da “Romanzetto estivo”

di Gherardo Bortolotti

Nell’estate del 2019 mi sono separato; è morto mio padre; ho incontrato dopo 25 anni il mio primo amore e, la notte stessa, ho visto una stella cadente. Potrei scriverci un libro e intitolarlo Romanzetto estivo. Ma, in effetti, già così è come se l’avessi fatto.

47. Quello che spesso dimentico è che le ore della sera hanno una peculiare intimità con la colpa, il difetto e il senso di disfatta. Non che quelle del mattino siano più clementi ma almeno gli orrori che promette la giornata, l’esilio a cui mi costringe il salario, tolgono il fiato e sono rapidissimi nell’occuparmi il cuore e la mente. La sera, il riposo e la meccanica chiusura del giorno finito hanno, invece, tutto l’agio di presentare il mio fallimento e la consistenza puerile dei miei sogni d’amore. Nei minuti prima del sonno penso allora a qualche episodio con Irene, per esempio quando camminavamo una sera di novembre e cercavo di baciarla mentre lei rideva al riparo del cappuccio e continuava a chinare la testa per impedirmelo. Mi ricordo soprattutto le sfumature della penombra, dentro le pieghe del cappuccio, che sembravano quelle di un cespuglio dei giardini suburbani che stavamo costeggiando, e la grazia del gesto di chinare il capo che era un rifiuto ma anche un piccolo inchino al suo sentimento per me.

48. Come quando ho incontrato Armilla alla festa di due sabati fa. Ci siamo salutati, come desideravo, portati dalle due correnti opposte di chi si allontanava e di chi si avvicinava al buffet, e ho avuto una vampata lungo la pelle delle braccia mentre reggevo il mio bicchiere vuoto e mi sentivo un uomo. La pausa tra il suo “Ciao” e il successivo “Come stai?”, sospesa per la frazione di secondo necessaria a guardarci da adulti nel fondo degli occhi, mi ha fatto sentire la tensione erotica di un primo bacio imminente che ho poi scaricato, lasciandomela alle spalle intenta a parlare con qualcuno, camminando verso la pista da ballo mentre iniziava a battere nelle casse Blue Monday. Dicevo ad alta voce ma a me solo: “Che splendida, che splendida!” e immaginavo l’amore, la sua lingua in bocca, le mani addosso e sequenze confuse di momenti in cui quella sensazione bellissima si sarebbe ripetuta. Fatto sta che le ho già mandato alcuni messaggi in chat e ottengo solo risposte garbate, brevi, evidentemente distanti.

49. Anche se, ripensandoci, forse uno dei momenti più belli con Bauci è stato quando eravamo in piscina sotto il sole di un tardo pomeriggio di luglio e dopo il bagno, mentre facevamo i nostri discorsi da fidanzatini, le ho spazzolato i capelli per mezz’ora, sedendo alle sue spalle, e le ho fatto la treccia. Me li sono ricordati più volte negli anni quei capelli da ragazzina, lunghi, biondi, momentaneamente eterni. Mi ricordo il gesto ripetuto di intrecciare alternativamente le ciocche, l’impegno che ci mettevo, mentre sentivo il piacere della cura del suo corpo e il calore del sole. Ricordo la pelle liscia e abbronzata della schiena, con le sue pieghe, i piccoli nei, e aveva gli stessi riflessi estivi, dorati, perpetui. Sarà stata la vicinanza dell’acqua ma, quando ho finito e si è voltata, il suo sguardo aveva una profondità liquida e appagata che ora capisco essere quella dell’amore, una dolce beatitudine che nell’istante non sapevo spiegarmi e mi sembrava la cosa più bella e inaspettata che avessi mai visto.

50. In genere provo più sollievo che pietà per i morti, che hanno già superato la soglia delle relazioni passate e anche l’ultima umiliazione hanno lasciato alle spalle. Ma forse il sollievo è solo per me perché, morti, non mi chiedono di deluderli ancora, non mi chiedono di accettare un segreto che nemmeno loro sanno pronunciare, non mi chiedono di compiere le profezie limitate a cui hanno per colpa creduto. E ancora di più per mio padre, che era un uomo triste, ingenuo e cupamente incapace di arrivare all’amore, a suo tempo protagonista di una confusa vicenda di viaggi per il mondo, aneddoti ribaldi e regali dai duty free e successivamente, negli anni, figura comunque ammirata della prepotenza, della stanchezza, della sterile forza di volontà. Quando è morto era più sorpreso, quasi costernato all’idea di avere finito il suo tempo, che il riscatto era mancato, che la ferocia ottusa ma quasi innocente con cui aveva vissuto non fosse stata abbastanza per risparmiarlo, per regalargli l’eternità mitica in cui aveva sempre vissuto.

51. Comunque sarebbe bellissimo per esempio che a una serata post-punk, mentre ballo cantando stonato “It’s getting faster / moving faster now” e mi sento Ian Curtis, Ipazia si avvicinasse e mi piantasse in faccia i suoi occhi scuri e quel sorriso beffardo, forse dovuto all’amore o alla piega delle labbra che le generazioni le hanno lasciato in dono. Mi immagino la scena e lei che si avvicina terribile con un bicchiere in mano, mentre noto il colore delle unghie, il seno, la forma dei fianchi. E sorrido anch’io. Mi sarebbe piaciuto essere uno di quelli che fanno girare la testa alle donne un po’ con lo sguardo e un po’ con le parole, che le sorprendono e gli fanno sentire di perdere il controllo perché è troppo bello credere a ciò che si sentono dire, perché le frasi audaci sono, a loro modo, la piccola promessa di un riscatto. Ecco a quel punto direi una cosa roboante tipo “Tra il vero e il falso scelgo sempre la leggenda. Ti dispiace essere la protagonista di questa?” e lei mi direbbe di no e mi chiederebbe di raccontarla.

 

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