Livraisons

photo by Robert Mack

Una libreria in inglese

 

Di Angelo Vannini

 

 

A Phyllis Cohen,

e alla sua libreria di sogni

 

Non sono mai stato la persona adatta a questo, pensai una volta arrivato davanti alla porta, benché io a volte sia capace di fare quello che altri non possono fare in un lasso così breve di tempo, è evidente che non sono mai stato adatto, a questo come a ogni altra cosa del resto, perché tutto quello che ho intrapreso in vita mia è sempre capitato mio malgrado, anche se per idea mia, anche se profondamente voluto da me, come questa idea assurda e terribile di lasciare Perpignano per andare a vivere ad Aix-en-Provence, una cosa che certamente ho voluto io ma che è andata, fin da subito, contro me stesso, perché era evidente, e lo era fin dall’inizio, che mai sarei stato all’altezza di fare quello che ad Aix-en-Provence mi era chiesto di fare, scrivere seicento pagine, solo a me poteva venire in mente di lanciarmi in un’impresa del genere, dato che non avevo tempo la mattina, né il pomeriggio e tantomeno la sera, e poi anche con tutto il tempo del mondo era perfettamente chiaro che non sarei potuto riuscire a scrivere seicento pagine tutte in francese, perché io non sono adatto a queste cose, anche se a volte preferisco mentirmi e non voglio riconoscerlo, anche se la gente non vede la mia inadeguatezza per quella che è, la mia insufficienza rispetto alle idee che si fanno di me, o delle mie capacità, che sono del tutto errate.

Sono idee del tutto errate, come errato è questo progetto, pensai davanti alla porta, un progetto per cui io divento un anello assolutamente indispensabile, e che farò certamente fallire, se soltanto questa cosa fosse vera, ma vera, voglio augurarmi, non è, e allora con l’aiuto della sorte, perché di sfighe ne ho avute tante, una dietro l’altra, sempre, da quindici anni a questa parte, ininterrottamente, tantoché mi dico che prima o poi questa lunga discesa, per quanto evidentemente senza fondo, come sono tutte le discese quando sono vere discese, e non finte, dovrà incontrare qualche soprassalto, uno o due, una cosa tra mille che va per il verso giusto, almeno una volta, cristo, una dico, forse con una manna dal cielo ce la farò, e ci sarà una cosa che riesce come dovrebbe riuscire, pensavo davanti alla porta, almeno una e per cui saranno contenti del mio operato, e penseranno che sia anche merito mio se sono riusciti a raggiungere un obiettivo, come appariva allora, tra i più difficili, anche se è e rimane del tutto improbabile, ma qui è tutto nero, pensavo, non c’è nemmeno una lucina eppure non possono essere se non qua dentro, almeno così mi hanno detto, pensai appena vidi tutto chiuso e sbarrato, l’interno preso dal buio, ma la serranda non era abbassata e in vetrina ancora si vedevano libri come se non fosse chiuso, libri ovunque, da ogni parte, libri come se piovessero, eppure la porta non si apriva, maledettamente, cominciai a pensare, era chiaro che non si sarebbe aperta con la scalogna maledetta che mi porto dietro, e come faccio ora che loro non mi vedono né possono sentire dato che io non posso urlare, non devo attirare l’attenzione proprio ora, pensavo, dato che qui sul marciapiede la mia situazione è irrimediabilmente illegale, di sicuro mi capiterà qualcosa se rimango ancora in questa strada, le volanti non passavano mai nella rue Delavigne, mi avevano detto loro, ma io di queste cose non mi sono mai fidato in vita mia perché non so quante volte sono stato controllato in situazioni completamente improbabili, come quella volta ad Ancona mentre passeggiavo con un amico, tranquillamente, nella maniera più tranquilla del mondo un piede dopo l’altro sul marciapiede della Via Nazionale, quando appena svoltati a sinistra davanti a un bar tre carabinieri col mitra, pareva che aspettassero proprio noi quei diavoletti, mezz’ora per controllare la carta d’identità via radio mentre ci tenevano sotto tiro col mitra come fossimo banditi usciti da una rapina, ed eravamo pure vestiti bene quella volta, camicette abbottonate e appena stirate, un primo pomeriggio d’estate, che cazzo ci facevano lì col mitra in un pomeriggio d’estate, pensai mentre ero davanti alla porta, con la sfiga che mi ritrovo passerà sicuramente una volante dei gendarmi stanotte, passerà proprio qui se non mi sbrigo ad entrare, ma loro non rispondono, anche quando comincio a bussare, non c’è nessuno dentro porco cane, m’hanno lasciato qui nella merda, era prevedibile, era assolutamente prevedibile che sarebbe stato un viaggio fatto completamente a vuoto e che mi sarebbe costato caro, avevo pensato mentre nessuno da dentro rispondeva, esposto nel mezzo della notte ad ogni tipo di ispezione, multa, prelevamento e incarceramento, tutto questo era chiaro che sarebbe successo, se all’improvviso, dopo non so quanto tempo, non mi avessero aperto. Io non ero adatto a quelle cose, a tutte quelle cose voglio dire, quello che facevo ad Aix-en-Provence come quello che avrei dovuto fare lì a Parigi, non ci sarei mai riuscito, per non parlare poi di quello che avevo fatto a Perpignano e per cui, quasi, ero morto di fatica e follia, con la schiena a pezzi e otto chili in più che non riuscivo a smaltire, per quanto corressi, per anni, tutta colpa del mio metabolismo, anche con quello sono stato sfigato, una che ne andasse dritta non c’era né ci sarà mai, la merda surgelata, parevo avanzando, se soltanto qualcuno mi avesse guardato accuratamente se ne sarebbe accorto, era evidente, ma nessuno mi guardava accuratamente e la cosa non mi sorprende, perché io stesso avrei fatto di tutto per tenermi lontano dalla mia vista, se solo avessi potuto, invece non potevo e mi toccava essere di nuovo lì con me stesso nel mezzo della notte aspettando che mi aprissero, e anche dopo che mi avevano aperto ero rimasto solo con me stesso, in mezzo a tutti gli altri che a poco a poco si erano alzati e visibilmente non erano per niente contenti del mio arrivo, e come biasimarli del resto, dato che neanche io ero contento, quella volta come ogni volta, dell’arrivo, che evidentemente non ero capace di fare e che fallivo miserabilmente in modi sempre più disastrosi e avvilenti.

