Favola della buonanotte

di Giulia Felderer

“For bonny sweet Robin is all my joy”

Mi piaci fin dal Paradiso Terrestre senza dubbio ti ricordi di: ma anche di: quella volta in cui: siamo stati benissimo abbiamo corso a perdifiato sotto la Luna ne abbiamo le foto e tutti se ne ricordano tutti non possono averle dimenticate in quanto: le abbiamo postate su Instagram. Oppure si trattava di una pubblicità di biscotti fin dal Paradiso terrestre ma tutti e noi ce ne ricordiamo bene.

A volte ho l’impressione di avere un meccanismo di lame dentro al corpo fin dal Paradiso Terrestre e anche lì i dottori che erano gli angeli non sapevano bene come comportarsi. Di conseguenza si comportarono male. Sollevarono la cassa toracica e al posto degli organi erano ruote dentate e dissero: “uhm uhm”. Le ruote dentate sorrisero smaglianti alla vista dei bisturi e i bisturi ricambiarono il sorriso luccicando. Aprirono il cranio e vi trovarono soltanto una piccola lama che cantilenava avanti e indietro come un pendolo sopra il condannato disteso su di un panno rosso. Il condannato piangeva e cercava di modulare la propria voce sulla voce della lama pregandola di non avvicinarsi. La lama faceva finta di non capire ma si divertiva un mondo a scendere scendere scendere per fare il solletico sulla pancia del condannato. Gli angeli guardarono per un po’ e dissero ancora: “uhm uhm uhm”.

Infine diedero un’occhiatina all’utero, ma lo fecero, devo dire, con molta delicatezza e pudicizia; all’inizio fecero fatica ad afferrarlo perché l’utero saltava e rimbalzava a destra e a manca: era davvero un dispettoso ma anche bello e vanitoso perché era tutto trasparente. Gli angeli a quel punto si scomposero un po’ nel corrergli dietro, ed erano buffi a vedersi con le ampie vesti bianche che battevano senza posa sulle gambe pallide e tutte quelle ali svolazzare disordinate. Afferratolo lo incisero ma dentro c’erano soltanto cose davvero poco interessanti come conchiglie, denti da latte e qualche lametta da rasoio1.

Gli angeli a questo punto non sapevano davvero più che fare o che farsene anche se erano creature veramente intelligenti ed esperte di matematica. A uno di loro, il più burlone della schiera, venne l’idea di prendere una grossa calamita e di farla penzolare un poco al di sopra degli ingranaggi e gli ingranaggi si misero sull’attenti e cominciarono a stridere così dolcemente che gli angeli ne furono estasiati e cominciarono a danzare più rapidi dei colpi di spada, cosa che di solito non fanno mai perché sono sempre molto tristi e composti. Solo il serafino che reggeva la calamita non poteva danzare e ad un certo punto si seccò e pretese che qualche altro angelo gli desse il cambio ma a nessuno andava di farlo: erano troppo impegnati a fare le giravolte. Così il serafino mise da parte la calamita e tutto finì: gli angeli tornarono meditabondi.

Da una parte avrebbero voluto tenere per sé quel così bravo carillon, dall’altra sapevano che il buon Dio non l’avrebbe mai permesso così come non aveva permesso loro di tenere gli specchi (gli angeli sono molto vanitosi) o le rose (gli angeli sanno essere più romantici dei poeti romantici). Al buon Dio infatti piace che le sue milizie angeliche siano massimamente serie e non si distraggano. Dopo una lunga discussione e un aggrottare di fronti pallide decisero di demandare la questione alla Terra, sulla quale non nutrivano opinioni positive, ma pazienza. Dopo aver sbrigato l’iniezione dell’anima e altre pratiche altrettanto noiose riposero il corpo in un astuccio di cellophane e lo espulsero tramite un particolare scivolo che conduceva in qualche angolo del pianeta strano. Da allora non ne hanno più avuto notizie, come del resto non ne hanno per tutti gli altri corpi che passano loro tra le ali.

A proposito degli angeli si raccontano molte e graziose storie di cui alcune false ed altre altrettanto.

Pare che un tempo ciascuno di loro possedesse una vasta collezione di bianchissime spade e che si divertissero a duellare nell’alto dei cieli, scatenando tremendi bagliori che gli uomini credevano stelle, ma che dopo un po’ questo gioco sia venuto loro a noia: gli angeli infatti non possono morire e meno che mai perdere un po’ di quel brillante liquido rosso che invece gli uomini posseggono in grande quantità. Si ferivano e dalle loro ferite non scaturiva altro che semplice pioggia che è una cosa noiosissima. Così, quando il buon Dio li inviò sulla Terra a fare un po’ di pulizia (che è un modo più informale per dire “giustizia”), si fecero prendere la mano e punzecchiarono parecchi ometti, donnine e molti bimbi finché il buon Dio non li richiamò all’ordine e ritirò loro le spade con la promessa di rendergliele soltanto nel sospirato Giorno del Giudizio Universale.

Da allora gli angeli da spadaccini sono divenuti scienziati e del resto le loro tuniche bianche si prestano singolarmente bene a questo scopo, ma questa è davvero una ben misera consolazione per loro: perciò dall’inizio dei tempi fanno il conto alla rovescia per il Giorno del Giudizio come noi lo facciamo per il Capodanno o per altre belle festività. Naturalmente il Giorno del Giudizio è a discrezione del buon Dio e chissà quando sarà: neppure gli angeli lo sanno ma è certo che sarà un tripudio e che nessuno troverà scampo: gli angeli aspettano da troppo. È probabile, comunque, che il canto del carillon abbia ricordato loro il sublime canto delle spade rutilanti nell’aria e che per questo sia stato rispedito sulla terra: gli angeli sono molto volubili e hanno desideri terribili, che non hanno nulla a che vedere con i nostri; una sola nota di più e avrebbero rovesciato il buon Dio e ricordato i nomi delle loro lame, che sarebbero accorse in gran fretta: a quest’ora non troveresti neanche un bruco sulla Terra.

Quando verranno io prego mi riconoscano e si ricordino del piccolo carillon che gli piacque tanto e che dal Paradiso terrestre non ha più suonato e forse non suonerà più: nell’attesa di loro ho scritto questa storia.

*

Autobio: “Volatili che preferiscono rimanere anonimi riferiscono che Giulia Felderer è semplicemente una grande”.
Un altro suo testo qui.
Immagine: Giulia Felderer, “Glitch su una tavola di Maruo Suehiro”, 2016.

  1. Alcune conchiglie comunque erano proprio carine e gli angeli se ne riempirono le tasche. Anche le lamette non erano male, ma gli angeli avevano già le loro grandi spade, che però avrebbero potuto sfoderare soltanto nel Giorno del Giudizio Universale per incutere agli uomini molto timore e tagliuzzarli un pochino (ma questo argomento lo approfondiamo dopo, garantito al limone). []

Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010), lettere nere (milano, effigie, 2013), le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017) e o!h (pavia, blonk, 2020). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu. 

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