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Calvino e il saggismo della mediazione

Su Sergio Bozzola e Chiara De Caprio, Forme e figure della saggistica di Calvino. Da ‘Una pietra sopra’ alle ‘Lezioni americane’, Salerno, Roma 2021

© Saul Steinberg

 

di Carlo Tirinanzi De Medici

Quanti Italo Calvino ci sono? Dallo «scoiattolo della penna» di Pavese al pensoso utopista «discontinuo» di Claudio Milanini, il Calvino combinatorio quasi-oulipista del Castello dei destini incrociati, fino allo scrittore scientificamente avvisato di Paolo Zublena e Massimo Bucciantini, le immagini critiche dell’autore ligure si sono moltiplicate. Forse nessuno scrittore italiano continua a polarizzare così tanto gli animi degli studiosi: da Fortini, che inaugurando una lunga tradizione lo accusava in un celebre epigramma di opportunismo e gusto per il mercato, al Calvino-uomo di paglia che Carla Benedetti contrappone a Pasolini in un famoso, intelligente saggio, Pasolini contro Calvino (tanto più illuminante per capire Pasolini quanto meno disposto a discutere i rovelli di Calvino), fino alla (vulgatissima e pertrattata) bipartizione tra un “primo” e “secondo” Calvino, l’uno che ancora indirizza la sua fantasia verso l’impegno o almeno il Reale, l’altro che, invece, la libera verso una vertigine combinatoria: di qui, sia detto per inciso, la lettura di un Calvino postmoderno lesto a un ilare nichilismo, laddove né il postmoderno è così tanto ilare, né Calvino condivide con esso più di un’«analogia di posizione» (lo rileva Mazzoni in Teoria del romanzo). Più che Calvino, Pirandello, insomma, o magari Qfwfq, il proteiforme protagonista delle Cosmicomiche e di parte di Ti con Zero.

Su un altro piano, c’è un Calvino narratore, studiatissimo, un Calvino giornalista (il Calvino delle polemiche sui grandi fatti di cronaca degli anni Settanta), meno studiato (Ferretti, Le capre di Bikini), e un Calvino saggista (affrontato tra gli altri con lucidità da Barenghi in Le linee e i margini) spesso convocato in primo luogo per indagare la poetica del Calvino narratore (con risultati anche brillanti come fa Raffaele Donnarumma in Da lontano, 2008). Quasi un Calvino “di servizio”, quest’ultimo. Perciò il volume di Sergio Bozzola e Chiara De Caprio dedicato alla produzione saggistica di Italo Calvino è tanto più benvenuto. De Caprio firma i primi tre capitoli (“Posture autoriali e modelli macrotestuali”, “Organizzazione tematica e linea argomentativa”, “Il saggista e il lettore”), Bozzola gli ultimi due (“L’espressione del soggetto e il filo del discorso”, “Le geometrie dell’informe”).

Forme e figure indicano l’approccio alle strutture complessive (le forme) e ai singoli elementi (le figure) dei testi calviniani. In questa tensione tra generale e particolare si avverte la generale natura del volume, tutto basato su coppie oppositive che si distendono, per ragioni di studio, in nuclei separati all’interno dei singoli capitoli, senza però evitare di mostrare i riflessi di un polo nell’altro, rendendo conto dell’intreccio degli elementi che compongono il saggismo di Calvino. Al fondo, il volume ripercorre – molto calvinianamente, direi – riprendendolo sotto numerosi punti di vista, il rovello dicotomico, che attraversa anche la prosa calviniana, tra ordine e disordine che gli autori declinano in diversi campi metaforici e categorie. Ad esempio De Caprio identifica in diffusione e compattezza i due poli della scrittura saggistica calviniana: il tentativo di inseguire, mostrandoli, i molti aspetti del reale e delle possibili interpretazioni; la concomitante spinta a «inseguire il concetto per delimitarlo» (p. 10) e dunque comunicarlo. Di qui la natura bipartita dei capitoli, che aggrediscono il corpus sempre affrontando ora l’uno, ora l’altro corno del dilemma, e ricostruiscono un percorso che è anzitutto storico nell’oscillazione tipica di Calvino tra uno e l’altro aspetto.

