La Roma di Ljubov’ Dostoevskaja

di Ljubov’ Dostoevskaja

Ma poco alla volta Irina rimase coinvolta nell’allegra vita italiana. La società italiana è una delle più affascinanti e interessanti al mondo. Non si può non amare questa gente dolce, allegra, simpatica, spiritosa. Che differenza tra le loro serate piene di vita e le tediose riunioni pietroburghesi! In nessun luogo Irina aveva incontrato quelle tetre figure taciturne, che si aggiravano per i salotti pietroburghesi in attesa della cena. A Roma non ce ne sono, come non esiste la cena stessa. Nei ricevimenti più brillanti viene organizzato solamente un buffet per il tè con gelati, vino e bevande rinfrescanti. Ma molti non vi si accostano, preferiscono invece ritornarsene a casa, bere un bicchiere d’acqua fresca, di cui i romani sono forse più orgogliosi che del Colosseo e del Foro. Si recano alle serate non per bere e mangiare, bensì per la conversazione, brillante e spiritosa, per flirtare e ridere.
Quasi a ogni serata ci sono musica e recitazione. Tutti recitano: sia i poeti, sia le poetesse, sia i comuni mortali. La lingua italiana con la pronuncia romana è pura musica e la recitazione dà piacere perfino a chi non ne capisce il contenuto.
La recitazione è di vario tipo. Ecco che si alza un vecchio poeta, chiede di spegnere in parte l’elettricità, si mette in una posa efficace e comincia ad abbassare e alzare teatralmente la voce, in breve canta più che parlare. Lo ascoltano con attenzione, ma la gioventù sorride sprezzante. “Vecchia maniera!” dicono.
Dopo di lui si esibisce una rappresentante della “nuova” maniera, una giovane poetessa dell’Italia settentrionale, che soggiorna a Roma. Vestita con un costume verde decadente, che le sta molto bene, con spigolosi gesti decadenti, comincia a recitare i suoi versi, con semplicità, senza cantare. Questa semplicità è studiata, e in certi punti passa al manierismo. Ma la gioventù è contenta, specie gli uomini, che guardano la bella poetessa con evidente entusiasmo.
Ma ecco, al centro del salotto arriva un’appassionata, una ragazza giovane, la figlia del prefetto, e recita dei versi di d’Annunzio[1]. Questa non è né la vecchia né la nuova maniera, bensì l’ardente anima italiana, semplice e cordiale, che richiama una tempesta di applausi.
Gli italiani ascoltano ancora più attentamente il canto e il suono del pianoforte. Nessuno parla, tutti vanno in estasi e tacciono, gustandoseli con tutto il proprio essere. I cantanti, le cantanti, i pianisti sono una moltitudine. Nessuno fa il prezioso, non si fa pregare; al contrario ciascuno arde dal desiderio di mostrare il suo talento. Essi stessi godono della propria arte ed elettrizzati dall’attenzione quasi religiosa dei propri ascoltatori, cantano superbamente, come non potrebbero cantare nel freddo nord.
L’arte, l’inchino davanti alla bellezza è l’unica religione dei romani. “L’arte per l’arte”[2] dicono, e ridono della letteratura “impegnata”.
— Ogni volta che vogliamo esprimere la lotta spirituale dell’essere umano, le sofferenze religiose, l’amore per il prossimo, la critica ci mette in ridicolo e dice che imitiamo gli scrittori russi, — si lamentò con Irina una nota romanziera italiana[3].
Dire a uno scrittore romano che la sua opera è pervasa di spirito cristiano significa offenderlo profondamente. Aspira a un’unica cosa: che i suoi versi o la sua prosa ricordino l’arte antica. L’autentico romano disprezza profondamente il Cristianesimo, e ai suoi occhi esso è innanzitutto la fede dei vili schiavi, e non di un essere umano bennato. Il romano è pagano e ne è orgoglioso. Per lui diciannove secoli sono passati inosservati. Roma con le sue antiche rovine e le sue antiche sante memorie lo tiene fortemente con le sue catene. Nel Nord Italia sono possibili altre fedi, altre idee, ma Roma era e rimarrà eternamente pagana.
