Su “Memory Box” di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige

 

di Roberto Todisco

Forse lo spunto da cui prende vita la narrazione di Memory Box di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige non è dei più originali, sebbene molto intrigante. Il giorno della vigilia di Natale, a Montreal, a casa di una famiglia composta di sole donne (nonna, madre e figlia) arriva una misteriosa scatola. Il mittente mette in allarme Téta, la nonna, che aveva appena finito di sfaccendare in cucina. Il pacco, infatti, arriva da Beirut, la città da cui Téta e sua figlia sono fuggite durante la guerra civile libanese degli anni Ottanta. A sconvolgere i rapporti fra le tre donne e a mettere in moto il film c’è la scoperta dell’incredibile contenuto della scatola: fotografie, diari e cassette realizzate da Maia, la madre, fra il 1982 e il 1983, per raccontare la propria vita da adolescente, e la sua città che stava sprofondando nella guerra, a un’amica che aveva lasciato Beirut. Alex, la figlia, che ha più o meno l’età che aveva la madre quando ha scritto quei diari, scopre una donna che stenta a riconoscere, appassionata, libera, innamorata, ed entra in contatto con la storia dolorosa della sua famiglia.

Fin qui, come detto, una storia intrigante, ma non innovativa. Il grande fascino del film sta soprattutto nella maniera in cui Hadjithomas e Joreige conducono questa indagine visiva nella memoria, una memoria che, come di consueto nel lavoro dei due artisti libanesi, incrocia esperienza individuale e storia collettiva. Grazie a un equilibrato utilizzo di tecniche non convenzionali per il cinema e a vere e proprie incursioni nel campo della video arte, i registi fanno vivere allo spettatore la strabiliante esperienza di Alex: entrare nel passato di sua madre. Fra fotografie che scorrono davanti ai nostri occhi in una sorta di found footage, voce narrante che viene fuori dalle vecchie cassette, quaderni che si aprono come libri pop-up e fotografie che si animano e diventano a loro volta film, siamo completamente avvolti dalla memoria. Un modo di fare cinema che a tratti ricorda i film di montaggio intimi di Alina Marazzi o il glaner visivo di Agnès Varda.

Anche se Hadjithomas e Joreige sono bravissimi a non perdere mai di vista la compattezza di un film di finzione “tradizionale” e a orchestrare una storia che tiene col fiato sospeso, diverte e commuove, è chiaro che con Memory Box proseguono la loro ricerca (amano definirsi proprio “ricercatori”, piuttosto che artisti o registi) sul rapporto fra memoria e fotografia, che da oltre venti anni conducono spaziando fra video, performance, installazioni, scultura e cinema. Maia, emblematicamente, sogna di fare la fotografa. “Voglio fotografare tutto – dice in una delle cassette – Ho paura che la città si sgretoli e svanisca davanti ai miei occhi”. Ma può davvero l’immagine fermare questo disfacimento? La memoria può salvare dall’oblio e dare un senso al dolore? A queste domande il film, e tutta l’opera di Hadjithomas e Joreige, risponde in maniera problematica. Forse la risposta più profonda sta in un rullino non sviluppato che Maia ritrova nella sua vecchia macchina fotografica, non a caso è collegato al nocciolo più doloroso della sua storia familiare (che non svelerò). I due artisti in passato hanno lavorato proprio sul collezionare rullini non sviluppati, di cui descrivevano a parole il contenuto delle immagini in essi contenute. Fa parte, questo modo di fare arte, di quella che loro definiscono “strategia delle immagini latenti”: rimuovere le immagini dal flusso di visione per restituire loro potere, il potere di conservare la traccia di quello che riproducono. D’altronde non è questo l’effetto che, nel film, produce la scatola arrivata all’improvviso? Le immagini che Alex scopre un poco alla volta erano rimaste latenti per oltre venti anni e ora ritornano, con tutto il loro potere.

Come dicevo memoria individuale e memoria collettiva si fondono, e questo è quanto mai vero quando c’è di mezzo una guerra. Il dolore di una famiglia è il dolore di un intero popolo. “È incredibile – dice Maia tornata a Beirut – hanno ricostruito tutto”. Si può far finta che una guerra non sia mai avvenuta? Dobbiamo rassegnarci alla tirannia del presente? La risposta dei due artisti libanesi è nell’esercizio della memoria e, appunto, nelle immagini latenti. «Quella della latenza è una posizione politica – spiega Khalil Joreige in un’intervista rilasciata in occasione della loro personale al Guggenheim di New York – significa “io esisto, anche se tu non mi vedi”».

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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