Radiodays: intervista a Gianni Maroccolo

Photo © Marco Olivotto

Suoni di frontiera scorrono lungo antichi canali

in conversazione con Gianni Maroccolo

di Mirco Salvadori

 

Il temibile grand tour nel passato: quando “l’eroe della nuova onda” tutt’ora combattente, viene a contatto con il microfono del giornalista di turno che inizia a vagare all’infinito nel suo trascorso artistico, quasi a dover ancora e nuovamente sottolineare una tenacia che, nel caso di Marok, non ha più bisogno di essere documentata.

 

Esistono decine di anni a dimostrarlo, testimonianze fissate sul vinile, fiumi di parole scritte sulle pagine di un’epoca che solo uno stolto può cancellare. Gli anni ’80, quella piccola rivoluzione musicale italiana si è rivelata un importante fenomeno culturale raccontato nelle mille lingue di chi lo ha vissuto ma, come nel resoconto di una narrazione orale, la realtà ha iniziato a perdere i contorni della storicità ben definita, perdendosi nelle varianti del ricordo diffuso. Ecco quindi che le domande poste devono cambiare pelle, trasformarsi in indagine meno sentimentale e più introspettiva. Credo si debba chiedere il permesso di entrare nell’intimo del testimone di quei tempi per capire cosa realmente sia successo e lo si debba fare nel presente, parlando degli accadimenti dell’animo e cosa hanno fatto scaturire artisticamente ora, a distanza di quarant’anni.

Con Gianni Maroccolo lo si può fare, si può chiedere permesso e quella porta verrà aperta permettendo di scoprire il vissuto reale di un musicista e produttore che ha fondato i Litfiba si, ma soprattutto ha creato e sa creare musica capace di basare le sue radici nella cultura non solo musicale odierna, ben lontana dai sempre comunque amati vagiti imprigionati nelle trincee create dalla nostalgia, caliginosa sostanza che invade come gas tossico ogni terra di nessuno.

 

Photo © Marco Olivotto

Com’è Gianni, come hai affrontato e stai affrontando questa lunga maledetta e invisibile tempesta.

 Più che affrontarla la sto attraversando come tutte le altre tempeste che la vita ci impone di vivere. Passo dallo sconforto alla voglia di non mollare; insomma procede a corrente alternata pur ritenendomi comunque un privilegiato. La mia vita, ad eccezione del contingente e dell’ impossibilità di poter suonare dal vivo, procede più o meno come sempre. Mi manca la frequentazioni dei miei cari, degli amici, ma non soffro le restrizioni né le vivo come una privazione delle mie libertà personali. Cerco di non lamentarmi troppo e continuo a non aspettarmi niente da nessuno né tanto meno dai governi e dai politici. Da sempre abituato a contare solo su me stesso procedo in attesa che il peggio passi. Ognuno di noi ha perso qualcosa o qualcuno in questo periodo, io compreso, ma fa parte della vita e credo sia inutile ricercare ora cause, nemici e/o colpevoli.

Secondo il tuo sentire, questa esperienza andrà a cambiare i rapporti interpersonali, stravolgerà le abitudini del confronto interpersonale?

 Non credo. Ma penso che in futuro riusciremo perlomeno a rivalutare e a dare importanza a certe piccole cose che davamo per scontate o che ritenevamo non essenziali. Spero anche che questo periodo di ristrettezze economiche ci faccia comprendere quanto sia inutile sprecare energie e soldi per il superfluo, il non necessario.

Ora è impossibile agire come verrebbe naturale fare. Vige il divieto di riunione e risulta impossibile creare e distribuire immaginazione, dopo che si è fatto a pezzi il tempo per raggiungere quel sogno. In questo malnato periodo il ricordo rimane uno dei pochi rifugi confortevoli nei quali raggomitolare la propria anima comunque ferita. Mentre ti scrivo sta girando sul piatto la versione rimasterizzata di vdb23, un vero album di ricordi e forti emozioni per chi ora lo sta riascoltando e presumo anche per chi lo ha composto. Tu e Claudio Rocchi, la tua musica i suoi testi. Partiamo da qui Gianni, dal ricordo e dall’importanza che riveste nel tuo andare.