In una linea temporale, si passa da una maggior compattezza (evidente nei saggi anteriori di Una pietra sopra: il Midollo del leone mostra «una regia stilistica che fa convergere il mondo e le cose verso un punto che resta chiaro e centrale», 39). Avanzando dominano invece le figure della «diffusione» (intesa in senso fisico, come sparpagliamento di particelle: in tal senso, direi io, quasi più chimico che fisico, le molecole che appunto diffondono in un mezzo e si distribuiscono ovunque), e con ciò diminuiscono anche gli elementi ipotattici in favore di giustapposizione e paratassi. Nell’avanzare verso i saggi della Collezione di sabbia si rileva che la maggior perplessità dell’autore si riflette anche in una posposizione del momento in cui il tema del saggio viene enunciato. In assenza di certezze, di sicurezze interpretative che delimitino una volta per sempre il senso, il compito che si assume Calvino è quello, complementare, di far domande: di qui la moltiplicazione delle descrizioni e l’aumento del tasso di narratività. La Collezione predilige dunque l’aspetto destrutturante rispetto a quello strutturante di Una pietra sopra. Questa destrutturazione, però, non finisce mai per travolgere tutto: anzi, l’alternarsi di spinte centrifughe e centripete, di narrazioni e ragionamenti, costituisce il cuore delle Lezioni americane (44 ss.), e l’organizzazione stessa (macrotestuale) della Collezione prova, almeno, a redimere la cattiva infinità dei granelli di sabbia, considerandoli parti di diverse modalità di conoscenza e insistendo però sui rimandi, i richiami da una parte all’altra, che gettino ponti tra queste forme e cerchino di produrre un «caos ordinato» (54-5).

Nel secondo capitolo si descrivono le forme di compattezza e diffusione nelle raccolte seguendo lo sviluppo tematico dei saggi, e le modalità di argomentazione (59-85), per poi concentrarsi sulle impurità che costellano la saggistica calviniana: De Caprio identifica un vero e proprio «cortocircuito tra descrivere e raccontare» (93) nella Collezione, con momenti narrativi che dinamizzano la descrizione (e in ciò non si può non pensare alla struttura di Palomar, che infatti riprende nella sua tripartizione momenti descrittivi, narrativi e meditativi cioè saggistici). I tre elementi si confondono per rendere conto di un senso intessuto di variazioni, mai fisso — come si legge poco prima, crea il sospetto che ciò che si vuole dire (capire) stia solo negli interstizi tra ciò che è stato detto (e rifiutato, e revocato in dubbio): «il testo non sembra giungere a una vera e propria chiusa; piuttosto si congeda dal lettore con una serie di riflessioni che paiono estratte da un flusso più ampio di pensieri» (84).

Dall’altra parte si vede che la stessa dinamizzazione del testo avviene tramite il ricorso a figure d’interlocuzione e dialoghi che permette di tenere «insieme conflitto di idee e di voci, riflessione e partecipazione» (98). Questa ultima sezione ci proietta verso il capitolo dedicato al legame narratore-lettore. Qui si evidenzia come il passaggio dal «noi» all’«io» come istanza di enunciazione sia conforme a una maggiore incertezza — incertezza che non si risolve mai in semplice decostruzione del senso, puro ritrarsi di fronte all’inconcludenza di un reale nel quale ci si smarrisce (la resa al labirinto, per citare il nostro). De Caprio ci mostra come la domanda posta in apertura possa ripetersi, in un gioco di scatole cinesi che forse non sarebbe dispiaciuto all’autore: le posture autoriali, i Calvino saggisti, sono molteplici, ognuno dotato di una sua maschera autoriale ben precisa, che comunque resta al di qua del confine testuale, non si identifica né si confonde mai pienamente con l’autore reale. Coerentemente con la posizione di Calvino, per il quale il saggio si situa come ponte o mediatore tra la necessità di rendere intelligibile – di comprendere, di spiegare – la complessità dell’esistente e appunto render conto, mostrare, e pertanto esperire, questa stessa complessità. Una forma insomma di «linguaggio comunicabile» (p. 9), il che ci pone leggermente fuori dall’ipersoggettivismo del saggismo novecentesco: si evitano certezze, si mostra la fatica del cogitare, ma appunto lo scopo è comunicare, chiarire.

