Dal “Diario da Kiev” di Ol’ga Bagrina

Gli estratti che seguono sono stati scritti da Ol’ga Bagrina (1982), poeta, narratrice e traduttrice che è nata e vive a Kiev. Si tratta delle primissime impressioni della guerra pubblicate da Bagrina in russo sulla propria pagina Facebook. Nel frattempo il “Diario da Kiev”, montaggio dei post scritti in questi dieci giorni, è stato tradotto in inglese e in svedese.
La traduzione è a cura di Giulia Marcucci ed è stata pubblicata nella sezione “Voci contro la guerra” del sito dell’Università per Stranieri di Siena; qui si possono leggere altri scritti e testimonianze su quanto sta accadendo in questi giorni [o.t.]

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di Ol’ga Bagrina
traduzione di Giulia Marcucci

A scuola abbiamo tutti letto Tjutčev,
“beato chi ha visitato questo mondo nei suoi minuti fatali”,
ma per noi erano solo parole, non mi sarei mai immaginata
che nel nostro quartiere ci sarebbero stati spari e truppe di soldati.

 

25.02.2022, ore 02:08

Abbiamo spento la luce, non riusciamo a dormire. Non sapremmo dove scappare e nemmeno ne abbiamo i mezzi. So che durante un bombardamento il luogo più sicuro è il corridoio, ma serve solo a proteggersi dalle schegge. Non vorrei scendere nel rifugio antiaereo, soffro di claustrofobia. In questo istante ho abbracciato la mamma e le ho detto che le voglio tantissimo bene. E dico la stessa cosa anche a tutti voi.

25.02.2022, ore 8:43

Di notte è stato terribile. Le esplosioni. Ora sono riuscita a dormire un po’; abbiamo preso le nostre cose, nel caso suonasse l’allarme. È la materializzazione di un incubo, per cui razionalmente sai come devi fare e dove scappare, ma si alternano solo due stati d’animo: il panico e lo stupore. E non puoi farci niente. È terribile non sapere che cosa succederà. Fino all’ultimo non credevo che sarebbe accaduto tutto questo. La mamma sarebbe andata in ferie e avevamo in programma di mangiare il sushi e di guardarci insieme una serie. Ho due libri da tradurre, e ora invece il mondo sta andando in frantumi. Ieri sera ho abbracciato la mamma e le ho detto che le voglio tantissimo bene e che non sappiamo perché siamo qui e perché il mondo è così, e perché ci siamo capitati proprio ora (siamo gente normale, completamente impreparata alla guerra). Di nuovo le esplosioni.

25.02.2022, ore 10:57

Tra le notizie ieri ho letto un confronto con il ’68 in Cecoslovacchia. La situazione, nel suo insieme, non è di certo paragonabile; mia mamma aveva cinque anni, mentre suo fratello maggiore stava facendo il servizio militare e lo avevano mandato in Cecoslovacchia sui carri armati. Raccontava che faceva finta di sparare ma non sparava, poi proprio davanti ai suoi occhi hanno ucciso un suo compagno e allora il fratello della mamma è andato su tutte le furie e anche lui ha cominciato a sparare. I cechi stavano lungo la strada quando passavano i carri armati e dicevano: «Andate via, che cosa siete venuti a fare qui?»; nonna Katja, a sentire questo racconto, si è indignata: perché poi non sarebbero dovuti essere contenti dell’arrivo delle truppe sovietiche, lei proprio non lo capiva. Il fratello della mamma vive a Volodarka, ci ha chiesto di andare da lui, ma noi non ci siamo andati e siamo restati a Kiev. Stiamo pensando al rifugio antiaereo e alla valeriana, chissà se farà effetto dopo la crisi di panico che mi ha colpita oggi alle 6 del mattino.

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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