 Il ricordo è parte del mio presente. E’ dentro di me e condiziona benevolmente ogni mia scelta, ogni mio gesto. Così come Claudio di cui non riesco a parlare declinando ciò che ci unisce al passato. E’ vivo nel mio vivere “qui e ora”. Ogni ferita è destinata a rimarginarsi così come un’ Anima che è stata dilaniata dal dolore. Magari rimane qualche cicatrice visibile, ma le ferite si chiudono sempre. Una delle ragioni che ti portano a procedere senza paura né rimpianti (come diceva Claudio) è la grande possibilità di abbandonare il noto per l’ ignoto. Vdb23 è stata l’ evoluzione in musica di un rapporto umano quasi miracoloso e di un viaggio (ancora in corso) verso la Conoscenza. Questo riguarda, credo, più il legame tra me e Claudio, ma mi piace credere che Vdb sia un’ esperienza che trascende da tutto: dal tempo, da ogni credenza, da ogni moda, da ogni stile. Una vera e propria esperienza di ricerca e di conoscenza interiore e umana. Claudio attraverso Vdb, ci ha lasciato parole e pensieri di una densità e di una profondità Altissima. Sono e rimarranno a disposzione di chiunque abbia il desiderio di abbandonare appunto il noto facendosi trasportare verso l’ ignoto dove spesso ci attendono sorprese inimmaginabili.

 

Un altro passaggio fondamentale incontrato nelle curve delle strade a sorpresa è il tuo bisogno di ritrovarti solo, di sentire attorno a te questo alone di ritiro dentro il quale poter fare e disfare senza mediare con chi solitamente ti è a fianco nella composizione. In realtà, durante tutto l’arco dei quattro capitoli del progetto Alone, di artisti ne hai avuti molti a farti compagnia anche se l’aria che si respira ascoltando il lavoro, ha decisamente il tuo volto e il tuo pensiero. Ti chiedo di fare un ulteriore salto passando dal ricordo alla solitudine o al bisogno di distacco. Da cosa é scaturito e quali i benefici che ti ha donato.

 

C’è da dire che sono sempre stato un po’ orso. Non temo la solitudine e mi emoziona la malinconia che niente ha a che fare con la tristezza. Stare a lungo da soli amplifica la bellezza dell’ incontro e del ritrovarsi. Credo possa valere anche per la musica. Affrontare un viaggio in solitaria non significa (almeno per me) necessariamente farlo da solo ma condividere esperienze e incontri speciali… per un attimo ci si ritrova a viaggiare insieme per poi salutarsi e proseguire ognuno verso la propria destinazione. Senza la necessità di organizzarsi, senza il bisogno di decidere e/o pianificare, senza aspettative. Scambi creativi ed energetici magari brevi, ma quasi sempre intensi. Alone è il mio viaggio in solitaria certo, e desideravo da tempo “partire”, ma non ho pensato che sarebbe diventato una classica esperienza “solista” ortodossa. Mi piace troppo la musica di insieme così come condividere e confrontarmi con altri esseri umani, altra musica, note e suoni. Alone non nasce dal desiderio di distacco né dalla scelta di arroccarsi, ma dalla curiosità di sperimentare in primis me stesso in una dimensione fino ad ora mai vissuta per paura o forse per pudore. Forse l’ unico beneficio tratto sin qui da questa esperienza è avere compreso che tutto sommato sono ancora in grado di fare musica e di comporre qualcosa che abbia un senso anche nella dimensione temporale attuale. Così è tornata ispirazione e voglia di produrre ancora, e una maggior sicurezza in me stesso. Come dire… beh, tra tanta musica o pseudo tale, possiamo continuare ad esistere sia io che la mia, di musica. Così anche per me continua ad avere senso proseguire e ricercare un piccolo spazio vitale.

