Il nuovo Decamerone

di Antonella Falco

Aa.Vv. Nuovo Decameron, HarperCollins 2021, pp. 217.

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», e ancora: «È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno», ed «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona».

Vengono in mente le celebri definizioni elencate da Italo Calvino in Perché leggere i classici, prendendo in mano il Nuovo Decameron pubblicato a inizio febbraio da HarperCollins, che, dopo il buon riscontro di critica e pubblico ottenuto con la pubblicazione de Le nuove Eroidi (otto rivisitazioni delle eroine del mito cantate da Ovidio, affidate alla penna di otto autrici contemporanee, in occasione dei duemila anni dalla morte del grande poeta latino), torna a scommettere su «la forza eversiva e l’attualità perenne dei classici, testi senza tempo, che da un passato più o meno lontano sembrano essere in grado di alludere sempre a un futuro che si deve ancora compiere».

In quest’anno drammaticamente dominato dalla pandemia e dalle conseguenti misure di contenimento, la scelta del classico da omaggiare è per forza di cose caduta sul Decameron di Giovanni Boccaccio, opera basilare della letteratura italiana ed europea, nella quale, com’è noto, un gruppo di giovani aristocratici, sette donne e tre uomini, per trovare scampo alla peste che imperversa nella Firenze del 1348, si reca a dimorare in campagna, autoimponendosi quello che oggi chiameremmo un “lockdown” e allietandolo con il vicendevole racconto di storie. Così la casa editrice ha chiesto a sette scrittrici e tre scrittori dei nostri giorni di sostituirsi ai dieci novellatori boccacceschi e di fornire una personale reinterpretazione di una novella del Decameron, secondo due possibili modalità: riscrivere alla propria maniera e con estrema libertà una delle novelle originali, oppure riscrivere ex novo un racconto che fosse però incentrato su uno dei “temi di giornata” del libro, assegnati ogni volta dalla regina o dal re di turno. Il risultato è una raccolta variegata e piacevolmente sorprendente, che dialoga con il testo originale con intelligenza e ironia, e, alternando fedeltà e tradimenti, ci consegna dieci racconti, ognuno caratterizzato da una sagace intuizione narrativa e/o linguistica che lo rendono appassionante e godibile anche agli occhi del lettore più purista, il quale potrebbe, di primo acchito, storcere il naso di fronte a un simile esperimento di attualizzazione del capolavoro boccaccesco.

Fra i vari racconti è certamente degno di menzione quello di Michele Mari che riprende la IX novella della V Giornata, ossia quella di Federigo Degli Alberighi. Secondo la novella boccaccesca, narrata da Fiammetta, Federigo è un giovane e cortese nobiluomo fiorentino innamorato di monna Giovanna, per conquistare la quale consuma le sue ricchezze tra doni e feste, che lo riducono in povertà senza che riesca a farsi amare dalla donna. Si ritira allora a vivere in campagna, con pochi mezzi e la sola compagnia di un falcone da caccia, ultimo vestigio dell’antica nobiltà. Rimasta vedova e ricca, Giovanna si trasferisce, col figlio, per le vacanze estive, in campagna, in una casa non lontana da quella di Federigo. Tra l’uomo e il ragazzo nasce un’amicizia e, quando il giovane si ammala, chiede alla madre di farsi dare da Federigo il falcone, convinto che tale dono potrebbe guarirlo. Giovanna, pur riluttante, cede, per la salute del figlio, e si reca a pranzo da Federigo. L’uomo, colto di sorpresa, non avendo cibo a lei adatto, decide, in ossequio alle leggi cortesi, di imbandire per la donna amata la vivanda più preziosa che possieda: il suo adorato falcone. Quando, a fine pasto, Giovanna avanza la propria richiesta, Federigo, disperato, le rivela il motivo per il quale non può soddisfare il desiderio del giovane. Giovanna lo rimprovera di aver sacrificato il suo falcone solo per farlo mangiare a una donna, ma rimane colpita da tanta magnanima generosità. Morto il figlio, e rimasta sola, i fratelli fanno pressione su Giovanna affinché si risposi, e lei, pur non sentendone il bisogno, sceglie, se proprio deve rimaritarsi, di prendere come sposo Federigo. Così dopo tante peripezie i due si uniscono in matrimonio e vivono felici. Questo, almeno, nella versione originale. Mari, invece, si mantiene fedele al testo boccaccesco solo nella prima parte, per poi trasformare la novella in un racconto gotico con tanto di apparizioni fantasmatiche che si susseguono in un crescendo di tensione non privo, come nella migliore tradizione marista, di colte citazioni  (la «libbra di carne» di shakespeariana memoria) e di risvolti metanarrativi (come quando ad apparire al febbricitante Federigo è lo stesso «Giovanni Boccacci da Certaldo», il quale vaticina di un altro misterioso scrittore, «di me assai più oscuro», che «passati da sei a sette secoli verrà» e narrerà la vicenda di Federigo in termini ben diversi da quelli tramandati dall’autore del Decameron. Profetico annuncio dietro cui si cela un riferimento allo stesso Mari e alla presente rilettura della IX novella della V Giornata). A rendere il tutto ancora più coinvolgente e realistico è la ben nota capacità mimetica dell’autore milanese che, come già in altre occasioni – basti pensare, per fare solo un esempio, all’italiano sette-ottocentesco del giovane Leopardi, in Io venia pien d’angoscia a rimirarti – riesce a ricreare mirabilmente la lingua del Trecento e consegnare al lettore un altro magistrale apocrifo letterario.

