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Overbooking: Luca Ricci

Come se l’inverno esistesse davvero

Brevi note su “Gli invernali” di Luca Ricci (La Nave di Teseo, 2021)

di Matteo Pelliti

Il terzo pannello della “quadrilogia della stagioni”, che Luca Ricci sta scrivendo per La Nave di Teseo, è da pochi giorni in libreria. Dopo Gli autunnali (2018) e Gli estivi (2020), Gli invernali arriva, seppur in autunno, a raccontarci una giornata intera di un inverno romano, cioè la “caricatura” dell’inverno, di una città vinta dall’umidore mediterraneo, per dirla con Manganelli (autore evocato nei dialoghi del libro, a volte esplicitamente, a volte implicitamente per via lessicale, vedi le occorrenze di “losco”) in un “romanzo corale” cucito da pochi interventi del narratore onnisciente (lo stesso che ci aveva congedato negli Autunnali), spettatore con noi di un teatro d’interni, scene da matrimoni, da salotti, da caffè, in fitti dialoghi di anime disperatissime appartenenti al mondo del “terziario culturale”, a coprire quasi l’intera filiera del libro: lo scrittore in crisi, l’editore indipendente sull’orlo del fallimento, e le rispettive consorti, ufficio stampa precaria e giovane accademica messa in cattedra per via parentale, la scrittrice sul viale del tramonto, il critico temuto e megalomane e suo ex marito, la scrittrice di rosa bestseller che vorrebbe il riconoscimento della critica, il suo agente letterario rampante (e suo amante), e il di lei marito manager dilettante autore di aforismi para-flaianei da spendere in società, l’aggressivo scrittore esordiente in attesa della prima recensione al romanzo d’esordio, e toyboy della scrittrice sul viale del tramonto. Non sono caricature, non più di quanto sia già caricaturale di suo, in larghi tratti, la realtà che trasporta in pagina.

È un romanzo totalmente autoreferenziale, parla di uno scrittore in crisi creativa, figurati.

I personaggi di Ricci non hanno alcuna pretesa di “naturalismo”, sono maschere, funzioni, tipi, archetipi, figurine, addirittura si scelgono un nome d’arte (come il critico megalomane Carlo Offenbach) si muovono nella vita nella consapevolezza, o nel tentativo, di essere personaggi di se stessi. Eppure, proprio per questa loro natura volatile, letteraria, somigliano terribilmente a persone in carne ossa che ognuno di noi può avere incontrato: caratteri che, proprio negli estremi dei loro profili psicologici, timidezze, nevrosi, sbruffonaggine, dispercezioni di sé, risultano incredibilmente credibili, umani. Fastidiosamente familiari. Se c’è un tratto permanente nella poetica di Ricci è questo condurci su un baratro che ci guarda e lì specchiarci con timore: nel conformismo delle relazioni, nelle aspirazioni velleitarie, nelle livide invidie di carriere decollate o interrotte, o mai davvero decollate e mai davvero interrotte.

“Intendevo dire che l’amore social viene consumato rigorosamente a parole. Siamo tutti l’analista a parole di qualcun altro”

Le coppie sono protagoniste degli Invernali e i suoi componenti (Tommaso+Veronica, Antonio+Glenda, Tommaso/Antonio+Petra, Eugenio+Camilla, Camilla+Gianfranco, Nora+Nanni/Nora+Carlo) hanno dinamiche satellitari: c’è sempre un pianeta e un suo satellite, e questi ruoli misurano le forze gravitazionali che li tengono uniti: sesso, potere, gratificazione, narcisismo, fedeltà, infedeltà, paura. Ricci scrive, da sempre, di relazioni di coppia, cioè di conflitti. L’amore è, per Ricci, la forma più articolata di conflitto.

“Solo la carne sa certe cose,” disse Eugenio rimasticando le parole di Camilla. “Sai che è una frase perfette per una quarta di copertina?”

E le donne? La cancel culture? La denuncia del nuovo maccartismo del politicamente corretto? E Weinstein? E la misoginia? Il patriarcato? E il maschio bianco ricco? Sì, sono tutti temi che troverete ne Gli invernali ma io non sono un recensore capace di affrontarli adeguatamente, e me ne scuso.