Da solitudine a indipendenza il passo è breve. Indubbiamente tu sei uno dei rari e veri artisti indipendenti ancora in circolazione. Giungi da epoche lontane, nelle quali questo termine aveva un senso reale, un significato che si è perso nel corso del tempo. Sai bene come la penso a tal proposito. Quale, se puoi esprimerlo, il tuo parere a tal riguardo. In questa Italia musicalmente allo sbando, in balia di Talent Show che massacrano la creatività, preda dell’ignoranza musicale che tutto fagocita e rigetta. In questo palcoscenico sul quale continuano ad esibirsi e vengono scambiati per vivi, i resti dell’Indie morto da decenni, o dell’autentica canzone popolare. Nel belpaese tutto finti premi e cotillons, che senso può avere ancora il termine indipendente e quale la difficoltà nel continuare a indossarlo.

Non ci avevo mai pensato ma in effetti, perlomeno nel mio caso, una certa tendenza alla solitudine può avere alimentato non poco il mio desiderio di indipendenza. Nel momento stesso in cui veniamo al mondo ci ritroviamo di fronte ad una serie di convenzioni, regole, usanze che nei primi anni della nostra vita accettiamo come dati di fatto. Poi con il tempo inizi a porti delle domande, a dubitare e a cercare di comprendere se ciò che si era ritenuto scontato e giusto lo fosse realmente. Nel momento in cui ho iniziato a mettere in discussione queste “certezze” ho avuto il desiderio di conoscerle seriamente così da arrivare a poter fare delle scelte per poi ricercare e/o creare alternative congeniali ai miei desideri e alla mia vita. La non accettazione a priori di qualsiasi tipo di “status” ti costringe ad approfondire ma al tempo stesso ti da la possibilità di scegliere. E credo che ogni scelta ponderata ci renda liberi di mente e indipendenti da tutto e da tutti. Comprendere il contesto temporale in cui viviamo (e quello da cui veniamo) aiuta a trovare mezzi, soluzioni, e opportunità per provare a concretizzare i propri desideri. Utilizzare il “contesto” quindi per costruire la propria vita nel modo più indipendente possibile da esso. Fosse per me abolirei il tempo convenzionato e costretto in 24 ore, mesi, anni o tornerei a quando gli intervalli musicali non erano “temperati” etc…. ma tutto non si può avere. Il ritagliarsi la propria indipendenza non è necessariamente, almeno non per me, una questione ideologica. E’, e dovrebbe essere, una necessità vitale.

Photo © Monia Pavoni

Applicata alla musica la sostanza non cambia: il talento e la creatività si sono sempre scontrati con il pensiero comune e con le convenzioni sociali di ogni epoca, ma credo sia troppo semplice limitarsi a pensare che si “stava meglio prima” anche perché “prima” magari eravamo diversi anche noi e perché le mutazioni sono inevitabili. Portano con se il marcio e i limiti degli esseri umani ma al tempo stesso sono portatori anche di bellezza e innovazioni che rendono migliore la vita delle persone. Spesso mi sento come una saponetta che fa di tutto per essere inafferrabile sfuggendo più che può da regole, leggi, usi e costumi, ideologie. Così come da etichette, categorie, settori… in musica poi non ne parliamo. Mai sopportato l’ idea che qualcuno possa dirmi che musica faccio, a quale genere appartengo etc…. Tutto odora di ghetto e/o di autocompiacimento referenziale. Non so quale differenza sostanziale possa esserci tra il Festival di Castrocaro e un talent odierno. Dalla hit parade di Lelio Luttazzi a quella odierna di una qualsiasi radio. Non dovrebbe essere un problema capire di che si tratta e scartare o farne a meno per ricercare altre strade. D’ altronde, nonostante i cambiamenti, la musica circola come sempre e come sempre il “mercato” ti propone si e no il 10% della musica che viene suonata e prodotta ogni giorno nel mondo. Vale per chi suona così come per chi è appassionato di musica, scegliere di confrontarsi col restante 90%. E non credo, a differenza di altri, che sia stato il web né le radio né i talent a rovinare la musica perché, ripeto, la musica continua a circolare e ciò che veicola è ciò che componiamo e suoniamo noi musicisti. Quindi: non è che anche da parte dei musicisti vi sia un’ incapacità di leggere il presente che li porta ad avere paura? Ad avere perso il coraggio di sperimentare e di mettersi in gioco? Non è certo figlio di questi tempi la ricerca del successo, del consenso, del profitto, della popolarità. Dell’ Indie poi beh, preferisco non parlare. Un’ enorme lista d’attesa per coloro che desiderano confrontarsi con quel famoso 10%. Ben conscio del mio passato, vivo il presente senza rimpianti e senza lamentarmi anzi, spesso meravigliandomi di quanto le avanguardie siano vive, creative e pulsanti. Proprio in questi giorni ho ascoltato circa 200 pezzi di altrettanti artisti giovani per l’ abituale contest di “Musiche contro le mafie”. Ho scoperto almeno una trentina di giovani artisti a dir poco pazzeschi e comunque, un livello medio davvero molto alto. Guarda caso… li ho scovati in quel famoso 90% !   Ferretti cantava: le insegne luminose attirano gli allocchi e/o, se si preferisce… è una questione di qualità. Continuo a suonare e a produrre perché stimolato da ciò che mi circonda e non da ciò che è stato.

