Non siete stati ancora sconfitti: gli scritti dal carcere di Alaa Abdel Fattah

di Giuseppe Acconcia

Tra le figure simboliche che hanno segnato le rivolte di piazza Tahrir del 2011 in Egitto, spicca l’attivista socialista Alaa Abdel Fattah. Non solo perché si tratta di un leader indiscusso del movimento, una figura di riferimento che fa paura al regime di al-Sisi tanto da essere stato condannato per l’ennesima volta a cinque anni di reclusione con l’accusa di diffusione di notizie false lo scorso 20 dicembre, ma perché continua a far sentire la sua voce critica anche in sua assenza. Non potendo più accedere ai suoi account Facebook e Twitter, Alaa ha gridato il suo dissenso questa volta con il libro “Non siete stati ancora sconfitti” (Hopefulmonster 2021, traduzione di Monica Ruocco, 272 pp, 23 euro), pubblicato anche a Londra da Fitzcarraldo. Il libro parte dai primi articoli pubblicati sulla stampa egiziana sul dibattito sulla nuova Costituzione da Alaa, in carcere in varie occasioni prima, durante e dopo le rivolte del 2011. Il racconto lucido del cronista si aggiunge a frammenti inediti dei cadaveri dei martiri, degli attacchi delle forze di sicurezza contro i manifestanti che dagli scontri del Maspiro alle proteste di via Mohammed Mahmud (2011) hanno segnato la sanguinosa transizione appena abbozzata in Egitto. Tra intense esortazioni agli attivisti di tutto il mondo a mostrare solidarietà per i movimenti sociali in corso nel suo paese e incredibili racconti dal carcere dove Alaa era costretto a “dormire per terra con otto compagni in una cella lunga quattro metri e larga due”, lo spirito del giovane attivista si forgia nella personalità di un rivoluzionario. Un intellettuale che confronta il movimento egiziano con quello tunisino, che critica le modalità con cui avvengono i dibattiti all’interno dell’Assemblea costituente, che critica l’esercito che ha preso in ostaggio lo Stato. Ma Alaa è anche un padre che non può vedere crescere suo figlio Khaled: “in mezz’ora mi ha dato così tanta gioia da riempire il tempo in carcere per una settimana”. La raccolta di scritti dal carcere continua con il racconto di Gaza in stato di assedio e i Tweet di Alaa nei pochi periodi di libertà a pochi giorni dalla grande manifestazione del 30 giugno 2013 che aprirà le porte al colpo di stato del 3 luglio 2013. E così l’attivista di sinistra non può che piangere la morte di Asmaa el-Beltagy, nonostante appartenga alla Fratellanza musulmana scrivendo: “la tua morte mi conforta perché, malgrado il trionfo della follia, la morte è ancora lucida e sceglie i migliori tra noi”. Con estrema chiarezza Alaa è stato capace di criticare l’uso indiscriminato della violenza da parte delle forze di sicurezza contro gli islamisti nel massacro di Rabaa al-Adaweya dell’agosto 2013 preconizzando un “futuro cupo” a causa del sangue versato con migliaia di morti. Le analisi politiche si concatenano a episodi di vita familiare tra la morte del padre, l’avvocato a guida del Centro Hisham Mubarak, Seif al-Islam, la madre Aida Seif el-Dawla sempre al fianco del figlio durante le udienze e alle porte del carcere, le sorelle Mona e Sanaa anche loro più volte arrestate. Quest’ultima è uscita dal carcere solo pochi giorni fa così come lo studente dell’Università di Bologna, Patrick Zaki, in attesa della prossima udienza. Tutti gli ideali della rivoluzione sono stati disattesi dalla giustizia sociale alla richiesta di diritti civili, dall’estensione delle proteste dal centro ai quartieri popolari, fino alla continua tortura nelle carceri e all’approvazione di leggi incostituzionali. E se la cella può diventare un incubatore di odio, per Alaa ha assunto tutt’altro significato come il luogo in cui elaborare la sconfitta, rivendicare il diritto di leggere e avere accesso alle informazioni, alla vita in ogni occasione, anche durante le udienze di fronte ai magistrati. “Per quanto mi riguarda da un decennio di rabbia ho appreso alcune semplici lezioni, la più importante delle quali è che ogni passo sulla strada della lotta o del dibattito all’interno della società è un’opportunità. Un’opportunità per capire, per fare rete, un’opportunità per sognare”.

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giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
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