Con questо si spiega in parte anche quella forte impressione che essa produce su alcuni stranieri. Al mondo ancora adesso non sono pochi i pagani, e per loro la vita nei Paesi cristiani è difficile. Prendendo parte alle conversazioni sull’amore verso l’umanità, sul lavoro a beneficio del prossimo ecc., involontariamente si ritengono bugiardi e, da persone per bene, sono imbarazzati per l’inganno. Recandosi a Roma, che si dichiara apertamente pagana e non se ne vergogna, si sentono nel proprio elemento e spesso vi si stabiliscono per sempre.
La cosa più comica è il fatto che tutto questo mondo pagano vive e prospera all’ombra del soglio papale. Ma il Papa non è mai stato agli occhi dei romani il primo sacerdote cristiano. Per loro egli resta come prima il Sommo Sacerdote, il Pontifex Maximus, e desiderano che tutti lo guardino con i loro occhi. I romani si spicciano a deludere qualsiasi straniero di indole religiosa, e deridono tutto quello a cui si inchina. Se uno straniero ritorna commosso dopo la preghiera sulla tomba di San Pietro, si affrettano a comunicargli che, conformemente ai dati storici, l’Apostolo Pietro non è mai stato a Roma e non si sa dove riposi. Quanto all’Apostolo Paolo e agli altri martiri cristiani, i loro resti mortali erano stati riesumati e sparpagliati già al tempo delle invasioni barbariche, e a Roma non è rimasto nulla di loro.
I romani fanno dello spirito per quanto riguarda le proprie immagini miracolose, ridendo dei miracoli, raccontando aneddoti scabrosi su cardinali, sacerdoti, monaci e raffigurandoli in modo buffo sulla scena. Non a caso molti devoti pellegrini hanno perso la loro fede a Roma.
Una delle credenze più profondamente pagane che si conserva nella società romana consiste nel timore degli iettatori, come lo pronunciano i romani, gli “ietatori”. Vivendo in Russia, Irina pensava che gli iettatori fossero temuti solo dall’incolto popolo napoletano. Quale fu il suo stupore, quando le capitò di imbattersi in questa paura nell’istruita società romana!
Ogni volta che una persona dimentica di inchinarsi a qualcuno quando lo incontra o non lo invita alla sua serata oppure in generale lo offende in qualche modo, l’offeso si vendica, dandogli dello “ietatore” e la società immediatamente si allontana da lui con terrore. Alle serate (se trova una persona coraggiosa che lo invita da lui) il povero iettatore rimane da solo. Tutti lo evitano, tutti hanno paura di guardarlo e, cosa principale, Dio ci scampi, di sedersi accanto a lui. Nessuno va da lui, nessuno parla di lui, poiché perfino nominare il nome di uno iettatore può portare disgrazia.
Solo una grandissima ricchezza e nobiltà può salvare dall’accusa di iettatura.
La cosa dolorosa è che lo iettatore contagia con la sua influenza nefasta la moglie e i figli, e tutti li evitano spaventati. A Irina capitò di presenziare a una colazione a cui era stata per caso invitata la moglie di un simile iettatore. Due donne, che sedevano non lontano da lei, si ammalarono quel giorno stesso, una di un disturbo al fegato per lei usuale, l’altra di raffreddore, essendo uscita troppo presto dopo una grave influenza.
Entrambe le malattie si potevano spiegare facilmente e nondimeno furono immediatamente attribuite alla povera donna, che da quel momento smisero di ricevere.
Irina era meravigliata dal fatto che questa insensata superstizione la condividessero non solamente i romani, ma la maggioranza degli stranieri. Arrivati a Roma, subito ne erano contagiati e ne guarivano non appena uscivano dalla Città Eterna. Spiegare tale stranezza era possibile solamente con quella forte impressione, per molti irresistibile, che produce Roma. Vivendo nelle grandi città, la gente rimane per tutto il tempo nel XX secolo. Giungendo a Roma era costretta a vivere, al tempo stesso, in un mondo antico chiaramente e fortemente caratterizzato, con le sue stupende opere d’arte; nel non meno definito mondo medievale del Vaticano, delle chiese, dei monasteri e degli antichi palazzi; e infine nel mondo contemporaneo, ultra alla moda. Tutti questi mondi confluiscono insieme e nel corso di uno stesso giorno bisogna passare dall’uno all’altro. La mente umana non è in grado di combinare tutte questa epoche così differenti. L’essere umano perde temporaneamente il buonsenso ed è pronto a credere alle più incredibili sciocchezze.