A questo punto si esige il parere di chi da oltre cinquant’anni si nutre di musica. Cosa ne pensa Marok del panorama musicale italiano e di chi lo frequenta. In quale contesto lo abita e come riesce a viverlo.

 Credo di essermi già dilungato a riguardo. Credo si sia abbassato molto il livello di quella che viene definita “musica leggera e/o mainstream” che dir si voglia, ma che vi sia invece un universo giovanile assai variegato che gode di ottima salute e che mi fa ben stare e sperare.

Esiste una nuova generazione di musicisti e sound artist italiani che decide di stampare il proprio lavoro solo con etichette discografiche estere. Una nutrita e silenziosa rappresentanza artistica per nulla valutata nel proprio paese dove non ha mai trovato serie opportunità. Sto parlando ovviamente del mondo elettroacustico, della sperimentazione elettronica che conta un numero considerevole di esecutori. Tu hai rapporti con questa realtà tutta italiana che si esprime con linguaggio internazionale? E parlando di estero, come viene accolto il tuo suono oltre confine?

Paradossalmente è un bene che certe realtà non vengano considerate nel nostro paese. Uno stimolo in più per pensare la musica e il nostro mestiere in termini universali. Ovviamente dispiace constatare il disinteresse nostrano su certa “musica altra” di indiscusso spessore e valore, e capita spesso che da noi si scopra un artista italiano solo dopo che diventa noto all’estero. Purtroppo non ho rapporti diretti con questi musicisti e un po’ mi duole, ma cerco di seguirli come ascoltatore. Per quanto riguarda me, con la Contempo stiamo facendo i primi tentativi e pare che i feedback siano buoni. Spero di poter tornare a suonare all’ estero; mi manca e tra l’altro, l’ italia mi è sempre stata un po’ stretta. Con i Litfiba ho avuto la grande fortuna negli anni ’80 di suonare tantissimo all’estero; un’ esperienza unica. Forse l’ unico rimpianto che ho se penso al mio passato… ma mai dire mai!

 Affermi di essere un ‘vecchio rockettaro’, termine che personalmente fatico a comprendere nel senso che tutti noi, anziani fruitori sonori alla fin fine lo siamo. Questo però non va a inficiare la nostra voglia di scoprire nuove esperienze di ascolto. Cosa comporta questa definizione ai fini di una costante ricerca in campo sonoro, forse le due cose non possono convivere? Lo sto chiedendo tra l’altro, ad un musicista e produttore che ha frequentato il conservatorio con i suoi corsi di fonologia e musica elettronica.