A Perpignano, almeno, ero potuto sparire, anche se solo per un lasso limitato di tempo, a Perpignano avevo potuto far finta di non esistere e questo aveva potuto confortarmi, per un po’, e soltanto relativamente, ma poi da Perpignano decisi di andarmene per tentare questa follia di Aix-en-Provence che pagherò certamente caro, e presto, non appena la mia impossibilità di adempiere il contratto che ho firmato cinque mesi fa diverrà chiara a tutti, tempo un anno o due al massimo, pensai una volta entrato nella libreria, che non so perché ma non pareva una libreria anche se era piena di libri, e quella cosa non era certo di buon augurio, pensai, e subito pensai a non pensarlo, non più per tutto il resto del viaggio, tempo un anno o due e si accorgeranno dell’errore madornale che hanno fatto con me, sarò espulso dal centro di matematica applicata e mi toccherà fuggire da Aix-en-Provence e probabilmente tornare a Perpignano, anche se a Perpignano non ho più niente da fare, ma almeno da Perpignano potrei andare facilmente, si fa per dire, a lavorare in Catalogna, fare avanti e indietro tra la Spagna e la Francia per insegnare a scuola, finché, pensai, non mi sarebbe esplosa la testa.

A Perpignano sarebbe stato possibile, mentre ad Aix no, ma io in quel momento mi trovavo ad Aix, dove tutto sarebbe, un giorno all’altro, precipitato, anzi no, non ero più ad Aix, ero appena arrivato a Parigi senza sapere neanche il perché, imbarcato in un progetto completamente folle per cui non ero certamente all’altezza, mi trovo completamente allo sbando, pensai una volta entrato, è un miracolo che non mi abbiano già arrestato e chissà come farò, a festa finita, per ritornare a casa, a festa finita avevo pensato, anche se era chiaro che non era una festa la ragione per cui mi avevano voluto lì, una ragione di estrema ed impressionante urgenza, mi aveva detto Éléonore per telefono, fiondati ti prego, aveva detto e subito mi ero fiondato, come se avessero avuto davvero bisogno di me quando era del tutto evidente che io ero e sarei rimasto in ogni senso superfluo, e non si capiva perché continuassero a chiamare me, dato che non ero certamente il migliore in questo mestiere, che tra l’altro non era un mestiere perché non poteva darmi da vivere dal momento che facevo di tutto per restare nella legalità, e io non volevo essere uno illegale, assolutamente, mai avrei accettato di esserlo, e quindi mi toccava farmi assumere di anno in anno dai dipartimenti più svariati delle più svariate università per avere di cosa pagare l’affitto e comprare il pane, io non ero ricco e anche su questo ero stato sfortunato, perché c’è chi nasce senza problemi di soldi e senza problemi di soldi finirà per morire, ma io non facevo parte di questa categoria, i miei erano poveri cristi nati e cresciuti a Vaccarile dove pure io ero nato e cresciuto, prima di finire ad Urbino assieme ad altri poveri cristi, quanti crocifissi, mio dio, pensai una volta finito dentro alla libreria, quanti ne ho visti in tutto e quanti ne sarò ancora condannato a vedere. E questi qua pure erano poveri cristi, pensai, quello là da Buenos Aires è dovuto fuggire e da anni si nasconde a Parigi sotto falso