Etty Hillesum: rose malgrado tutto

di Lorenzo Orazi

I
Una fede totale nei maestri

Amsterdam, 1942: ottenere un impiego presso il Consiglio Ebraico rappresenta, per molti, la sola speranza di salvezza dai campi di lavoro; esso è “come un pezzo di legno che dopo un naufragio va alla deriva sull’oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparsi”. Hillesum ritiene deprecabile lo spintonare della comunità per aggrapparsi a quell’asse marcio, e continua: “salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto è così indegno; e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, finché – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre”. Anche Hillesum, però, ha il suo pezzo di legno, ed è un legno fatto dei testi degli autori a cui affida la fioritura della propria anima. Così riporta un altro passo del diario: “In quel manicomio io ascolto la mia voce interiore e tiro dritto per la mia strada. Circa cento persone discutono in un piccolo ambiente, le macchine da scrivere ticchettano ma io sono seduta in un angolino e leggo Rilke. Ieri abbiamo improvvisamente traslocato a metà mattinata, tavoli e sedie ci venivano portati via, altra gente aspettava e sognava di entrare, tutti davano ordini e contrordini, anche per la sedia più insignificante, ma Etty era seduta in un angolo su quello sporco pavimento, tra la sua macchina da scrivere e il suo pacchetto di panini, e leggeva Rilke”. Sullo sfondo dello scenario più sulfureo del novecento, una giovane donna siede su di un pavimento, tra la sozzura e le grida di chi cerca ancora di sfuggire a un destino tanto infame quanto inevitabile; siede, e affonda il suo sguardo in quelle righe che ritiene debbano farle da guida. Rilke torna continuamente nel Diario, e così altri maestri. Quando l’autrice immagina di dover preparare la valigia – la sola che gli sarà concesso di portare con sé- per il fatale giorno della deportazione, si domanda preoccupata quali volumi avrà modo di inserirvi. I volumi scelti sono: la Bibbia, il Libro delle Ore, Lettere a un giovane poeta di Rilke, e L’idiota di Dostoevskij. Proprio per L’idiota riflette che le sarà forse necessario rinunciare a qualche provvista di cibo. Qui è evidente, quasi alle soglie del prosaico, come Hillesum anteponga al cibo del corpo (e ciò deve essere esteso, più in generale, ad ogni forma di soddisfazione materiale) quello dell’anima. Nel miasma delle informazioni del nostro tempo, nell’avidità che caratterizza la nostra lettura, viene da chiedersi come sia possibile imitare una simile fedeltà ad un pugno di testi; essere così profondamente devoti alla penna di un autore, affidarsi a un numero ristretto di maestri e percepire la scelta come una necessità ineludibile.

II
Rose malgrado tutto

“Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi”. Questo passo del Diario, che data 23 luglio 1942, non sarebbe azzardato pensarlo in epigrafe al testo stesso, tanto rappresenta lo spirito dell’autrice. Il suo stare nel mondo, e per un ovvio gioco di riflessi la sua scrittura, non è altro che il rendersi disponibile alla bellezza, un esporsi alla luce in un tempo storico che irradia ovunque oscurità. Il male per Etty Hillesum sembra essere una forza soggiacente al reale, che si apre la strada nell’uomo attraverso la sofferenza, l’ignoranza, le manipolazioni del potere. Si impone per ciò di andare oltre l’odio, di non farsi suo specchio, di evitare di moltiplicarne le rifrazioni nell’ambiente circostante. I soldati tedeschi sono visti come meri vasi in cui il male si poggia, quasi vittime a loro volta di una forza negativa, di un inganno che agisce attraverso il loro essere macchine incoscienti. A bilanciare uno squilibrio altrimenti indecente, interviene la bellezza, vero punto di fuoco su cui Hillesum fissa lo sguardo. Se il Diario non ospitasse delle descrizioni del male di lenticolare minuzia, che ne certificano l’attenzione e la capacità di lettura della psiche umana, saremmo facilmente portati a credere ad una sorta di fuga dal reale da parte dell’autrice, tanto è ostinato il suo canto in gloria alla creazione. Ma in Hillesum sopravvive una certezza: “se dobbiamo andare all’inferno, che sia con la maggiore grazia possibile”. Di questa fuga dal reale viene rimproverata da alcuni amici, ai quali, tra sé, risponde come segue: “continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile in mezzo alle rovine delle sue azioni insensate. Io non me ne sto qui, in una stanza tranquilla ornata di fiori a godermi Poeti e Pensatori glorificando Iddio, questo non sarebbe proprio tanto difficile […] Io guardo il tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni – voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c’è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la tua creazione, malgrado tutto!”. È fondamentale che il lavoro intellettuale venga praticato all’interno di ogni circostanza in cui la vita ci pone; altrimenti, esso non si tratterebbe che di “belle lettere”. Hillesum registra ogni piccolo gesto, parola, espressione del volto. È un “bisogno quasi diabolico di osservare ciò che capita”, al quale si accompagna il timore di dimenticare anche uno soltanto dei mille dettagli vissuti nella quotidianità. La sua è curiosità nella pienezza dell’etimo: un avere cura del mondo. Sfogliando le pagine del Diario godiamo come di un manuale dove si espone un’abilità affinata nel tempo, ovvero una tecnica di partecipazione al reale.