Lo sono di fatto vecchio e rockettaro. La musica e le canzoni con cui sono cresciuto mi hanno segnato e formato. Il senso di condivisione e di fratellanza, lo spirito di cooperazione, il desiderio di un’ umanità migliore e non ripiegata solo sulle logiche del profitto e su un dualismo estremo. L’ utopia di un mondo senza diseguglianze e confini, il sogno di poter vivere in sintonia con la natura, in libertà. Come quello di poter fare delle rivoluzioni dal basso non violente, creative. La cultura al posto delle armi, la spiritualità da contrapporre alle ideologie. Una parte della mia esistenza è mossa e condizionata da questo approccio alla vita ed è in questo senso che mi sento ancora un rockettaro. Vivo la musica come un bambino curioso che ha voglia di imparare, scoprire, meravigliarsi, confrontarsi. Grazie alla musica riesco ad ampliare la mia conoscenza ed anche per questo mi sono ritrovato coinvolto in vari aspetti ad essa connessi come ad esempio il “suono”, la psicoacustica, lo studio della fonologia e della musica elettronica del 900 così come a studiare basso e altri strumenti moderni da autodidatta o a frequentare dei corsi di armonia o di percussioni. Ho passato mesi in studio ad imparare ogni tecnica di registrazione, come si posizionavano i microfoni, come interagire con l’ ambiente, con le armoniche, la riverberazione naturale, echi a nastro per creare loop ed echi, i synth modulari, e poi i nastri analogici multitraccia, l’editing, la tecnica di missaggio, l’ uso dei mixer e degli effetti etc…. fino ad arrivare al moderno uso del computer divenuto ormai strumento musicale oltre che un comodo registratore. Ognuno di questi e di altri passaggi ha contribuito ad aprire la mia mente e a mantenere costantemente vive le mie percezioni e il mio desiderio di sperimentare. Parallelamente ho ascoltato (e ascolto) di tutto, assistito a concerti di ogni genere e tipo senza mai affezionarmi particolarmente ad un linguaggio in particolare. Studiavo e ascoltavo Varese, Berio, Pousser o Luigi Nono… poi smanettavo filtri e oscillatori e, una volta finita la lezione, a casa mi sparavo un disco di Frank Zappa per poi dopo cena ritrovarmi in cantina con i Litfiba a suonare e a registrare i nostri provini con un Teac a nastro o un Fostex 4 tracce a cassetta. Il desiderio non è mai stato quello di diventare qualcosa o qualcuno, ma di imparare per poter riuscire a fare/produrre qualcosa. E qui, mi ripeto: “passavo dal noto all’ ignoto”, con gli occhi di un bambino e l’ attitudine del rockettaro.

 

Photo © Francesco Balestrazzi

 Uso il rock come fil rouge che ci riporta indietro nel tempo, negli anni ’80 dei quali dovremmo conoscere tutto avendoli vissuti in prima persona, tu più di qualunque altro. L’altro giorno se ne parlava con Paolo Cesaretti (etichetta discografica Lacerba – n.d.r.) e con Arlo Bigazzi (etichetta discografica Materiali Sonori – n.d.r.) e si raggiungeva la conclusione che gran parte di quanto detto e pubblicato è celebrazione o ricordo personale edulcorato di un’epoca che avrebbe bisogno di essere raccontata più ampiamente e collettivamente prima che la memoria vacilli, citando le parole di Cesaretti che faccio mie. Tu che ne pensi.

 

Ho vissuto e attraversato gli anni 80 in un attimo; a velocità supersonica. E’ accaduto tutto in un clima di esaltazione creativa collettiva dove, almeno nel mio caso, vivevi intensamente l’ attimo per poi ritrovarti subito dopo a viverne un altro. E un altro ancora. Posso dire che quel decennio per me ha rappresentato una sorta di università della vita. Ci sono entrato che ero un pischellino e ne sono uscito (nel bene e nel male) uomo. Ancora oggi i ricordi sono vaghi perché tutto era eccessivo e tutto accadeva dall’ oggi al domani. Se io per primo non ho messo ancora a fuoco ciò che “ci è accaduto”, immagino come possa risultare confusa per chi non ha vissuto quegli anni. La memoria è fondamentale per ogni aspetto della vita. Andrebbe raccontata e divulgata e non semplicemente celebrata. E credo che spetterebbe a noi per primi che l’abbiamo generata e vissuta in tempo reale, farlo.