Un altro tratto pagano dei romani consiste nell’amore appassionato per la propria città. Allo straniero arrivatovi per la prima volta tutti fanno una sola domanda, sempre la stessa: gli piace Roma? Guai all’ingenuo forestiero che risponde negativamente! Con quale ira scintillano i neri occhi dell’offeso romano! Con quale disprezzo guardano il sempliciotto! Inutilmente egli si affretta a correggere il proprio errore, comunicando ingenuamente che in cambio gli piacciono molto Firenze oppure Venezia. Che cosa ha a che spartire il romano con quelle città? Nonostante le apparenze esteriori, l’Italia è costituita come un tempo da una moltitudine di Stati. L’amore per Venezia o per Napoli può solamente offendere un romano. E lo straniero cerca invano di spiegargli che non si può amare una città che non possiede la cosa principale, l’armonia. Dove su un’enorme superficie sono disseminati monumenti delle più diverse epoche e architetture; dove i nuovi edifici eretti dal governo sono in grado di portare una persona alle convulsioni, a tal punto essi feriscono spietatamente l’occhio con il loro candore e la loro novità sullo sfondo della vecchia città gialla. Invano lo straniero dice che, avendo nel suo Paese viali ampi e luminosi, gli ripugnano questi stretti corridoi tortuosi, tetri e umidi, dove si può a malapena scorgere, dopo aver sollevato la testa, una striscia di cielo azzurro. Che alla gente, abituata alle strade pulite, innaffiate con cura, dà fastidio quella polvere gialla, spessa e attaccaticcia, che si solleva a Roma quando c’è il minimo alito di vento.
Il romano ascolta cupamente tutto questo, ma si rifiuta tenacemente di vedere le mancanze del suo idolo. Non lo consola la convinzione degli stranieri che Roma sia la città più originale del mondo e che ogni persona istruita sia tenuta a visitarla. Il romano esige amore verso la Cara Roma[4], questa ammirevole bellezza per cui è pronto a morire. E, ascoltando i romani, Irina invidiava questo amore appassionato che costringeva il popolo a bere, prima di partire, l’acqua della celebre Fontana di Trevi e a gettarvi del denaro per ritornare a Roma. Una sola nazione al mondo aveva creato una così poetica credenza!
Grazie al proprio paganesimo, il romano è un padre tenero e un figlio rispettoso. Non comprendendo l’amore cristiano verso l’umanità, deridendolo come si fa con un’assurdità, dona alla famiglia tutto l’amore del suo cuore ardente. Per le feste si incontrano ovunque padri che tengono per mano i propri minuscoli figli agghindati, offrendo loro cioccolata e dolcetti nei caffè e conversando teneramente con loro. Oppure i giovani coniugi che passeggiano accompagnati dalla balia che tiene sul cuscino con aria d’importanza un bimbo di tre settimane, imbacuccato nel pizzo. Non lo nascondono lontano dagli occhi, nel retro della stanza, come si fa in altri Paesi. Dal momento della nascita il bimbo acquisisce i propri diritti e nei giorni di festa riceve gli ospiti in braccio alla nutrice.
Ma se i romani amano e rispettano i propri bambini, non si abbassano però davanti a loro, non si trasformano giammai nei loro schiavi. I romani si inchinano ai propri genitori, vedendo in loro i principali rappresentanti della propria stirpe. A Roma non pochi vecchi padri e madri vivono in un palazzo, viaggiano con i propri equipaggi o automobili, mentre i loro figli abitano in piccoli appartamenti e vanno a piedi.