Costruito su piani temporali diversi, quasi come in un montaggio cinematografico, il racconto di Antonella Lattanzi, che ha un incipit in medias res, si ispira, attualizzandola, alla VII novella della VIII Giornata: quella di Elena e Ranieri. Com’è noto, nella novella boccaccesca, Ranieri è un giovane che torna a Firenze dopo aver trascorso vari anni di studio a Parigi e che si innamora di una bellissima giovane vedova, Elena, la quale però ha già un amante e solo per gioco mostra di ricambiare il suo amore. Una sera d’inverno lo invita a casa sua per poi fingere di non poterlo ricevere a causa dell’improvvisa visita di un fratello e lo costringe ad aspettarla al freddo, nel cortile, mentre lei trascorre la notte in compagnia dell’amante. Ranieri, avendo passato la notte al gelo, si ammala, rischiando non solo di perdere l’uso di braccia e gambe, ma anche di morire, tuttavia si salva e continua a fingersi innamorato di Elena solo per poter cogliere il momento propizio per vendicarsi. L’occasione si presenta quando, qualche mese dopo, la donna viene lasciata dall’amante per un’altra. Dietro suggerimento della sua fantesca, Elena si reca da Ranieri, uomo di studio che, nella sua vasta cultura, potrebbe conoscere qualche sortilegio per riaccendere l’amore del compagno perduto, e lo prega di aiutarla. Allora Ranieri finge di conoscere una malia che faccia al caso suo e convince Elena a salire, nuda, sul tetto di una torretta disabitata, in aperta campagna. Elena segue le indicazioni di Ranieri, ma quando, con il passare delle ore, non riceve la visita pronosticatale dall’uomo, capisce di essere stata ingannata. Tuttavia si consola pensando che la beffa di Ranieri è in fondo più lieve dell’originale, perché è una notte d’estate, piacevole e fresca. Ma Ranieri la lascia sulla torre anche tutto il giorno successivo, sotto il sole cocente che le brucia la pelle, mentre la testa sembra scoppiarle per la forte calura, la gola è riarsa dalla sete, e mosche e tafani la tormentano. Solo col giungere della sera Elena viene liberata e da quel giorno si terrà lontano tanto dagli uomini e dall’amore quanto dalle beffe.

Nella rielaborazione operata dalla Lattanzi la novella ha un epilogo drammatico che viene preparato attraverso un crescendo di tensione erotica e pathos. Tutto il racconto è costellato di frasi che alludono e preannunciano la tragica vendetta messa in atto da Ranieri:

 «[Elena] Aveva caldo. Un caldo bellissimo. Non aveva idea, allora, di quanto si potesse avere caldo davvero. Di come ci si potesse sentire dentro il sole, rinchiusi in quella palla di fuoco. Di come si potesse morire».

Frasi che nella prima parte della storia sottolineano anche la bellezza conturbante di Elena e il suo carattere passionale. Una sensualità che troverà il suo contraltare nell’esito mortale della vendetta di Ranieri, secondo il consolidato binomio di Eros e Thanatos:

«Elena era nuda, sudata nel caldo della casa – ma non sapeva, al tempo, cosa voleva dire caldo per davvero – sul corpo giovane di Alessandro».

