiali in Cina.
Shaolin. Non sapevo molto di loro, salvo che negli anni Settanta seguivo la serie televisiva Kung Fu interpretata da David Carradine nella veste del monaco.
Gli parlai del libro. Lui annuì, ma disse che non intendeva partecipare in alcun modo. Ora la sua era una vita nuova, il suo impegno era totale e i suoi obiettivi chiari e precisi. Disse di scriverlo, e di pubblicarlo se volevo, ma a mio nome.
Io accettai. Sapevo che tra me e lui era inutile discutere. Quello che diceva, quello era. Senza nessun ‘ma’ o ‘forse’ o ‘però’.
Così, dopo l’intervista che mi serviva per chiarire i punti in sospeso, a cui seguì un fitto scambio di lettere e poi di email, tornai non a Milano, ma a Bologna, dove mi ero trasferito e dove era nata mia figlia, e iniziai la stesura.
Veniva bene. Usciva gagliarda. Dietro c’era una materia vivente. C’era un vero racconto, che dovevo sistemare, rifinire, completare. Quando mi sembrò di essere pronto lo spedii a Sergio (Alan) Altieri, che avevo scoperto con un libro formidabile, Magdeburg. L’eretico. Ero entusiasta di quella scrittura nera apocalittica, poi avevo letto altri suoi libri che avevo recensito su Nazione Indiana e Carmilla, ed eravamo diventati amici. In un certo senso anche lui era uno Shaolin. Era un uomo sincero, e totalmente generoso. Mi inviò la prefazione che è pubblicata qui, dicendo che mi apparteneva, e potevo farne ciò che volevo. Anche cambiarla, se era necessario. Gli sono particolarmente grato di quella precisazione, perché ho potuto modificarla, sostituendo il mio nome con lo pseudonimo del monaco Shaolin che nel romanzo è lo Specialista.
Perché è uno pseudonimo, anche se è un nome ‘vero’. Gli Shaolin non scelgono i nomi a caso, ci sono delle regole che si basano sulle diverse generazioni. Per cui il nome del monaco che racconta le sue avventure, Shi Heng Wu, l’ha creato lui, il mio monaco. Così come i nomi degli altri maestri.
Il libro, dopo varie traversie e le solite lunghe attese che caratterizzano il mondo dell’editoria, fu pubblicato nel 2013 da un editore indipendente, Edizioni Anordest.
È passato altro tempo, altre traversie, e ora ho deciso di ripubblicarlo, in una edizione rinnovata, migliorata e potenziata, anche se la struttura originaria è la stessa.
Non sono più riuscito a mettermi in contatto col mio monaco. Non so dove sia, né cosa stia facendo. Però non mi andava di ripubblicarlo a mio nome. Mi sembrava un’operazione non del tutto corretta, anche se avevo la sua autorizzazione. Così ho deciso di utilizzare il nome del personaggio narrante, che diventa autore.
Ma è vero? È tutto vero?
Io non lo so, né posso saperlo. Ma per me lo è. Lo sentivo dalla sua voce, traspariva dal suo volto mentre lo raccontava. E poi come avrebbe potuto un devoto Hare Krishna conoscere quei luoghi, e quei personaggi? E quelle armi? E tutta quella violenza?
E ci ho messo del mio? Certamente. Questo non è un testo di verità assoluta. È un romanzo con una solida base di verità. Diciamo che potrebbe essere un’autofiction trascritta da me. Diciamo che sono stato il produttore, il regista e il coreografo del grande shifu Shi Heng Wu, campione mondiale di kung fu e del suo gigantesco alter ego, lo Specialista: i veri narratori di questa storia.

NdR: questo testo (“Nota del curatore”) di Mauro Baldrati racconta la genesi de “Lo specialista”, edito nelle settimane scorse da Fanucci