A nessuno passa per la testa di privare di qualcosa i vecchi genitori a vantaggio proprio o dei propri figli, cosa che ahimè non di rado avviene in Russia. In questo amore per la stirpe, per la famiglia, è cresciuta e si è rafforzata tutta la Civiltà latina. Nei paesi nordici, che hanno ricevuto la propria civiltà attraverso il Cristianesimo, questo amore non è così forte. Il Cristianesimo non incoraggia stretti interessi familiari, al contrario esige che l’essere umano veda in tutte le persone i propri fratelli e sorelle. I romani rimangono sordi a queste richieste. Hanno conservato il loro antico carattere latino. A chiunque sia stato nei musei romani appare chiaro fino a qual punto gli antichi busti e statue siano simili ai loro discendenti contemporanei.
Il romano è rimasto fedele alla passione pagana per lo splendore, il lusso, lo sfarzo. In nessun luogo si possono incontrare così tanti equipaggi privati come a Roma. Il romano che si rispetti non può andare a piedi. Ha bisogno di un equipaggio per passare sul Corso, per mostrarsi sul Pincio all’ora della passeggiata alla moda. Non ostentano l’eleganza della posa, bensì le ruote rosse e gialle, i tamburi e i valletti vestiti di chiaro. Entro profonde carrozze, le romane si muovono con enormi cappelli con le piume, coperte, anziché dal tradizionale plaid, da un’intera tigre o da un orso, le cui zampe ricadono sulle ruote.
I prezzi al teatro Costanzi sono rovinosi. Una loggia costa 200 lire e ciò nonostante l’opera è sempre piena. A teatro si presentano in frac, in lussuosi abiti da ballo e brillanti.
Lo stesso amore del sud per lo splendore si nota nelle toilette femminili. Le romane non si abbigliano, si mettono in costume con luminosi abiti scarlatti, gialli, verdi, cappellini dorati, boa dorati. Quasi su tutte si possono vedere collane, pettini, braccialetti a imitazione della lavorazione antica di cui si gloriano i gioiellieri romani. Una simile maniera di vestirsi sarebbe ridicola nel nord, ma si confà straordinariamente alle bellezze romane.
Ma nonostante il paganesimo, la società romana appartiene comunque alla compatta e amichevole famiglia europea, da cui la Russia è divisa non da una sola linea di confine, ma da interi secoli di cultura. Irina osservò come una scrittrice straniera arrivata a Roma allo scopo di scrivere un racconto sulla vita romana, incontrasse appoggio e attenzione in tutti i circoli romani. Tutti la vollero aiutare, aprirono le porte chiuse, organizzarono incontri con persone interessanti per lei. Nessuno chiese se avesse talento e se il suo libro sarebbe stato tradotto in italiano. Aveva espresso il desiderio di lavorare e questo era sufficiente perché i romani le offrissero aiuto.
Allo stesso modo aiutarono un americano, noto in Europa con il nome di “Re del libro” a fondare una biblioteca. Questo americano rappresenta il tipo più curioso del Nuovo Mondo. Nessuno sa dove vivesse e di cosa si occupasse in gioventù. Nacque, per così dire, a quarant’anni quando, creatosi una sostanza, attraversò l’oceano e dopo essere stato a Parigi, si rese conto di voler avere una biblioteca con le opere degli scrittori contemporanei, con la clausola che su ciascun libro non ci fosse solamente la firma dell’autore, ma anche la sua spiegazione di quello che voleva dire esattamente nella sua opera.
La cosa più interessante di tutto era il fatto che l’intraprendente yankee era profondamente ignorante, non leggeva mai nulla e non conosceva nomi noti in tutto il mondo. In aggiunta: era estremamente privo di tatto, come la maggioranza dei suoi conterranei. Ma con la testardaggine americana, si rivolse a tutti, seccò tutti, e riuscì davvero a raccogliere una biblioteca molto interessante. Questa doveva rimanere per sempre in America e ciò nonostante, quando egli fece la sua apparizione a Roma, tutti cominciarono a mettere insieme elenchi di scrittori italiani e organizzargli degli incontri letterari.