Proprio la posizione defilata dell’io saggistico punteggia il quarto capitolo, che si concentra sulla funzione delle ripetizioni: Bozzola individua ed enuclea le figure di ripetizione attraverso le quali vengono messi in luce i due elementi fondativi del saggismo contemporaneo, cioè espressione dell’individualità soggettiva che prende la parola e tentativo di tenere «in chiaro la linea del discorso» (129). Questi due poli emergono attraverso il medesimo gesto (la ripetizione), ma prendono corpo in modi diversi. Bozzola osserva che il primo elemento resta spesso sottotraccia ed emerge per lampi, il che evidenzia – di nuovo – il distacco del Calvino saggista da molti altri saggi “moderni”: l’io sembra quasi in posizione subordinata al ragionamento, sebbene come ovvio proprio questa sua marginalizzazione finisca per farlo essudare in numerosi punti, spesso distanti l’uno dall’altro, del testo e così formando una sorta di rete isotopica. La strutturazione retorica delle ripetizioni riproduce questo contrasto.

Così vediamo che emergono figure legate all’eloquenza (ispirata a un ideale quasi classico della retorica), dell’eleganza (che invece si basa su sottili variazioni dell’intonazione, che contribuiscono alla scansione ritmica e di senso del testo), e infine su puri giochi fonetici e sintattici, che servono sì come gesti capaci di rendere conto della soggettività dello scrivente, ma al contempo si mostrano sempre legati alla necessità di far procedere il ragionamento, allargandone a ventaglio le possibilità. A tenere sotto controllo l’espansione sintattica ed argomentativa intervengono le «figure del contenimento» (143 ss.) spesso con funzione «strutturante e architettonica» (146), tramite periodi riassuntivi e ordinativi di quanto si è gettato, prima, in maniera diffusa e un po’ caotica. Da questo punto di vista assume centralità il ricorso ai parallelismi e alle replicazioni di parole e strutture sintattiche, esaminato nell’ultimo paragrafo del capitolo.

Infine si affrontano analogie, metafore e similitudini: attraverso queste figure, Calvino dà corpo a quella dicotomia che giace sempre in fondo ai suoi scritti, di cui si parlava in apertura — la tensione tra ordine e disordine, tra forma e informe, che non si risolve ma mostra una posizione «problematica e plurale» (173), che testimonia l’uso (tipicamente calviniano) di scrivere e riscrivere fino al risultato che, finale nella pratica, è in realtà solo un’altra approssimazione (174-6).

Questo, sommariamente, il contenuto del libro, che come si è potuto forse intuire apporta un contributo significativo e ricco agli studi su Calvino, anche grazie all’acribia analitica che puntella il testo con numerosi esempi, i quali non possono certo essere riportati nello spazio di questo breve scritto. Inoltre gli autori, con il loro riferirsi anche alle prose narrative calviniane, dànno conto della contiguità tra i due media (benjaminianamente intesi) adoperati dal ligure, saggio e racconto. Il piano tematico di fondo, il ragionamento se non dicotomico almeno per coppie oppositive (generali e forse quasi trascendentali nei primi scritti, poi via via locali e sempre più empiriche) mostra il ritornare dell’opposizione ordine/disordine, logico/illogico ecc. che caratterizza il pensare calviniano, e ne osserva l’evoluzione, pendente sempre più verso l’accettazione che il secondo polo (nell’assiologia di Calvino sempre negativo) non possa essere eradicato. Sembrerebbe che si sia tornati a quella visione di un Calvino scettico e disilluso evocata in apertura. Ma il lavoro di Bozzola e De Caprio è importante anche per ciò che ci dice su questo apparentemente definitivo scacco e, di riflesso, relativamente all’arte del saggio in generale. Partirei da questo secondo aspetto.

