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L’autunno in Sardegna di Ernst Jünger

Per i tipi di Le Lettere è uscito da poco Un autunno in Sardegna di Ernst Jünger, a cura di Mario Bosincu. Dei tre testi raccolti nel volume pubblico l’incipit del primo, intitolato San Pietro. [ot]

Maria Chiara Pruna – “Zona d’ombra”, 2011 – 60×120 acrilico su tela

di Ernst Jünger
traduzione di Mario Bosincu

Si possono raccontare molte cose sulle isole, ed è più facile iniziare che finire. Ricordo di aver parlato una volta con un giovane amico che pensava di scrivere una monografia intitolata L’isola. Dovetti dissuaderlo dal farlo, poiché l’argomento è così vasto che può dare filo da torcere a intere società di eruditi. Non sono isole solo quelle che appaiono come sabbia sul mare, ma tutto è isola, anche i continenti, e la terra stessa è un’isoletta nel mare di etere.

Ecco, forse, perché l’isola ci dà da riflettere non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi; essa rientra nel novero delle grandi immagini oniriche. Il desiderio di Sancio Panza di divenire il governatore di un’isola è un desiderio comune tra gli uomini; ognuno l’ha avuto dopo aver conosciuto la storia di Robinson. «Ci si dovrebbe ritirare su di un’isola». Insel, insula, isola, Eiland – sono parole usate per indicare qualcosa di segreto e compiuto. Suscitano l’idea di ciò che è proprio e della proprietà.

Se da una nave vediamo profilarsi all’orizzonte un’isola – l’abbiamo scambiata, dapprima, per un ammasso di nuvole, poi sono emerse lentamente le cime, le scogliere e l’anello dei frangiflutti – ci afferra la speranza. Quando la rivediamo scomparire e confondersi con la foschia, cadiamo in preda alla tristezza e ad una nostalgia dal carattere indefinito.

Si dice che le isole abbiamo avuto un ruolo particolare nella vita di Napoleone, perché, nato su un’isola, fu vinto da un’isola e morì su un’isola. Ma forse è anche perché in questo caso il destino diviene un po’ più chiaro. Ma è difficile stabilire che cosa si debba intendere per isola. I geografi, infatti, hanno discusso a lungo se definire l’Australia un’isola o un continente. Una definizione può essere data solo grazie ad una decisione che coroni un percorso

intellettuale, quale fu presa da Robinson quando, salito sulla cima più alta della sua solitudine, si vide circondato dal mare. Questo atto di maturità spirituale diviene tanto più difficile quanto più si è circondati e recintati da pianure. La forza dell’inglese risiede perciò meno nel fatto che vive su un’isola quanto nel fatto che ne è divenuto consapevole. È soltanto questo ad aver reso la Manica invalicabile. Se un giorno potessimo concepire in questi termini il nostro pianeta, anche l’umanità conoscerebbe una nuova maturità spirituale.

È fonte di confusione anche l’ordine di grandezza all’interno degli arcipelaghi disseminati nei mari del mondo. Si è tentati di distinguere le isole e le isolette in base alle loro potenze – mi riferisco meno a quelle algebriche che a quelle omeopatiche, indicate con dosi sempre più piccole. In questo senso, l’isola di San Pietro, a cui sono dedicate queste pagine, sarebbe un’isola alla terza potenza, poiché essa è vicina all’isola più grande di Sant’Antioco, che a sua volta è vicina alla Sardegna. Tuttavia, la serie di isole non può dirsi conclusa, perché anche San Pietro è attorniata da isole come una chioccia dai suoi pulcini. Di fronte alla sua estremità settentrionale, la Punta, si trova l’Isola Piana, sulla quale in maggio ed in giugno fumano le ciminiere degli stabilimenti di lavorazione del tonno, e anche da questa isola si distacca un’isoletta disabitata, l’Isola dei Ratti. Infine, lo stretto braccio di mare tra la Punta e l’Isola Piana è reso pericoloso da scogli ora ben visibili, ora invisibili, che a loro volta tendono all’individuazione, all’essenza delle isole. Tra di esse figurano quelle le cui pallide sommità emergono quando si abbassano le onde. Hanno il capo verde per la zostera pettinata dai flutti. Sono i territori delle aragoste, di cui San Pietro rifornisce le città, come fa l’arcipelago di Helgoland nel caso degli astici. Questo braccio di mare è noto fin dall’antichità anche come una delle classiche rotte per la cattura del tonno.

Altre isolette, come l’Isola del Corno e l’Isola del Gallo, si trovano ad ovest, altre ancora a sud, e spesso, come l’Isolotto del Geniò, sono così piccole che non sono indicate su alcuna carta. Quando il cielo è terso, in lontananza si vedono levarsi dal mare due ripide scogliere, il Vitello ed il Toro.

Per abbracciare con lo sguardo il proprio regno, come un tempo fece Robinson, la cosa migliore è salire sul punto più alto dell’isola, la Guardia dei Mori. Fu costruita nel luogo più adatto, una scogliera che si erge nell’entroterra, come punto d’osservazione per difendersi dalle scorrerie dei pirati africani. Caduta in rovina nel XIX secolo, durante la Seconda guerra mondiale fu occupata dalla contraerea. Ora è di nuovo un rifugio per gheppi e civette. Simile alla rocca del Graal, poggia su un basamento di pietra così stretto che sembra rastremare la scogliera. Dall’alto si può godere del colpo d’occhio di un’aquila.

I mori, per avvistare i quali fu eretta la torre di guardia, hanno giocato un ruolo importante nella storia dell’isola. Per molti secoli i loro assalti hanno reso l’isola inabitabile. Sarà servita, come molte isole poco sicure del Mediterraneo, come luogo in cui far pascolare le capre. Al massimo fu la dimora di alcuni pastori semiselvaggi che si nascosero in grotte o capanne di giunchi. Già nell’Odissea è dato leggere che i naviganti si rifornivano di viveri e che avvenivano degli scambi in luoghi del genere.

Sono questi minuscoli dettagli a rivelarci quasi sempre lo spirito di epoche del passato; assomigliano a talismani sfiorati dallo sguardo. È quanto mi accadde anche qui, quando discesi da Capo Sandalo verso la costa occidentale disabitata di San Pietro. Là un pescatore custodiva la sua barca. La vidi solo dopo essermi avvicinato molto, poiché l’aveva nascosta ad arte con del muschio marino. Temeva, infatti, che i traghettatori, o, almeno, certi traghettatori si sarebbero levati il gusto di rubargliela. Quando il clima mondiale peggiora un po’, non solo la barca, ma ogni cosa va nascosta. Per secoli le cose erano andate così, e la spiaggia solitaria a ovest dell’isola ha conservato quest’aura di pericolo. La sentii diffondersi dentro di me come un sottile alito di fumo mentre guardavo il muschio grigio-verde. […]

 

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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