Alice – un racconto

 

ph. Fred Herzog

 

di Giulia Sara Miori

Non ci voleva tanto, per capire che Alice non ci stava con la testa. Innanzitutto era grassa, e quando sei così grassa c’è qualcosa che non va. Ci deve essere per forza, altrimenti ti prenderesti cura del tuo corpo e saresti magra. Infatti io mi prendo cura del mio corpo e sono magra. Chi non si prende cura del corpo è malato: su questo non ci sono dubbi. È una questione di salute, nient’altro che una questione di salute. E Alice era grassa, e dunque non gliene importava niente della salute, e visto che non gliene importava niente della salute, era malata. Io non ho niente contro le persone malate, intendiamoci. Ma essere grassi non è proprio come avere un tumore. Quello, non lo scegli. Invece scegli di ingozzarti fino a diventare un quadro di Botero. Con tutto il rispetto per Botero, s’intende.

Io le persone grasse proprio non le capisco, e quindi non capivo Alice. Arrivava a scuola con un paio di jeans sformati, sempre gli stessi, e un dolcevita nero che sembrava un sacco. Almeno il maglione se lo cambiava, ma il modello era sempre lo stesso. Anche il colore era sempre lo stesso, e cioè nero, e cioè un non colore. Di sicuro credeva di sembrare più magra, vestita di nero. Ma quando si è grasse come Alice, non c’è nero che tenga. Comunque, almeno il maglione se lo cambiava. I jeans invece non li lavava mai, perché quando si lavano si restringono e allora bisogna indossarli due o tre volte prima che tornino normali. Cinque o sei volte, nel caso di Alice. Non so dove avesse trovato un paio di jeans della sua taglia, a dire il vero, perché sopra la quarantadue nei negozi normali non si trova quasi niente. Sopra la quarantadue c’è poco da fare: bisogna dimagrire. E anche la quarantadue non è proprio una bella taglia. Io porto la trentotto e a volte anche la trentasei: dipende dal modello. Il metabolismo ce l’ho veloce per natura: anche mia madre è così. Per il resto, faccio danza tutti i giorni e mangio come si deve, e cioè insalata, petto di pollo, fiocchi di latte. Poco olio, niente dolci. L’importante è seguire un’alimentazione sana e fare sport. Voglio dire, non mi sembra difficile. Ma lei niente: durante l’intervallo, si portava un panino col salame e lo mangiava davanti a noi. Alice a me non faceva pena, devo ammetterlo. Mi faceva rabbia. Era grassa e pretendeva di uscire con noi. Questo non me l’ha mai detto, sia chiaro. Ma era ovvio che ci sperava. Se almeno si fosse truccata un po’, se almeno si fosse lavata i capelli, sarebbe stato diverso. Cioè, era grassa e sembrava che non le importasse, ma la cosa peggiore era la sua faccia. Aveva i brufoli, gli occhiali e i capelli unti. Capisco la faccenda dei brufoli, ma non del tutto. Anche Melissa aveva l’acne, ma sua madre l’ha portata dalla ginecologa e da quando ha iniziato a prendere la pillola ha sistemato tutto. Ha la pelle liscissima, ora. Se hai un problema, cerchi di risolverlo. Ma Alice no. I brufoli se li teneva. Per non parlare di tutto il resto, e cioè degli occhiali e dei capelli unti. Gli occhiali li portavo anch’io, una volta, ma adesso mi metto le lenti a contatto, altrimenti non posso truccarmi gli occhi come si deve: problema risolto. I capelli unti, basta lavarli. Oltretutto, puzzava. Non voglio essere cattiva, ma è un dato di fatto. Puzzava di vestiti non lavati, e quando aveva il ciclo non era neanche possibile avvicinarsi. Nessuno si sedeva nel banco con lei, questo è vero, ma cosa pretendeva? Non ti lavi: cosa ti aspetti? Abbiamo cercato di farglielo capire, e anche questa è stata descritta come una cattiveria. Per il suo compleanno, le abbiamo regalato un bagnoschiuma dell’Erbolario. Pensavo che avrebbe capito, e invece non solo non ha capito, ma ha rincarato la dose. Sembrava che facesse apposta, a non lavarsi.

Poi è successa la cosa del mio diciottesimo. Io vorrei vedere voi, che cosa avreste fatto. Era il mio compleanno: avevo pure il diritto di invitare chi volevo io, o no? Ecco, perché è facile parlare, col senno di poi. È facile dire che sono una stronza. Ma non è vero. La stronza era lei. Era lei, quella che non ci stava con la testa. Era lei, quella che non ha mai fatto il minimo sforzo, non dico per essere come noi, ma almeno per integrarsi. Comunque no, Alice non l’ho invitata. Ho invitato tutta la classe, ma non Alice. E sì, lei l’ha saputo. Fosse stato per me, mica gliel’avrei detto. Ma la voce le è arrivata. Non so da chi, ma le è arrivata. Si deve essere lamentata con sua madre, sua madre è andata dai professori, i professori se la sono presa con me. Capite? Se la sono presa con me perché alla mia festa non ho invitato Alice. Poi, non si sa come, è saltata fuori anche la storia del bagnoschiuma. Non poteva stare zitta, quella serpe: no. Doveva proprio raccontare anche la storia del bagnoschiuma. Che poi, a ben vedere, voleva essere una cosa carina. Okay, tornando indietro non l’avrei fatto, ma insomma: se avesse capito che l’intenzione era buona, se avesse capito che noi volevamo soltanto aiutarla, allora l’avrebbe usato, quel bagnoschiuma, invece di andare dritta da sua madre. Lamentarsi non ha mai risolto nessun problema. E Alice di problemi ne aveva parecchi.