Osservando questo aiuto amichevole, Irina si ricordò senza volere della sua patria. Ahimè! Là le cose andavano diversamente. A esclusione di una piccola cerchia di persone educate all’europea, gli altri si presentavano come degli orsi pigri e incolti, che per tutta la vita se ne stavano sdraiati nelle proprie tane, leccandosi la zampa, sputando di rado verso il governo, e guai a chi avesse voluto uscire dall’amato far niente nazionale, osando avere la propria idea e esprimendo il desiderio di lavorare su di essa. Quale ululato si leva da tutte le tane! “Come!” — bruiscono gli orsi — “rinunciare all’ozio, alla noia, al sempiterno piagnucolio russo! Оh, tradimento! Оh, inganno! Che sia coperto d’ignominia! Che sia fatto fallire!”
L’intelligente Europa aveva compreso da tempo che qualsiasi lavoro, anche microscopico, unito ad altri lavori simili, dà come risultato un’opera enorme, utile a tutto il mondo. Ahimè! Passerà ancora molto tempo prima che gli stupidi orsi russi comprendano questo pensiero tanto semplice.
A Irina le italiane piacquero particolarmente. Queste dolci donne non conoscono né capricci né nervi. Sono gentili e affabili, fanno facilmente amicizia e sono pronte ad aiutare qualsiasi straniero. Nelle serate romane Irina non incontrò mai quei visi allarmati che le capitava si vedere tra le fanciulle pietroburghesi.
— Troverò l’uomo amato, avrò una famiglia, mi toccherà la mia parte di felicità? — domandano i loro visi pallidi e dolenti.
La ragazza italiana è allegra e buona. Gioisce per il sole, i fiori, la propria primavera. Non ha nulla da temere per il suo futuro: per ogni italiano l’amore è indispensabile come l’aria e non può vivere senza di esso. Non è l’infelice pietroburghese, che cerca di spremere con zelo almeno una goccia d’amore dal suo cuore di ghiaccio e così muore pure, senza sapere che cos’è.
Irina si stupiva del proprio innamoramento per la società italiana. Slava, con un’altra lingua, altre credenze, qui si sentiva a casa. Irina ricordava come la irritassero le serate pietroburghesi e con quale amara sensazione di insoddisfazione rientrasse da esse. Qui, in queste sensuali riunioni, in mezzo a musica appassionata, canto, recitazione, Irina si deliziava con tutto il suo essere. Respirava felicemente, uscendo nella tiepida aria notturna e sperimentava quella contentezza e quel languore, che sperimenta il viaggiatore stanco dopo un bagno tiepido e odoroso. “Questo come si spiega?” chiedeva con stupore a se stessa Irina. Ahimè! Come la maggioranza della gente, Irina non comprendeva se stessa. Non sospettava nemmeno che da molto tempo, dalla sua stessa infanzia, era semplicemente pagana. Ma se il paganesimo dei romani si spiegava con l’ereditarietà, la perseverante pluriennale venerazione nei confronti del mondo antico, come davanti a una cultura superiore, invece in Irina, cresciuta in condizioni diverse, il paganesimo era un fenomeno morboso. Come le persone malate di paralisi progressiva ritornano gradualmente alla belva primitiva, così ogni persona psichicamente malata non solo non può fare progressi, ma non è nemmeno in grado di mantenersi allo stesso livello dei propri contemporanei: inevitabilmente tornerà indietro alla civiltà precedente.

[1]     La Dostoevskaja scrisse, qualche anno più tardi, una lettera a d’Annunzio chiedendo il suo aiuto per pubblicare in Italia la biografia del padre. [N.d.T.]

[2]     Ovvero il motto latino ars gratia artis. [N.d.T.]

[3]     Si tratta certo di Grazia Deledda, che la Dostoevskaja conobbe in occasione del suo soggiorno romano. [N.d.T.]