nome, questa che da Chicago è venuta a ripercorrere le orme della Resistenza francese, quell’altro che si spaccia per greco ma in verità è apolide, dove cazzo sono finito, pensai, e soprattutto perché, per quale dannata ragione mi sono imbarcato in questa impresa chiaramente destinata a fallire, e per di più in un momento come questo, in cui sarei dovuto rimanere ad Aix-en-Provence a fare quello che stavo facendo, cioè niente, perché niente ero in grado di fare ad Aix-en-Provence dal momento che anche lì mi ero imbarcato in un’impresa impossibile, seicento pagine di formule, e per di più in francese, formule che mai sarei riuscito a scrivere, dovendo lavorare mattina pomeriggio e sera soltanto per tirare a campare, questo mondo è un mondo di santi, pensai una volta tolto il giaccone, tutto un sacrificio e nessuna redenzione, almeno non in questa parte della vita, e io non credevo all’altra parte, non sono uno che crede facilmente, pensai, non ho mai creduto alla befana per esempio, o a babbo natale, quando nonna e nonno ci venivano a trovare dicendo questo te lo manda babbo natale io sparavo già allora una pernacchia, e correvo via, perché capivo, se non vedo non credo, ma quello che vedo credo, e vedevo tutti i santi, i sacrificati, i matti, le bollette da pagare e le madonne da tirare, e chissenefrega, dicevo al prete ogni volta che mi pronosticava l’inferno, e avevo ragione io, perché l’inferno è in questa terra, non in quella. Togliti la merda dalle ossa, vedi se puzza ancora, dicevo ogni volta a mia sorella, se puzza ancora è perché tutto è dentro, rogna pure nel sangue, aveva fatto bene lei a lasciare l’Europa per rifugiarsi in Vietnam, e mi dicevo spesso che anche io avrei dovuto raggiungerla, mettere una croce sopra a tutto quanto e partire, ma poi quando andai in estate mi resi conto che non era meglio, la vita lì era uno scatafascio esattamente come qua, esattamente come qua si tribolava per le stesse ragioni per cui tribolavamo qua, cosa ho fatto di male io, pensavo allora da mia sorella, che neanche qui posso stare in pace due minuti, è proprio vero che è nel sangue, mi dicevo, e già ero tornato via, ero a Perpignano ancora prima di essere tornato a Perpignano, e una volta tornato davvero a Perpignano ci misi poco per andare ad Aix-en-Provence senza esserci ancora andato, pensai mentre guardavo i libri che erano ovunque, per terra e sugli scaffali, tutti in inglese cristo santo, neanche un testo in francese in una libreria del sesto arrondissement, manco fossimo davvero a Berkeley, mi dissi, perché noi viaggiamo con la mente prima del corpo, e solo dopo il corpo segue, ma a volte è il corpo che va e la mente che tiene, non si muove, e allora chissà se mai mi sono mosso da Vaccarile, pensai davanti agli scaffali tutti in inglese, a Perpignano forse non ci ero mai arrivato e me ne rendevo conto in quel momento stesso, mentre mi preparavo a essere nuovamente inutile per me e per tutti in una faccenda, come disse Éléonore, della massima urgenza, che certamente non avrei saputo affrontare nella maniera adeguata, ammesso che una maniera adeguata potesse mai esistere in un mondo come quello in cui siamo stati condannati a vivere.