La recensione ideale a un libro di Ricci, infatti, per me, dovrebbe essere composta solo da frasi estratte da un libro di Ricci perché, come nel plastico di Shining, il recensore si trova in ogni istante “guardato” dal testo di cui cerca di raccontare qualcosa del testo stesso. Elogi o stroncature (È un brutto libro! Capolavoro!) sarebbero sempre, punti esclamativi inclusi, materiali meta-testuali; ne risulta che i suoi libri sono oggetti sfuggenti, quando si cerca di afferrarli con strumenti che non siano essi stessi ibridi e letterari (filosofici, narratologici, antropologici forse). L’ossessione per la scrittura tramite la scrittura di ossessioni è la traccia, la voce, propria della letteratura ricciana.

L’identità di un artista non risiede nella vita ma nell’opera e solo nell’opera, spiegò con puntiglio. “In fondo che ne sappiamo di Omero? Lo consideriamo il fondatore dell’epica classica e questo ci basta.”

La critica feroce alla nuova vita social degli scrittori – cui non si sottrae lo stesso Ricci – è uno dei pezzi formidabili e più memorabili del libro. Una invettiva del giovane autore esordiente Nanni, che centra tutti i tic dell’auto-rappresentazione di sé, di chi scrive, on line. Ma voi ce lo vedreste Landolfi, sia detto per inciso, che pubblica un selfie mentre firma un contratto d’edizione? O Parise che mette una foto del dattiloscritto che ha appena finito di comporre? O Manganelli che mette su Instagram un foto del suo pranzo? Qualcuno potrebbe dire che non possiamo saperlo, e che ogni tempo ha i suoi sistemi di autorapresentazione. E però…altri mondi, altri tempi, altra serietà, altra consapevolezza di sé, altri contegni…

No che non è da me! I giornali sono pieni di critici che fanno il riassunto della trama dei libri spacciandoli per una recensione.

Ricci istituisce sempre, per i suoi lettori, rapporti di parentela diretta tra i suoi libri, le sue storie, i suoi personaggi. Vedi il caso del murales a trompe-l’oeil nella casa nuova di Veronica e Tommaso, che proviene direttamente (come una specie feticcio abitativo alla Poe, metafora persistente del rapporto tra realtà e finzione in letteratura) dal libro del suo esordio einaudiano (vedi qui). Oppure lo schema del rapporto tra scrittrice e critico coniugati, di Nora e Carlo, che è figlio di un analogo rapporto di coppia “perverso”, pigmalionesco, il racconto di Olga Merlin (da “I difetti fondamentali”). L’apprezzamento maggiore che possiamo rivolgere a Ricci è quello di scrivere con ostinazione lo stesso libro da quasi vent’anni. In questa sua dedizione sta la cifra stilistica riconoscibile, la riconoscibilità del suo timbro letterario.

Tu leggi una riga di Kafka e hai letto tutto Kafka, una riga di Bernhard e hai letto tutto Bernhard, una riga di Manganelli e hai letto tutto Manganelli. Solo gli scrittori mediocri hanno bisogno di essere letti fino alla fine.

Mentre leggevo il monologo di Carlo Offenbach contro le terrazze romane, ho dato un’occhiata alla home page di Facebook, e mi è apparso un post di Carlo Verdone che magnificava la vista da una terrazza romana, sorrentiniana quindi, vista Colosseo. Sorrentino pare il correlativo cinematografico di alcune pagine di Ricci, di certi suoi monologhi urticanti (il molto citato, sui social, frammento della Grande Bellezza in cui Jep Gambardella “sbugiarda” la scrittrice “di sinistra” non è un frammento perfettamente ricciano?) così come Dino Risi lo era per Gli estivi. Ma resiste ancora l’immaginario di Risi anche in questi anni venti del nuovo secolo. Quando Ricci parla dello Strega, e della cena dalla vedova votante che incorona ogni cinque minuti un suo candidato diverso, come non pensare alla satira dell’episodio “La musa” (ne “I mostri, 1963), con l’inarrivabile Gassman truccato da presidentessa toscana del premio letterario? Copio da Wikipedia il riassunto: “La giuria di un concorso letterario cede alle insistenze caparbie e alle motivazioni circostanziate della sua presidentessa e assegna il primo premio a un autore sconosciuto e di scarso talento che si rivelerà essere l’amante della presidentessa stessa.” Non sembra anche questo un perfetto racconto “alla Ricci”?

