Matteo Meschiari: Il treno per Ballachulish

 

 

«nel mondo ghiaioso bruciato

 nel mondo vago

nel mondo verde ramarro

del venerabile Kutkh

il Corvo del Cosmo.»

 

Il Treno per Ballachulish di  Matteo Meschiari è il settimo libro dei Cervi Volanti, la collana che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata (esoeditoria), evidenti nella loro invisibilità e indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri sfollati, col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.

Pubblico qui alcune pagine in anteprima, insieme a una nota dell’autore. Le partiture visive e i segnalibri sono di Giuditta Chiaraluce.

 

 

NOTA DELL’AUTORE

 

56°40′24″N – 5°09′53″W, Ballachulish, sulle sponde di Loch Leven, Scozia, quella dei grandi ghiacciai scomparsi, quella dove vorrei finire il mio viaggio carnale nella caduta dei tempi. Un villaggio che non sapevo che esistesse e che un giorno, per un insolito inceppamento del caso, è apparso non richiesto sul mio portatile, mentre la fiamma di un camino scaldava gennaio. Un angolo di mappa che riempiva lo schermo, un pop up tra fiaba e poltergeist che mi ha turbato per molti giorni. Perché? Che cosa c’è a Ballachulish? Quale destino intercetta per uno come me che non crede a nulla se non a una grande marmellata di energia, senza scopo, senza Dio? Decido di scoprirlo, voglio andare a vedere, faccio un biglietto aereo per Edimburgo, il volo è previsto per fine maggio. Quando, rinchiuso nel mio studio-soffitta, tra febbraio e marzo, capisco che invece non ci andrò mai a Ballachulish, comincio questo poema narrativo, come promessa smaterializzata, come riparazione, progettando un mondo che nei miei calcoli avrebbe dovuto raggiungere i 10.000 versi. Era il mio modo per arrivare là mentre eravamo tutti nascosti in casa, magari non da Modena, ma dalla strada più lunga. Quali sono quindi gli antipodi di Ballachulish? Lo stretto di Bering? Come attraversare la Grande Asia artica e subartica? In treno? Con chi se con tutti gli esseri, umani, animali, divini, in un ultimo viaggio delle specie, dei saperi, del mondo vivente e immaginato, sopra una specie di Orient Express metafisico, proiettato come un fantasma contro la volta di una caverna? Il treno per Ballachulish non è solo un viaggio mai fatto o un poema mai finito. Nella sua confezione cartacea si interrompe addirittura prima, a metà di un verso, a metà di un dialogo, e continua nel mio manoscritto come una specie di organo-vestigia che un giorno potrei decidere di rianimare, ma in realtà, così com’è, è già il nostro ultimo viaggio nell’Antropocene, un percorso a senso unico, verso una Ballachulish-fine-dei-tempi che è più in là della portata della mia mano. In questo Snowpiercer verbale volevo metterci tutti, in terza classe gli umani proletari, in seconda gli animali parlanti, nella prima gli Dei, che banchettano per mesi. E, come Poirot, avrei voluto cercare l’assassino della divina Inanna, vestendo i panni di Fierabraccia Matisson, un leopardo delle nevi dal sangue di ghiaccio e dalle feline capacità investigative. Intanto, fuori, la steppa, la tundra, la brughiera, le costellazioni che per l’ultima volta vedremo prima di entrare nel lago di Leven, dove il Mondo finisce. Ma, dopo marzo, è arrivato aprile e Il treno per Ballachulish si è fermato poco dopo la partenza. Non doveva neanche uscire dalla soffitta e invece l’ho passato per affetto a un ragazzo. Mentre il vecchio sognava i leoni, il ragazzo ha deciso di farlo diventare un libro di ventotto pagine che, assieme a tutti gli altri di queste aeree Edizioni volatili, con disegni che sono in bilico tra le miniature irlandesi e i bigliettini di Auschwitz, incarna per me il futuro del libro e dell’editoria: antropologia del dono contro neoliberismo, cura contro merce, durata contro fretta, inattualità contro cronaca. Non doveva neanche esistere Il treno per Ballachulish, ma ora c’è, e oltra alla storia che lo precede e a quella che contiene, in poche centinaia di versi difende un’idea di poesia, epica, fantastica, cosmogonica, antropocenica. Ora, io non andrò a Ballachulish, il treno l’ho perso, ormai, ma voi che ci andrete seguite la mappa contenuta nel libro: seconda brughiera a destra, questo è il cammino, e dopo dritto, oltre il declino.

 

 

 

 

Matteo Meschiari (1968) è geografo, saggista e scrittore. È professore associato dell’Università di Palermo, dove insegna Geografia e Antropologia. Ha scritto diversi libri, tra cui Artico Nero (2016) e Neghentopia (2017), entrambi pubblicati per Exorma. Con Antonio Vena ha ideato il progetto TINA-LA GRANDE ESTINZIONE sull’immaginario collettivo nell’Antropocene.

 

 

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