[4]     In italiano nel testo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NdR: questo è il tredicesimo capitolo del romanzo “L’emigrante – Tipi moderni” della Ljubov’ F. Dostoevskaja, tradotto da Marina Mascher, e pubblicato con testo russo a fronte (2019) dalla Associazione Culturale Rus’, in occasione del 150° della nascita della scrittrice. Il volume può essere richiesto tramite la sezione “contatti” del sito dell’associazione, che gentilmente autorizza la pubblicazione dell’estratto. La fotografia della Dostoevskaja, che fa parte dell’iconografia del libro, è di van Bosch (Parigi).
Qui di seguito l’introduzione di Natal’ja Ašimbaeva, direttrice del Museo F.M, Dostoevkij di San Pietroburgo.

Il 26 settembre 2019 ricorrono i 150 anni dalla nascita di Ljubov’ Fëdorovna Dostoevskaja (1869-1926), scrittrice russa, figlia del grande Fëdor Dostoevskij. Per questa data l’Associazione Rus’  ha curato l’edizione del romanzo L’emigrante (Èmigrantka, 1912), che, al pari delle altre opere in prosa di Ljubov’ Dostoevskaja, è praticamente sconosciuta ai lettori. Tra i contemporanei esse suscitarono interesse esclusivamente perché furono scritte dalla figlia di Dostoevskij. Il suo nome raggiunse la notorietà solamente dopo la pubblicazione del libro di memorie Dostoevskij nei ricordi di sua figlia (prima pubblicazione, in lingua tedesca, nel 1920).
La vita di Ljubov’ Dostoevskaja si è in gran parte svolta sotto l’influenza del padre, accanto a cui ella trascorse gli anni della sua felice infanzia e che rimase per sempre un’enorme autorità per lei. Nelle sue novelle e nei suoi racconti Ljubov’, come seguendo le opere di Dostoevskij, tratta costantemente di problemi etici e religiosi, di discussioni sulla Russia e l’Europa. Tuttavia questi temi assumono il carattere di opinioni puramente personali delle sue eroine autobiografiche, vale a dire della stessa Ljubov’ Dostoevskaja, ma si rivelano essere addirittura l’opposto dei pensieri e delle convinzioni di Fëdor Dostoevskij.
L’eroina di Èmigrantka, Irina, ammira il modo di vivere europeo, esprimendosi costantemente in modo negativo sulla Russia, come su di un paese barbaro. Si accinge a passare dall’ortodossia al cattolicesimo, e solamente l’incontro con il possidente russo Gžatskij, che l’avvince con il sogno di una felice vita familiare, manda a monte il progetto di farsi suora in uno dei conventi cattolici. Attraverso i ragionamenti di Irina sembra trapelare una polemica interiore con Dostoevskij, un dialogo occulto. Ljubov’ Dostoevskaja non diventò una seguace, un’adepta delle convinzioni del proprio padre, ma la sua immagine, il suo ricordo furono costantemente presenti nella sua vita e nella sua opera. L’eroina di Èmigrantka si ricorda dell’infanzia, della messa in una piccola cittadina russa, e in questi ricordi si riconoscono dei particolari della vita di Ljubov’ stessa a Staraja Russa. I romanzi e i racconti di Ljubov’ Dostoevskaja, benché non possano essere paragonati alle opere di suo padre, custodiscono una propria quieta rilevanza letteraria.
Il romanzo Èmigrantka è disseminato di descrizioni della vita italiana, dei quartieri poveri di Roma e dei suoi monumenti antichi, di cattedrali e monasteri. Queste pagine sono scritte in maniera vivace e interessante. Ljubov’ Dostoevskaja era dotata di un indubbio, seppur non grande, talento letterario, di spirito d’osservazione, di amore per l’arte. Quasi 13 anni della sua vita sono stati legati all’Italia. La tormentata vita di Ljubov’ Dostoevskaja terminò nella piccola località alpina di Gries, un sobborgo di Bolzano. Nel cimitero comunale si conserva la sua tomba. Sul monumento funerario si può leggere questa scritta: “Aimée Dostoevskaja — scrittrice russa”.
Un grazie all’Associazione Rus’, che perpetua la memoria dei russi in Alto Adige. Tra di essi uno dei nomi più importanti è quello di Ljubov’ Dostoevskaja.

Natal’ja Ašimbaeva

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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