L’inverno a Roma non ce la fa a costituirsi come una stagione autonoma, è solo il funerale dell’autunno, le foglie rimaste sui rami sono incartapecorite, quelle a terra imputridiscono.

Roma non ha gli inverni di Milano, non ha il colore del buio di Milano (e mi ero permesso infatti di titolare “Gli invernali, capitolo primo”, una mia lettura del suo precedente e riuscito racconto “Trascurate Milano” (vedi qui). Quindi non è corretto dire, a mio modo di vedere, che Roma si protagonista de Gli Invernali (almeno non nel senso in cui lo era ne Gli Autunnali, vedi qui). Qui si “gira” in interni. Interno giorno, interno notte, sarebbero le ambientazioni dei capitolo/racconto che scandiscono il romanzo. Qui Roma si apparta, rimane fuori fuoco, è ciò che consente che le passioni dei protagonisti si intreccino ma non è propriamente coprotagonista di quelle passioni. Le terrazze romane stanno aperte, all’unisono, da maggio ad ottobre.

In realtà a Roma le quattro stagioni non sono che modulazioni di un unico elemento che è l’umido. Così abbiamo l’umido ghiaccio per l’inverno, l’umido allergico per la primavera, l’umido torrido per l’estate e l’umido umido per l’autunno.

Con Gli Autunnali Ricci aveva detto, almeno implicitamente, “Se proprio volete un romanzo ve lo scrivo, anzi ve ne scriverò quattro!” Con quella spavalderia (quella che spesso manca alle donne…) tipica del “maschio bianco”, di più, del giocatore di poker che rilancia, al buio. Con Gli estivi, però, la formula, una volte entrato nel gioco-romanzo come un cavallo di Troia pieno zeppo di racconti, ha preso la strada di una proliferazione dei generi dentro la forma stessa del romanzo. Un romanzo play-list di stili. Negli Invernali, oggi, viene esplicitata l’esplosione della forma romanzo, ormai sformato dal mercato editoriale, approdato a mera didascalia in copertina. Romanzo è quel che tu metti dentro una confezione con su scritto “Romanzo”.

“Che tutto quello che non ha spiegazione, che è inammissibile e incomprensibile riguardi la letteratura”

La confessione (a pag. 227, indico il punto per futuri recensori pigri ) dove Ricci ha l’impudenza di mettersi in coda, autocitandosi (fotogramma in cui Hitchcock appare nel film) in coda nientemeno dopo “Boccaccio, Sacchetti, Basile, Verga, Ricci” rivela che quello che abbiamo in mano è una raccolta di racconti, un “concept album”. Ancora una volta viene evocato Manganelli, vero fantasma protettore de Gli invernali, nume, e i suoi Piccoli romanzi fiume.

Nessuno qui sta dicendo che la letteratura deve essere un manifesto politico, ma solo che deve abbracciare il proprio tempo, cercare di raccontarlo.

Ricci è nato in inverno, questo sarà evidente a ogni lettore che prenderà in mano questo suo libro. Non si sfugge all’inverno come non si sfugge alla propria nascita, all’essere gettati nel mondo. Ricci nasce forse come scrittore “invernale”, poiché anagraficamente invernale. Allora “essere l’inverno” è afferrare la piena consapevolezza del proprio destino di scrittore, come fa l’esordiente Nanni nelle righe finali del libro. Ed è bello rivedere in quelle righe una specie di congedo affettuoso del Ricci autore – oggi pienamente realizzato e maturo, padrone dei suoi mezzi – al Ricci scrittore esordiente di vent’anni fa. Per questo Gli invernali custodisce al suo interno, certo rivestita dalle molte battute fulminanti dei dialoghi, un’umbratile dolcezza dolente, ed è questa che, in fondo, rimane al lettore una volta chiuse le pagine del libro.

Stare in quel profumo, essere l’inverno.

(Scritto a Pisa, tra il 28 e il 29 ottobre 2021)

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Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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