Ma porca, vociferavo, porca, sempre dentro di me, mentre quelli si muovevano tutti in coro per sistemarmi, era quasi commovente tutto quel giostrare all’unisono attorno al mio materiale, devono tenerci davvero, pensai, se in piena notte ancora non mi hanno mandato a cagare, io mi sarei mandato a cagare molto spesso, se avessi potuto, pensai, e soprattutto per esser piombato dal nulla con così tanto ritardo, ma cosa mi è saltato in mente, partire da Aix-en-Provence in una situazione di emergenza sanitaria assoluta per andare illegalmente a Parigi, al fine di compiere un’operazione che mai sarei riuscito a compiere, in pieno lockdown, e questo avrebbe dovuto essere sotto gli occhi di tutti, ma loro probabilmente fingevano di non vedere, era davvero improbabile che pensassero si potesse realizzare grazie a me quello che volevano realizzare, anche per una combriccola di svitati come erano loro, non era verisimile che ci credessero davvero, pensavo mentre mi sistemavo, in ogni caso non sarei mai riuscito a dormire quella notte, questo era evidente, e anche le seguenti, sarebbe stato impossibile dormire in una situazione come quella, in un posto come quello e con tutto quello che stava succedendo fuori, una città fantasma, mi era sembrata, mi accorsi in quel momento, Parigi al mio arrivo, e probabilmente non sarei mai riuscito ad arrivare in quella libreria senza risvegliare almeno un fantasma. L’unica cosa bella, pensai mentre attaccavo i computer alla corrente, è che a quella gente importa di me, almeno apparentemente, mi hanno sempre detto le cose come stanno, che fanno quello che fanno non per soldi, perché non li hanno e mai li avranno, ma per giustizia, per giustizia fanno quello che fanno perché quando il mondo è rotto c’è chi pensa ancora che bisogna aggiustarlo, e questo era per me l’unica cosa bella che però non poteva darmi sollievo perché io non ero all’altezza, non avrei mai potuto far parte del loro gruppo in pianta stabile senza morire, un giorno o l’altro, di fame, e non capivo come facevano loro, a non morire di fame, uno con meno lavoro dell’altro, chissà quale era il segreto, chi gli spesava l’affitto, dato che, ne ero sicuro, non era il commercio perché non vendevano, non era il Centro di Mediazione Anticoloniale perché ancora non esisteva, ancora quel centro non era un centro, dato che sarebbero divenuti loro il centro, ognuno di loro e tutti assieme, un passeraio, non avevano neanche un ufficio se non quel buco di libreria in cui si rifugiavano di tanto in tanto da qualche mese, a quanto Éléonore al telefono mi aveva detto, ma come si fa, pensai, a essere in una situazione come questa, in un posto come questo, cacciato qui senza nessuna possibilità di successo, niente, a Parigi non riesco, ad Aix sarà un fallimento, Perpignano ormai per me non esiste più, come mi sono ridotto, tra l’altro non si sa nemmeno se ad Aix riuscirò a tornare senza farmi arrestare, solo a me poteva capitare una situazione così, per cui l’unico posto sicuro è questo qui, una libreria in inglese, chissà come ci sono finiti gli altri, pensai, il quartiere dell’Odéon, dico, roba da matti, voler guarire il mondo a partire da qui, come fosse un sogno o un bisogno, una fisima da bel lunedì.

 

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

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