Il giorno che sono morta

di Flavia Sforza

Il giorno che sono morta iniziò come tutti gli altri, né più né meno.

Esausta dopo una notte insonne e già in ansia per i numerosi impegni che costantemente affollavano le mie giornate, ero assorta, come in trance, mentre guardavo il caffè fuoriuscire dal beccuccio della caffettiera e inondare il piano cottura; come sempre, me la prendevo con me stessa perché, pur assistendo a quella piccola catastrofe, restavo immobile, incapace di oppormi.

Quella non fu l’unica catastrofe a cui non reagii quel giorno. A mia discolpa si può dire che la seconda, quella fatale, non era preannunciata da alcun segno premonitore.

Si pensa sempre che l’ultimo giorno della nostra vita debba essere contraddistinto da chissà quali segnali trascendentali, che ci invitino a godere appieno – per quanto inconsapevolmente – delle ultime preziosissime ore rimaste. Ammesso che si possa godere appieno di una situazione, convivendo con una sensazione indefinita di angoscia per un evento imminente e inesorabile.

In quel momento, però, il mio pensiero era rivolto solo a riparare il danno quotidiano del propagarsi del liquido scuro e profumato, sottratto all’assaggio benefico e risvegliante che già pregustavo.

Dopo una doccia veloce mi vestii, e per quanto non avessi incontri di rappresentanza, quel giorno un qualcosa dentro di me mi spinse a scegliere con cura gli abiti: a dare di me la rappresentazione che avrei voluto venisse ricordata. Come l’ultima, memorabile interpretazione di un attore al culmine della carriera. Forse questo sì, poteva essere un segnale.

Nella mia perenne lotta contro il tempo, mi precipitai giù per le rampe di scale, fuori dal portone e per strada, senza guardare nient’altro che lo schermo del cellulare. Non mi accorsi dell’auto che arrivava a tutta velocità, a dispetto dell’attraversamento pedonale.

Se ci ripenso, non ricordo assolutamente niente né dell’impatto – presumo violento – né di che cosa accadde dopo, se non un forte ronzio nei timpani, l’offuscarsi della vista, l’eco di un tramestio intorno a me.

 

Riaprii gli occhi di primo mattino. Dalla finestra filtrava la luce dell’alba. Non compresi dove fossi. Mi arrivava un bip bip di macchinari, intravedevo una flebo e percepivo un vago odore di disinfettante, luci di emergenza soffuse. E più che dolore, una sensazione di dolore.

La donna delle pulizie si appoggiò alla ramazza e mi guardò strabiliata; il suo viso si allargò in un sorriso caloroso e mi rivolse le prime parole che udii post mortem. “Buongiorno! Era ora, cara! Ti stanno aspettando tutti!”, e corse a chiamare l’infermiera di turno.

Gli eventi che seguirono si succedettero con una tale concitazione che non riuscii a raccapezzarmi di che cosa mi stesse accadendo.

Accorsero i medici, venni trascinata in un tour de force di accertamenti, distesa in barella su e giù per i freddi ascensori dell’ospedale; ogni volta venivo accolta dalle stesse parole: “Bentornata tra noi Irene, lei è una donna fortunata!”.

Onestamente, non capivo ancora in cosa consistesse la fortuna di essere trascinata in quel girone infernale di risonanze magnetiche e TAC, di prelievi e flebo; ero morta no? Mi lasciassero riposare in pace!

Poi, arrivò anche il momento, da me temuto, dell’incontro con i miei “cari”.

“Ehi amore, che paura ci hai fatto prendere!”.

Andrea era lì, visibilmente stanco: occhiaie scure cerchiavano i suoi occhi, anche se lo sguardo era apertamente felice, pieno di una gioia disarmante. Quello sguardo, finalmente concentrato su di me, non più distratto dai continui richiami del cellulare, mi parve una rivelazione, un miracolo assoluto.

Provai a parlare, ma non sentivo uscire alcun suono dalla mia bocca.

“Ma io sono morta!”  pensai. “È troppo tardi!”.

Allargai lo sguardo intorno alla stanza e vidi avvicinarsi mia figlia, gli occhi umidi di commozione e pieni di quella luce sua propria che rischiarava le mie giornate buie.

“Mamma”, si limitò a dire, la voce rotta dai singhiozzi.

“Amore, sono qui”, pensavo, ma la mia voce si rifiutava di uscire dalla gola e restava intrappolata dentro di me.

Lei notò il mio sguardo allarmato, intuì i miei sforzi, poi la vidi uscire dalla stanza, e crollai in un sonno profondo, prostrata da tutte quelle emozioni.

 

Gli eventi che seguirono sono rimasti confusi nella mia coscienza. Dentro di me avevo la certezza di essere morta, eppure medici, infermieri, parenti e amici si susseguivano ai bordi del mio letto e disquisivano sul mio “blocco del linguaggio”, che pareva non avere causa in lesioni organiche.

A un certo punto comparve Alfredo, il mio terapeuta, da anni paziente ascoltatore e fedele custode dei miei tormenti interiori.

“Irene, mi ha cercato tua figlia. Dimmi un po’… non vuoi tornare in vita o non vuoi tornare alla tua vecchia vita?”, mi disse, senza preamboli.

Mi sentii smascherata. Si stava così bene, per una volta, sentendosi addosso gli sguardi e le attenzioni di tutte quelle persone che, di solito, non mi guardavano, che non mi ascoltavano più, da anni, per le quali ero scontata e sempre più invisibile.

“Lasciami in pace, Alfredo, non vedi che sono morta?!?”, proruppe la mia voce, imperiosa e squillante, dopo giorni di prigionia.

“Ma poi sei rinata. Sei qui ora, non credi?”, mi disse, con un sorriso sornione e accogliente. “Può esserci una nuova vita per te, Irene, basta che tu lo voglia”.  Mi strinse la mano, mi lanciò uno sguardo d’intesa e uscì dalla stanza.

Sentii lacrime calde colare sulle mie guance, irrefrenabilmente, mentre un senso di pace mi invadeva il petto.

 

La sveglia mattutina mi riportò bruscamente a galla dalle paludi del sonno. Aprii gli occhi, ancora sospesa tra sogno e realtà, e mi guardai intorno rapidamente, incerta su dove fossi. I rumori familiari in cucina mi restituirono la consapevolezza che era stato solo un sogno. Purtroppo. Restai acquattata sotto le coperte, aspettando che tornasse il silenzio a confermarmi che erano usciti tutti, rincorrendo i loro consueti impegni, come tanti criceti dentro le loro ruote. La voce di Andrea, già di primo mattino fagocitato dalle telefonate di lavoro, sfumava per le scale mentre la porta si richiudeva. Non mi aveva neppure salutata.

“Sono morta. Non cercatemi. Starò bene”. Lasciai il biglietto in bella mostra sulla ètagère all’ingresso, assieme al mio cellulare e alle chiavi di casa, e mi tirai la porta dietro le spalle. Me ne restai un attimo ferma, con la schiena appoggiata allo stipite, sopraffatta dall’enormità del mio gesto. Respirai a fondo, sentii un misto di sollievo e ansia che si spandeva nel mio petto; poi, con passo svelto scesi le scale. Ridendo.

 

 

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