La nudità di Elena, nella notte della beffa a Ranieri, che rischia di morire assiderato, mentre lei fa l’amore più e più volte col suo Alessandro, è «tutta da succhiare»: un’immagine che contrasta con quella che sarà la nudità di Elena sulla torretta, con le carni esposte non soltanto al sole, ma anche agli insetti – mosche e tafani – pronti a succhiarle il sangue.

In quella notte di sesso sfrenato e di crudeltà gratuita, i due amanti spiano Ranieri, che cerca come può di scaldarsi sotto l’infuriare della tempesta di neve:

«Loro vedevano perfino le smorfie che faceva Ranieri, sotto il lampione che lo illuminava come un sole, però gelido» (corsivo mio)

Qui, l’immagine del sole – il finto sole che è il lampione – è gelida, in contrasto al sole cocente di agosto che brucerà la pelle di Elena.

Quando Ranieri mette a punto il suo stratagemma per vendicarsi, i segni della progressiva disidratazione e delle ustioni solari sul corpo nudo di Elena sono descritti con raccapricciante precisione:

«Aveva avuto fame e sete fino a un certo punto, ma da qualche tempo aveva solo sete. Una sete pazzesca – mai provata una cosa del genere in vita sua. […] E già da ore la pelle prima si era arrossata, poi si era punteggiata di rosso – un prurito da impazzire, dappertutto – e adesso erano comparse delle bolle che si gonfiavano sotto le sue dita, si gonfiavano come fossero vive, come stesse nascendo qualcosa di orribile da dentro di lei, e poi, quando erano turgide come bozzoli, si spaccavano. La sete la faceva delirare, non riusciva a deglutire, aveva in bocca qualcosa di spugnoso, ruvido, che diventava sempre più duro, come un corpo estraneo. […] Il calore infernale le sfocava i pensieri, l’allucinava, e un mal di testa che non rimaneva solo sulla testa ma si spandeva in tutto il corpo, era come se avesse mille teste, e ognuna di loro stesse esplodendo. […] E non poteva piangere, perché l’acqua che aveva dentro le serviva. E non sentiva già quasi più le piaghe da ustione che le si erano aperte sotto i piedi, e su tutto il corpo. […] Dalle labbra le usciva del sangue. Da tutto il corpo le usciva del sangue. Si stava seccando e spaccando tutta. Rinsecchiva sotto il sole. Ma era ancora piena di bolle, sempre di più, quando si rompevano la irradiavano di spilli. […] Quella che si affacciò alla balaustra non era Elena. Era un essere mostruoso che stava ardendo vivo. […] E poi qualcosa si affacciò alla balaustra. Non era una donna. Era un serpente senza pelle. Era un ceppo di legno bruciato. Era stato, forse, un essere umano. Ma adesso era morto».

Mentre si consuma la lenta e terribile agonia di Elena, Ranieri è «dilaniato» fra gli opposti sentimenti della compassione e della vendetta. A nulla servirà la decisione, presa in extremis, di salvare la giovane donna: un epilogo tragico incombe su entrambi, suggellando con la morte una storia di passioni forti ed esasperate, raccontata con maestria dalla scrittrice barese che riesce a intrecciare sapientemente le pulsioni che muovono i due protagonisti: la passione carnale, l’amore non corrisposto e crudelmente sbeffeggiato che si tramuta in odio e, da questo, in sordo e cieco desiderio di vendetta, ma che non può prescindere, alla fine, e vale sia per lei che per lui, dal senso di colpa e dalla postrema e ormai vana pietà. Una storia macabra eppure vitale – perché l’orrore nasce tutto da un eccesso di vitalità e passione – che mostra una volta di più la banalità del male, il mostro che si annida dentro ognuno di noi, quel lato oscuro, latente ma pur sempre in agguato, pronto a palesarsi in tutta la sua efferatezza e a prevaricare travolgendo la vita altrui e la propria. Simile a un sole dardeggiante e «rossissimo» che ci precipita addosso e ci inghiotte: come nel potente e indimenticabile finale di questo racconto.

Struggente e delicato è invece il testo che Michela Marzano scrive prendendo le mosse dalla VII novella della IV Giornata, quella di Simona e Pasquino. Nella storia boccaccesca Pasquino muore dopo essersi sfregato sui denti una foglia di salvia, e Simona, la sua amata, che era insieme a lui al momento della morte, viene accusata di averlo avvelenato. Nel tentativo di mostrare al giudice come si sono svolti i fatti, anche Simona, riproducendo i gesti di Pasquino, si strofina i denti con la medesima salvia, e anche lei muore subito dopo. La novella si conclude con la scoperta che il cespuglio di salvia da cui erano state strappate le foglie fatali ai due giovani era in realtà la tana di un rospo velenoso, a cui si darà fuoco assieme al cespuglio.