Negli ultimi anni le indagini sulla forma-saggio (spesso esse stesse in forma di saggio) in generale si sono moltiplicate: da Kundera (I testamenti traditi, 1992) Berardinelli (La forma del saggio, 2002) a Cortellessa (Libri segreti, 2008), a Massimo Rizzante (Non siamo gli ultimi, 2009; L’albero del romanzo, 2007 e 2018) che ha dedicato all’argomento un ciclo del Seminario internazionale sul romanzo. Allo stesso tempo si è indagata la forma che il saggio assume quando si ibrida con strutture propriamente romanzesche (Stefano Ercolino, Il romanzo-saggio, 2014; Guido M. Gallerani, Pseudo-saggi, 2019). L’idea di saggio che accomuna queste posizioni è quella post-lukácsana, ripresa da Adorno, sviluppata da Fortini e derivata alla lontana dagli Essais di Montaigne, di una scrittura con forte componente personale e idiosincratica, che procede per salti e tagli: ma Bozzola e De Caprio ci svelano un’altra possibilità del saggio contemporaneo, che potrebbe tornare utile anche per leggere (ri-leggere) uno sparuto ma sempre interessante manipolo di autori, a partire da Sciascia e Primo Levi, passando per i saggi narrativi di Auster e, più indietro, per certe prose di Borges o Camus.

Un abbozzo soltanto di costellazione, che ricorre al saggismo per ampliare e sfumare un processo essenzialmente logico, senza però cancellarlo. Il ragionamento si complica, si arricchisce, talvolta s’incarta e tutto ciò appare sulla pagina: ma tutto ciò per rilanciare quel ragionamento. Siamo dalle parti, ancora, di quella lettura ricœuriana della «scuola del sospetto» che non si caratterizzava in primo luogo (secondo il filosofo francese) per il suo scetticismo, quanto semmai per il tentativo di illuminare in modo nuovo un problema, distruggendo sì le vecchie certezze e non riconoscendo alle nuove altrettanta solidità e tuttavia offrendo «una scienza mediata del senso, irriducibile alla coscienza immediata del senso» (Ricœur, Del senso, p. 48). Marx, Nietzsche e Freud ponevano l’accento sull’atto del decifrare, ma allo stesso modo questo saggismo è tutto un tentativo di decifrazione, che non sempre giunge (oggi) al cuore del problema, ma ne ricostruisce la complessità. La mediazione si allunga, s’ispessisce, il procedimento occupa sempre più spazio, così da render conto del processo decifratorio: atteggiamento noioso, inconcludente, rinunciatario? In tempi di predominio dell’emozione, della hot cognition, che sembra proporre un ritorno di quell’immediatezza del senso, forse tale lezione andrebbe riscoperta: un pensiero consapevole dei propri limiti (calvinianamente, la difficoltà di trovare un modello dei modelli), ma comunque inteso a sceverare il reale, mostrando anche il costo (psichico) di questa operazione. Il rovello insomma non s’iscrive sulla pagina solo per celebrare, o accettare, lo scacco gnoseologico: ma è esso stesso resistenza a quello scacco, e il saggio diventa un modo per illustrare la complessità – epperò anche la necessità – dell’atto mediatore in un mondo molteplice, irrigidito in opposizioni e antitesi. Ora dunque, oltre ad avere un Italo Cavino in più, forse abbiamo anche una idea di saggio che prima era rimasta un po’ in ombra. E di entrambe avevamo bisogno.

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[Segnalo che il volume si presenta a Pisa domani, 16 marzo; qui sotto la locandina. ot]

 

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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