Comunque, dopo la cosa della festa, anche i miei si sono incazzati. Mi hanno detto sei stupida, devi farti furba, cosa ti costava invitarla?  Cosa te ne frega di quella grassona, ha detto mia madre, chiedile scusa e basta. Quella è una stronza. Va in giro a dire che tu e le altre la bullizzate. Io quando ho sentito la parola bullismo, sono saltata sulla sedia. Voglio dire, proprio non ci credevo. Da quando in qua cercare di aiutare una persona significa bullizzarla? Allora mi sono incazzata. Ammetto che mi sono incazzata. Non l’ho presa bene, ma proprio per niente. Insomma, mettetevi nei miei panni. Io Alice non la odiavo mica: semmai era il contrario. Non era colpa mia, se ero una bella ragazza. Non era colpa mia, se lei era brutta e grassa. Non era colpa mia se non si lavava. E mi toccava anche sentire le lamentele dei professori. Io non avevo fatto niente. Non c’entro niente, io. Non c’entra niente, Thomas. Le altre, nemmeno. Ma devo dire che sembrava una buona idea, in quel momento. Non dico che lo sia stata – avremmo dovuto capire che Alice non ci stava con la testa – ma sembrava una bella idea. Quando gliel’ho proposto, Thomas ha detto di sì. Neanche lui la sopportava, Alice, perché aveva detto alla Corradini che la chiamava cessa, scaldabagno e roito, e la Corradini lo aveva fatto sospendere. Thomas non vedeva proprio l’ora, anche se da un certo punto di vista non ne aveva affatto voglia. Si capisce, del resto: chi avrebbe avuto voglia?

E non è stato facile, non è stato facile convincere Alice, non è stato facile convincerla che Thomas voleva uscire con lei. All’inizio era diffidente, diceva non ci credo, all’inizio diceva non ci penso neanche, ma poi ha detto non lo so, magari posso dargli una mano coi compiti, magari posso dargli una mano, visto che è stupido, è proprio un asino, e magari grazie a me è la volta che prende sei in latino, perché no, vediamo cosa posso fare. Era diffidente, la stronza, ma alla fine si è lasciata convincere, alla fine ha ceduto alla vanità, la stronza, alla fine ci ha creduto. E lo ammetto, tornando indietro non lo rifarei, ovvio che non lo rifarei e anzi, a ripensarci era uno scherzo di cattivo gusto, era proprio uno scherzo di merda, ma un’altra ci avrebbe riso su, io ci avrei riso su, chiunque ci avrebbe riso su, Thomas è un bel ragazzo, chiunque avrebbe pensato: ma quando mi ricapita? Chiunque tranne Alice.

Lei no. Lei ci ha creduto. Lei ha creduto che uno come Thomas potesse guardarla e desiderarla e dirle ti amo. Bisogna essere proprio matti e ciechi e fuori di testa come Alice per credere all’impossibile. Non è colpa di nessuno se l’ha presa così. Nessuno l’ha costretta a fare quello che ha fatto. Poteva dire no, grazie, Thomas, vai via. E invece no. Ha fatto tutto quello che lui le ha chiesto, la vacca, l’ha fatto senza battere ciglio. E quando il video è girato, quando ha saputo che tutti l’hanno visto, sembrava che non le importasse niente. Noi ridevamo e a lei non importava. Noi la chiamavamo troia, e a lei non importava. Io mi son detta: non gliene frega niente. L’ho quasi invidiata, a un certo punto. Era superiore, lei. Era migliore di me, di Thomas, di tutti noi. Era grassa e non le importava; aveva i brufoli e non le importava; aveva i capelli unti e non le importava; nessuno si sedeva accanto a lei, e non le importava; quel video lo aveva visto tutta la scuola, e non le importava.

Durante l’intervallo, ero in bagno a fumare. Parlavamo del video, e ho sentito un botto. Tutti l’abbiamo sentito, ma io ci ho pensato subito. Non so perché, ma lo sapevo che era lei. Allora mi sono affacciata e l’ho vista. Ho visto il rosso dei capelli mischiato al sangue. Ho spento la sigaretta e sono tornata in aula.

 

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1 commento

  1. Emozionante e vibrante ! Rende reale certa cattiveria giovanile ! Ottima la scrittura che sembra accelerare il racconto verso il finale . Molto positivo l’uso del lessico giovanile !

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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