Michela Marzano, attualizzando il testo medievale, ci racconta la storia di Saymuna, giovane immigrata somala, che lavora come bracciante nelle vigne e sogna di diventare, un giorno, infermiera. Saymuna, a cui tutti storpiano il nome in Simona, vorrebbe tanto imparare l’italiano, lingua di cui conosce solo poche parole, ma gli orari di lavoro – un lavoro precario e malpagato — e altre difficoltà oggettive le impediscono di seguire le lezioni. Unica consolazione è il tenero rapporto che nasce fra lei e Pasquino, un giovane bracciante del luogo, il solo che la chiami Saymuna e che sembri capirla malgrado l’ostacolo della lingua. Una sera Pasquino la conduce a casa propria, vuole mostrarle la fattoria dove vive insieme alla sorella, presentargliela, e farle vedere «una cosa bella che lui fa da quand’era piccolo, e continua a fare anche adesso, quando torna a casa dai campi»; si tratta di lavori di falegnameria: sistemati nel fienile, fanno bella mostra di sé armadi, tavoli, librerie, cassapanche, cassettiere… Quello che Pasquino le mostra sembra essere il preludio di una vita insieme, felice, con una bella casa arredata con quei mobili e tanti bambini festanti. Ma la tragedia è in agguato. Nello spostare un cavo elettrico, Pasquino rimane fulminato all’istante e, la sorella del ragazzo, entrata nel fienile proprio in quel momento, assieme al suo compagno, crede Saymuna responsabile di quanto accaduto. Impossibilitata a farsi capire a parole, Saymuna mostra l’incidente afferrando lei stessa il cavo e rimanendone fulminata a sua volta. Il lieto fine può, per questi due sfortunati giovani, realizzarsi solo nella dimensione onirica dell’aldilà:

«Sorride Saymuna, quando la corrente arriva e se la porta via. Sorride Saymuna, mentre chiude gli occhi, vede Pasquino che le porge la mano, e lei l’afferra e lo segue. Adesso capisce tutto quello che Pasquino le sta sussurrando all’orecchio, adesso riesce persino a parlare perfettamente in italiano, oppure è Pasquino che le parla in somalo? ‘nabad iyo caano, sì, amore mio,’nabad iyo caano».

Si è dato conto fin qui di tre racconti, tra i meglio riusciti, del libro, ma bellissimi e di godibile lettura sono tutti i testi che compongono la raccolta, fra i quali ci sembra giusto menzionare, sia pur en passant quelli di Barbara Alberti, Jonathan Bazzi e Stefano Massini, quest’ultimo con una storia che funge da prologo e fa da raccordo per le narrazioni successive.

A confermare l’eterna attualità del Decameron concorre anche il cinema. Al Ferrara Film Festival, lo scorso 29 maggio-6 giugno (primo festival cinematografico in presenza, e ovviamente nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza, di questo 2021), è stato presentato, nella categoria Short World, il cortometraggio The Heptameron, che altro non è se non un libero adattamento del capolavoro di Boccaccio. Scritto e diretto da Nicholas Hulbert, il corto, di produzione inglese, segue le avventure di Fiammetta, nobildonna dai liberi costumi e con qualche scheletro nell’armadio, che deve districarsi fra la peste che dilaga in tutta Firenze e al contempo fare i conti con i propri sentimenti e le proprie azioni.

Tornando al volume edito da HarperCollins, se uno dei compiti della letteratura, e dell’arte in generale, è quello di elevare il particolare all’universale, allora questi dieci racconti sono altrettante storie che, ciascuna nella sua specificità, riescono ad assurgere a una universalità di temi e sentimenti che non possono lasciare indifferente il lettore, ma operano nel suo animo uno spostamento e una riflessione. Oggi, come nell’originale di sette secoli fa, le storie del Decameron parlano alle nostre menti e ai nostri cuori, interrogandoci e emozionandoci. Un’operazione come questa, di riscrittura di un classico immortale quale il Decameron, è anche la dimostrazione che leggere è un atto creativo, esattamente come scrivere, e non è un caso che la prima sia attività necessaria e propedeutica alla seconda.

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