Elogio della perdita: Scompartimento n°6 (Hytti Nro 6) di Juho Kuosmanen

 

 

di Daniele Ruini

Lo spirito diventa libero soltanto quando cessa di essere un appoggio
(Franz Kafka, Aforismi di Zürau) 

“Dobbiamo conoscere il passato per sapere chi siamo”: è questo un adagio che sentiamo ripetere più volte durante Scompartimento n°6, secondo lungometraggio del regista finlandese Juho Kuosmanen, vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes. Tuttavia, il film –ispirato all’omonimo romanzo di Rosa Liksom– sembra funzionare come una smentita dell’assunto di partenza: se alla fine del suo lungo viaggio in treno Laura, la protagonista interpretata da Seidi Haarla, avrà raggiunto un nuovo livello di consapevolezza, sarà proprio perché avrà imparato a prendere le distanze dall’immagine passata di sé stessa.

Ambientato alla fine degli anni ’90 (a un certo punto si cita Titanic), ovvero una decina di anni più tardi rispetto al romanzo di Rosa Liksom, Scompartimento n°6 racconta l’improbabile incontro tra la finlandese Laura e il russo Ljoha (Yuriy Borisov), costretti a convivere per alcuni giorni e alcune notti nello stesso scompartimento ferroviario lungo la tratta Mosca-Murmansk (città dell’estremo nord-ovest della Russia, al confine con la Norvegia). Turbata dall’incontro con il suo compagno di viaggio –un trentenne piuttosto burbero, sciatto e volgare–, Laura cede inizialmente allo sconforto: ma se il tentativo di trovare un’altra cuccetta si rivela vano, la tentazione di tornare a Mosca durante la prima sosta del treno a San Pietroburgo viene respinta dopo una telefonata deludente alla sua fidanzata, Irina (Dinara Droukarova), una professoressa di letteratura più grande di lei che l’ha accolta nella sua casa moscovita. L’amore tra le due donne, che vediamo insieme all’inizio del film, è turbato dall’evidente senso di inferiorità di Laura verso la compagna intellettuale, e dal fatto che Irina, presa dal lavoro e dalle sue tante conoscenze, non sembra disposta a concedere all’altra uno spazio davvero rilevante nella sua vita. Lo capiamo dalla malinconia con cui Laura sale sul treno per un viaggio a cui avrebbe dovuto partecipare anche Irina, la quale tuttavia vi ha dovuto rinunciare per impegni di lavoro. E durante il film, man mano che la diffidenza e la repulsione iniziali di Laura per Ljoha si trasformano in comprensione e tenera vicinanza, ad aumentare sarà la distanza tra Laura e Irina, che risponde sempre freddamente e distrattamente alle poche telefonate che la giovane fidanzata riuscirà a farle. A questo proposito, come ha dichiarato lo stesso regista, il fatto che la vicenda si svolga in un’epoca pre-cellulari e pre-smartphone costituisce un elemento decisivo: e non solo perché ciò determina un autentico vuoto tra persone fisicamente distanti, ma anche perché consente di arricchire il viaggio della protagonista di tutti quegli imprevisti –seccature, disagi, frustrazioni, ma anche aperture e incontri inattesi– di cui la tecnologia ci ha ormai in gran parte privato.

A questo proposito, al di là della descrizione dell’affettuosa amicizia tra due anime in cerca di sé stesse, il vero tema del film sembra essere proprio la celebrazione dell’imprevisto, che acquista un valore considerevolmente più rilevante rispetto all’evento programmato o atteso. Ecco allora che il fugace incontro tra Laura e un altro ragazzo finlandese salito per una breve tratta sullo stesso treno, un incontro che –contrariamente a quello con Ljoha– si preannunciava come improntato alla più grande cordialità (gli scambi tra i due sono gli unici dialoghi del film in finlandese), lascerà alla protagonista l’amaro in bocca. Così come una patina di delusione sembra derivare a Laura dal faticoso raggiungimento della meta del suo viaggio, ovvero gli antichi petroglifi di Murmansk. Tuttavia in entrambi i casi qualcosa lo si è comunque guadagnato: se il furto della telecamera subìto dal giovane finlandese, che priva Laura dei suoi ricordi moscoviti, sembra in realtà alleggerirla di una parte di sé forse troppo ingombrante, il modo con cui, grazie a Ljoha, Laura è riuscita a raggiungere l’impervia regione dei petroglifi le hanno regalato una giornata di avventurosa immersione in una dimensione sospesa fuori dal tempo. Tra l’altro la scena che vede i due protagonisti giocare in mezzo a una tempesta di neve richiama uno dei film più celebri di Eric Rohmer, Ma nuit chez Maud (La mia notte con Maud, 1969): il colbacco indossato da Laura fa infatti pensare a Maud che, sul Puy-de-Dôme innevato, flirta col personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant. D’altra parte la citazione non sembrerebbe davvero casuale: anche nel film di Kuosmanen si racconta di un amore solo sfiorato che rappresenta, allo stesso tempo, una relazione rivelatoria in grado di aprire nuove prospettive.

Se il viaggio al centro del film permetterà quindi a Laura di prendere la giusta distanza dal suo recente passato, anche Ljoha, diretto a Murmansk per lavorare in una miniera, non uscirà indenne dall’incontro con la ragazza. Evidentemente bloccato in una figura stereotipata –lo sbruffone dedito all’alcool, che vive di espedienti e inneggia alla grandezza della Russia che è stata capace di sconfiggere i nazisti[1]–, Ljoha nasconde dietro la sua malinconica irrequietezza da sbandato il bisogno di un autentico contatto umano. E non sorprende che l’unica figura amica che può vantare sia un’anziana signora che vive in un villaggio vicino a Petrozavodsk (città in cui il treno si fermerà per una notte intera), e in casa della quale riuscirà a portare la recalcitrante Laura. Perché egli insiste tanto a volerla condurre dalla sua amica sarà chiaro quando le due donne rimarranno da sole a bere e la più grande consegnerà a Laura una raccomandazione tanto semplice quanto rivelatrice: quella di obbedire sempre al suo animale interiore.

Grazie ad una recitazione intensa, amplificata da una macchina da presa spesso addossata agli attori, Scompartimento n°6 accompagna lo spettatore in un percorso di spaesamento in cui si incrociano solitudini, miserie e desideri. E il tutto sotto lo sguardo di un’altra anima inquieta cara agli amanti di cinema, ovvero Marilyn Monroe; appartiene infatti a lei la frase citata da Irina all’inizio del film e che può fungere da epigrafica chiave di (in)comprensione di tutta la vicenda: «Only parts of us will ever touch only parts of others». È con queste tangenze momentanee, sembra volerci suggerire il regista, che dobbiamo fare i conti: avere il coraggio di seguire il proprio animale interiore può essere l’unica strada per riuscire a perdersi e a ritrovarsi.

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[1] Un “precedente storico” che è ancora «fondante dell’attuale identità della nazione russa» e «che ha assunto elementi di culto tali da divenire una sorta di religione civile» (Adriana Castagnoli, Vladimir Putin e l’immagine di zar buono e forte, in «Domenica, IlSole24ore», 12/12/2021, p. VIII).

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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