III
Il silenzio e le parole

Le pagine di Hillesum sono imbevute di un senso di attesa, quasi il suo lavoro non fosse altro che un abbozzo, una propedeutica al fine di trasporre in parole l’esperienza. L’urgenza sta tutta nell’elaborare un linguaggio che sia completamente nuovo, affinché divenga possibile delineare il vago contorno dell’ineffabile. Uno struggimento continuo trapela dal Diario per l’insufficienza del detto, “come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia debba ancora nascere”. Siamo invitati a vivere uno spazio liminare della scrittura, dove il dire è sempre nel luogo della sua scaturigine. Proviamo, attraverso la penna dell’autrice, cosa significhi dare forma a una sintassi che provi ad accostarsi all’amore, alla morte, a Dio, al cosmo; ma per fare ciò bisogna prima comporre un idioma inedito, proprio perché tali oggetti sfuggono per definizione alla nostra capacità di presa. Anzi, è la stessa brama di possesso intrinseca al linguaggio che deve essere aggirata: “una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo […] [Scrivere] è un altro modo di possedere, attirare le cose a sé con parole e immagini. L’impulso che mi spingeva a scrivere deve essere stato soprattutto il desiderio di nascondermi agi altri con tutti i tesori che avevo accumulato, – e di annotare ogni cosa e di goderla tenendomela per me”. Sfuggire all’istinto di possedere si dà come compito dello scrittore. Per perseguire un obiettivo tanto gravoso, sembra suggerirci il Diario, sarà ben tenere conto di un altro fattore: il silenzio. Il silenzio è il crogiolo, l’incunabolo della parola, che non deve essere percepita come una negazione del silenzio, ma semmai come uno strumento capace di estendere lo spazio ricettivo di quel corpo concavo e di raccolta. La scrittura deve far risuonare il non detto: “oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un grande silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco di anima. Io detesto gli accumuli di parole. […] Se mai scriverò – e chissà poi che cosa?- mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto”. La parola diviene nel Diario ancella del silenzio. Essa torna continuamente ad abbeverarsi a quella fonte che è il luogo del fare anima; il muto sfondo in cui, per brevi istanti, l’essere si concede.

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1 commento

  1. Difficile molto intervenire su Etty Hillesum. Ho controllato si fa per dire ogni sua parola. Mi congratulo e la esorto a continuare a scrivere. Dati i tempi non fará strada (scrivono quasi tutti). Si la vera scrittura deve far risuonare il non detto. Etty Hillesum ha fatto in tempo a scomparire e solo 40 anni dopo chi si é battuto per lei é finalmente approdato a un piccolo (mi pare) editore olandese. In breve un successo. Ma di piú contnuano i suoi scritti a vivere e i suoi lettori si raccolgono in piccole congreghe. E’ mai possibile?
    Ps Celan é sommo. La sua poesia é quella del “dopo” ovvero del futuro.

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. E’ poeta, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato "La radice dell'inchiostro. Dialoghi sulla poesia". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino.
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