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L’intellettuale marxista Franco Fortini

di Velio Abati

In nessun altro tempo, come nell’attuale di drammatica accelerazione, è più difficile prendere pubblicamente parola, se lo fai nel registro del letterato. Infatti di fronte all’odierno scarto storico che, come accade negli eventi tellurici, è di colpo fatto esplodere dalla tensione accumulatasi sotto l’euforia della globalizzazione seguita all’implosione sovietica, tutto modificando per un’intera epoca dell’umanità, misuri davvero, sulla tua carne, la pluralità e l’asincronia, anzi l’attrito insolubile dei tempi che attraversano l’individuo come la collettività. In che modo, ti chiedi, parlare – per dirlo alla Fortini – dell’aggressione russa all’Ucraina, dello scontro con la Nato della seconda potenza militare mondiale – un presente solfureo che brucia ogni altra dimensione – mentre scrivi di letteratura? Sai solo che il tuo dovere è cercare la verità e che essa è sempre dalla parte di chi ne è espropriato.

In questa occasione mi aiuta il volumetto di Giuseppe Muraca (L’integrità dell’intellettuale. Scritti su Franco Fortini, Ombre corte, Verona 2022, p.122, euro 12,00). Consta, ci spiega La breve premessa, di articoli e note scritti nell’ultimo trentennio, i più vecchi dei quali sono stati “rivisti e in parte modificati”. Il tutto è fatto precedere da una lettera di Muraca a Fortini datata 15 gennaio 1991 con la risposta del 18 febbraio. Già i titoli dei cinque capitoli (Dieci inverni; Fortini e Pasolini; Attilio Mangano, Franco Fortini e la nuova sinistra; Note di lettura) e le coordinate temporali portano nelle novità editoriali sull’intellettuale marxista un piccolo spaesamento. La fortuna di Fortini, dopo la sua scomparsa avvenuta il 28 novembre del 1994, ha conosciuto da tempo, prima lentamente, poi in modo più accentuato una discreta intensità e vastità di studi, grazie prima di tutto alle carte raccolte e all’attività del Centro Studi Franco Fortini dell’Università di Siena, dov’egli è stato docente. Ulteriore spinta è stata impressa dal centenario della sua nascita, come oramai avviene per le ricorrenze memoriali, con le quali l’ipertrofia dell’odierna comunicazione sociale divorata dal presente trova utili incentivi a riprodursi.

Tali lavori critici hanno prima di tutto restituito al poeta Fortini il posto che in vita da più parti gli è stato negato, fatto sopportato in silenziosa sofferenza: “se uno mi contesta un articolo, un saggio, allora sono prontissimo a battermi ma non so dire una parola in difesa di una mia poesia e questo è un modo ingenuo, una trasposizione, cioè scateni l’aggressività in quello che in un certo seno tu consideri per te meno prezioso e l’altro non riesci a difenderlo”, dice in un’intervista del 1981 con Mirella Serri, intitolata, niente meno, Dialogo col profeta di classe. Solo nella forma mediata dal cerimoniale dell’epigramma è riuscito a farlo: “Uno solo forse vale dei miei versi, dici. Ma / bada. Può farti male. Prendine la metà”.

Eppure, le parole pacate di Muraca generano attrito; irrompono da un altro tempo. In effetti la critica intervenuta ci ha via via consegnato approfondimenti filologici, meritori studi accademici che mentre valorizzavano e precisavano la figura di poeta e di letterato fino alla posizione di classico, sfuocavano la funzione intellettuale e segnatamente militante, politica di Fortini. Ecco perché le riflessioni e le cronache restituite con garbo da Muraca rischiano d’essere ignorate o, peggio, letteralmente fraintese. Il critico, che proviene da una stagione e una militanza politico-intellettuale formatasi nella temperie degli anni Sessanta-Settanta, non se ne è pentito e riporta il suo sguardo sulla battaglia intellettuale di Fortini.

Certo, con Muraca sappiamo che anche la critica più penetrante prende vita dal suo contesto e dunque il salto d’epoca intervenuto per il lettore di oggi può ingannarlo: l’autore dell’Integrità dell’intellettuale si astiene dall’indicare quel salto, lasciando al suo lettore la responsabilità di mettere in conto la scomparsa non delle persone evocate dalla ricostruzione – i Vittorini, i Togliatti, i Nenni, i Bo, ecc – ma della ben più determinante realtà sociale, politica, sindacale, culturale di cui essi erano espressione. Tuttavia, se ci carichiamo della fatica di attraversare la superficie della cronaca e dei protagonisti del tempo oramai trascorso, per andare alla sostanza troviamo tutta la vitalità e la forza dei temi, delle scelte, dei compiti con cui l’intellettuale Fortini si è misurato.

L’attività intellettuale di Fortini che Muraca mette a fuoco è quella tra il dopoguerra e l’esplosione dei movimenti del Sessantotto, lasciando alle finali Note di lettura brevi annotazioni sulla saggistica successiva. La prima importante acquisizione consegnata al lettore è anche la più implicita: l’attenzione, persino assillante, di Fortini al mutare dei tempi brevi della storia. Segno questo di una fedeltà a un metodo: “i presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari”, direbbe Marx. Da qui la particolare diffrattività di fronte a cui si trova il lettore di Fortini: il suo continuo ri-considerarsi in una ferma coerenza, tanto che nell’anno della sua morte dice: “un giorno incontro Adriano Sofri, che mi dice: ‘Non sei cambiato. Sei una pietra’”.

Nei quattro periodi scanditi da Muraca – la stagione del “Politecnico” di Vittorini, il decennio fino al 1956, la stagione delle riviste preparatorie del Sessantotto, il Sessantotto – una rimane l’ispirazione fortiniana: l’affermazione teorica e la ricerca pratica dell’unità tra letteratura, critica, produzione culturale, politica, in una prospettiva esplicitamente di classe. Questa aspirazione alla totalità, per quanto sempre inseguita a partire dal suo ‘spirito di scissione’, lo porta anche a sottolineare precocemente l’avvenuta interconnessione di tutte le società umane.

Così, al mutare delle dominanze e dei soggetti nelle differenti fasi storiche, mutano anche le difese e le critiche. Sul lato politico, prima e per un lungo tempo verso il Pci e il Psi, sul piano pratico, ha rifiutato “la mediazione politica, la direzione burocratica e verticistica dell’attività culturale per instaurare un rapporto diretto tra gli intellettuali e la classe, fra i produttori e i consumatori di cultura”, sulla scorta “del Gramsci dei consigli e del pensiero luxemburghiano e maoista”, perseguendo l’affermazione di un “socialismo basato sull’autogoverno delle masse e della democrazia diretta”; sul piano ideologico ha combattuto il loro “storicismo crocio-gramsciano”, ossia “un marxismo nazional-popolare e una visione della cultura ristretta e provinciale”. Mentre da ultimo ha difeso le ragioni della letteratura contro la pretesa del suo annullamento nella politica, avanzata dai movimenti del Sessantotto.

Sul lato letterario ha via via combattuto contro la linea “di ascendenza ermetica e idealista”, che coltivava una concezione “religiosa e pura della letteratura, l’autonomia dell’opera letteraria e artistica”; poi la pretesa opposta della neoavanguardia d’identificare la politica nella letteratura; infine contro la deriva osservata in Pasolini di estetizzazione della vita, che alla fine finisce per annullare la differenza tra arte e vita.

Come non vedervi – in questo tempo dell’immediatezza, della frantumazione narcisista, dell’urlo ossequiente – la necessità contraddittoria di un’organizzazione politica, la ricerca indispensabile di un orizzonte complessivo di senso, il rifiuto di delegare ad altri la ricerca del vero, che può avvenire solo come pratica comune di trasformazione a partire da chi e da quanto è espropriato, gettato da parte, in vista di riappropriazione del nostro futuro. Come non vedere che è tutto questo che ‘spiega’ la poesia di Fortini e che ci offre qualche cartello per attraversare l’orrore del presente?

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4 Commenti

  1. “la necessità contraddittoria di un’organizzazione politica, la ricerca indispensabile di un orizzonte complessivo di senso, il rifiuto di delegare ad altri la ricerca del vero”.
    La posizione di Fortini era già difficilmente riconoscibile quando ancora esisteva il PCI, esisteva una cultura borghese elitaria, esistevano dei movimenti extraparlamentari di contestazione. Oggi questa posizione si puo’ celebrare retrospettivamente, a secolo chiuso, ma è quasi intraducibile ai giorni nostri. Pero’ ognuna di quelle istanze è ancora presente, ancora attuale, e questo non puo’ essere negato. Quanto si nega è l’idea che ognuna di esse (organizzazione politica, orizzonte di senso, ricerca del vero) non possa essere trattata in maniera isolata, in quanto tutte sono solidali e dipendenti tra di loro. L’amore odierno per l’immediatezza e il frammento sembrano, su questo, avere vinto.
    Bel pezzo Velio Abati.

  2. È incredibile come il destino già scritto di quanti si dedicano al fare letteratura sia immancabilmente postumo, come insegna Giulio Ferroni. Si lavora davvero per chi verrà dopo di noi, nel presente si corre troppo e non c’è tempo per cogliere fiori che pure sbocciano sotto i nostri occhi in tutta la loro bellezza.

  3. Ringrazio Andrea Inglese per il suo intervento, non secondariamente per averlo fatto, perché un’interlocuzione meditata come la sua, non un applauso o un fischio, è già di per sé un gesto critico: la frammentazione odierna ha propriamente la forma, nella comunicazione sociale, dell’idiozia saccente, che scambia l’identità con la chiusura all’altro e, quel che è peggio, la socialità con la replicazione paranoica dell’identico, cosicché ne riceve il doppio danno della conferma di sé e dell’illusione di radicalità, in una catena autoalimentata.
    Quanto poi alla tua osservazione “l’amore odierno per l’immediatezza e il frammento sembrano … avere vinto”, se non comprendo male il valore di “sembrano”, vorrei contribuire con qualche riflessione. Che esso sia dominante, non v’è dubbio. Che il frammento e l’immediatezza costituiscano, non dico la forma definitiva – ogni fenomeno storico-umano è transeunte -, ma che siano la realtà, invece che la sua apparenza, non ne sono convinto. Malgrado la trasformazione, che già semina corpi e devastazioni, impressa all’interconnessione del genere umano dal declino a-sincronico delle due superpotenze novecentesche e, in particolare, oggi, del capitalismo statunitense, profondi e non rescindibili rimangono i legami tra le civiltà della Terra. E non è vero che questi siano – così come appaiono e come l’ideologia dell’attuale finanz-capitalismo alimenta – senza direzione: la scienza mostra che persino i moti caotici sono tenuti insieme da una logica. E qui parliamo di interessi economici e di dominio, dunque politici, ovvero di volontà e di scelte, che si ripercuotono differentemente sull’immenso mare dell’essere sociale; basta guardare anche solo due dati di ieri di Oxfam: negli ultimi due anni una manciata di miliardari si è arricchita di 1 miliardo ogni 2 giorni, mentre in questo anno ogni 33 ore 1 milione di persone rischia la povertà estrema.
    Se poi mi chiedo da dove questa sanguinosa distruzione di uomini e ambiente derivi, i miei studi mi dicono che una ragione è nella devastante svalutazione, nascondimento e, alla fine, vera e propria criminalizzazione del lavoro sociale umano. Altro discorso, naturalmente, è dire come trasformare questo stato di cose, ribaltare questo pensiero dominante.

    • Si sapeva che alla lunga il capitalismo avrebbe “vinto” (ma abbiamo perso noi come persone). Ormai conta il capitale, il lavoro è malpagato, spesso comporta sfruttamento se non umiliazione, tocchiamo con male il fallimento di un’intera società e dei suoi valori fondanti.

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