In nomine Patris

La mort d’un Père de famille, regretté par ses enfants – Greuze

di Anna Giuba

21 maggio, casa di Giovanna e papà, ore 15,30

 

–        Dài, su, vedrai che passeremo ancora dei bei momenti insieme… – dice stringendomi la mano.

No, papà, non ci sarà più nessun momento bello insieme. Tu non lo sai, ma una rondine ha fatto il nido nel tuo cranio e fa pure i piccoli, questa rondine testarda. Siedi sul divano del salotto e mi guardi con un sorriso. Tu non lo sai perché non ricordi più le cose, perché nessuno di noi ha parlato (lasciatelo tranquillo), perché se tu lo sapessi che la rondine c’è ed è più viva che mai, forse ti getteresti dal balcone. C’è qualcosa che non quadra, certo la rua ironia è rimasta la stessa (la vita, che ciulata!), ma perdi brandelli di memoria, (non me lo ricordo, quello che volevo dire…), la tua memoria, il tuo tesoro più grande di ottantatreenne che ne ha viste di tutti i colori, ecco, ora la vita non ha più colore, è un lento spossarsi di giorni.

–        Giovanna, fai qualche fotografia a me e mio padre? –

Qui, adesso, sul balcone con i vasi di un maggio lieve, io con la mascherina anticovid e i guanti di lattice, lui, niente, nudo nel viso come nell’anima, e i capelli folti e bianchissimi, ricordo di una bellezza antica ma pervicace. E la sua innata eleganza, che spicca nel movimento tenue vestito di una lacoste bianca. Ridiamo per qualcosa su Woody Allen, poi clic, un bacio con la mascherina, clic, una posa caravaggesca dove mi appoggio a lui come ad un Cristo, poi il mio capo sulla sua spalla alta, e lui come sorride, come in un sogno troppo breve.

 

21 luglio, capolinea della navetta dell’ospedale per terminali, ore 14,47, 40 gradi centigradi

Non voglio essere qui. Stamattina ho fatto la doccia e mi sono asciugata con il suo accappatoio. È quasi un residuato bellico, avrà vent’anni. È un accappatoio verde smeraldo, ancora sanissimo, e ci sto dentro tre volte, come in un suo abbraccio. Non voglio essere qui. Darei qualsiasi cosa per essere da un’altra parte. Forse su un lento fiume africano, dove il rosa delle piume dei fenicotteri scintilla nel vasto, e gli steli delle zampe ravanano nel fango per trarne bellezza. L’ospedale per i terminali è sulla collina di Torino, ora densissima di un verde che esplode estate. No, non voglio essere qui. Sto seduta sul gradino di una pizzeria chiusa, nell’ombra afosa di una preghiera appena sussurrata tra le labbra, la mascherina abbassata per fumare.

Mi riconosci ancora, papà, ieri mi hai sorriso e carezzata, hai detto il mio nome con la bocca riarsa. Non posso darti acqua, anche se me la chiedi, posso darti l’acquagel, che è una gelatina melmosa e idratante. Ti imbocco come facevo con il cucciolo di quaglia che nonno aveva portato da caccia in un’estate lontanissima d’infanzia, un uccellino che stava nella mano di bambina. La nutrii per una notte intera, al calore di una lampadina, in un nido di cotone, con uno stuzzicadenti. Chissà se lo ricordi, ora che la tua mente sembra essere in un’altra dimensione, così lontana dalla realtà marcia che tu affrontavi con forza di toro.

 

10 agosto, stanza numero sedici, ospedale dei terminali, ore 15,30

Ora non mi riconosci (papà! Papà! Sono io!). Appena un vibrare di ciglia. Ti accarezzo i capelli. Ti tengo una mano bianchissima. Sei trapunto di aghi e tubicini. Ma la realtà è un’alta, la tua magrezza di uomo alto e sportivo. Quelle braccia e quelle gambe d’osso puro le ho viste solo a Dachau, e Treblinka, e Auschwitz Birkenau. Non sono le tue braccia che mi stringevano forte. Sono braccia e gambe in bianco e nero, dietro fili spinati lerci d’elettricità. Tu non sei più mio, non sei più qui. Lasciatelo tranquillo, dicono, non cercate di stimolarlo, dicono. Ma come faccio. C’è troppa morte nei tuoi arti, e un dolore che sfianca i miei.

Io lo so. Potrebbe succedere un miracolo, potresti alzare il capo e dirmi, ma che giorno è? Dove siamo? Portami a casa. Sì, potrebbe succedere. Di certo c’è solo una cosa, che stanotte dormirò raggomitolata nel tuo accappatoio, nonostante il caldo, nonostante tutto. Forse.

 

Anna Giuba, 22 agosto 2020

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11 Commenti

  1. Inanzi tutto un grazie dal profondo di me a Francesco, che mi sostiene da tempo e crede in me. Un grazie che sorge spontaneo, senza piaggerie. E un sorriso.

  2. le stesse sensazioni, lo stesso dolore
    per un padre con capelli folti e bianchissimi.
    grazie
    (bellissimo, si)

  3. condividere un dolore così forte e così intimo non è da tutti. dare voce e nome alle cose neppure.
    è bello, asciutto, conciso, forte, denso.
    una potente dichiarazione d’amore.

  4. Racconti il tuo dolore con coraggio e generosità, così dai parole al dolore che tutti prima o poi conosciamo… grazie per questo tuo saper “trasformare il dolore in bellezza”

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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