 Continuiamo questo vagabondare sui bordi di un’intervista che probabilmente non ha nulla di classico ma cerca di entrare nel mondo reale dell’artista a cui si rivolge. L’immagine che trasmetti è quella di una persona estremamente disponibile, capace di incassare senza comunque rispondere alle provocazioni, continuando a dare senza ricevere. In una realtà nella quale il rispetto per l’altro ormai passa in secondo piano, viene messo a tacere dall’ego o dall’ignoranza, come riesci comunque a perseverare sulla via della calma e del confronto.

Credo in realtà di avere ricevuto tanto dalla vita. Certo, non è stato e non è facile, ma sacrifici e rinunce fanno parte della nostra esistenza. Continuo a credere che si debba dare senza necessariamente attendersi qualcosa in cambio. Un po’ come per l’amore; si ama non perché qualcuno ci ama. Non credo di essere un masochista né tantomeno un bischero (come diciamo dalle nostre parti), ma non sopporto di pormi sullo stesso piano di chi non mi rispetta e/o cerca di fregarmi. Lascio fare e cerco di farmi capire e se poi non si arriva a nulla volto le spalle e saluto. Senza astio né malesseri duraturi. Mi piace, quando e se posso, rendermi disponibile verso gli altri. Lo faccio in modo naturale e senza nutrire delle aspettative. Per troppo tempo ho sofferto sia per il male che mi facevano che per quello vissuto intorno a me, con il tempo ho capito che la colpa era soprattutto mia. Ho incontrato persone che oltre ad aprire la mia mente hanno aperto anche il mio cuore. Grazie alla musica: Ferretti, Battiato e Claudio Rocchi su tutti. Ma anche persone estranee al mio mestiere che mi hanno aiutato a crescere. Forse l’ho già detto, ho ricevuto tanto e non posso che ritenermi fortunato.

 In un periodo che ci permette di vivere solo l’istante, quale è l’unico desiderio che Gianni Maroccolo vorrebbe potesse avverarsi.

 Difficile risponderti Mirco. Da tempo ho smesso di desiderare. Il desiderio ti pone in uno stato di attesa. Un’ apnea immobile e infinita. Ti proietta nel futuro e non ti fa vivere il presente. Forse mi sto rincoglionendo, ma da quando vivo con intensità il “qui e ora” sto decisamente meglio e, pare, stiano meglio anche le persone che hanno a che fare con me. Non ho alcun desiderio e nessuna aspettativa.

 

Ultima domanda prima di abbracciarti come si fa con un vero amico, anche se mai fisicamente frequentato e con il quale si sono trascorsi momenti di   reale comunanza e ore travagliate: Gianni Maroccolo, tu conosci l’inquietudine?

L’ho conosciuta e praticata per anni. Una sorta di “acne giovanile” a cui ho concesso troppe energie e troppo tempo. La Paura genera inquietudine. Ci si ritrova inquieti e titubanti nel procedere. Tutto ci accade intorno ma non ci prevede. E la paura spesso è a sua volta generata dalla “non conoscenza” o, se preferisci, dall’ ignoranza. Ed è la paura che ci rende intolleranti, presuntuosi, cinici, o disincantati e nichilisti. Il terrore di perdere qualcosa ci fa perdere di vista il nostro potenziale umano. La diversità che dovrebbe/potrebbe arricchirci e farci evolvere come specie, viene vissuta invece in modo dualistico e come costante contrapposizione. Lo spirito di cooperazione che dovrebbe migliorarci e migliorare questa terra lascia sempre più spazio all’ egoismo e all’ individualità fine a se stessa. Perché mai devo avere paura, perché darla vinta all’ inquietudine ? Per difendere il mio frigorifero? O per difendere i miei confini? La realtà credo, è che siamo la specie più giovane di questo pianeta. In quanto tale, ben lontani ancora dalla reale emancipazione e evoluzione. Ma impareremo, stiamo imparando. Ma siamo un po’ duri di comprendonio… ci vorrà ancora un po’ di tempo.

 

 

 

 

 

 

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux