Volontari in fiera

di Walter Nardon

*

1.

Non sono mai andato a una riunione insieme a mio padre e questo non smette di sorprendermi. Eppure anche lui faceva parte di tante associazioni. Il nostro confronto, che lievitava a volte fino a toni teatralmente accesi, me lo ha sempre posto davanti come un interlocutore ostinato e inaggirabile, in grado di trasformare ogni cena in un estenuante duello retorico. Dato che il lavoro lo impegnava a fondo, e che era in questo che cercava di dare il meglio di sé – era la fonte delle sue maggiori soddisfazioni – nel contributo al volontariato aveva scelto quasi inconsapevolmente un ruolo riconoscibile ma limitato, quello del socio responsabile che entra nel direttivo, mette a disposizione la sua esperienza senza però arrivare ad assumere un peso decisionale che comporti un’effettiva esposizione: si accontentava, per così dire, di trovarsi fra i consiglieri del Presidente. In questo atteggiamento esprimeva anche la coscienza del limite non della sua intelligenza, che non temeva mai di mettere in mostra, ma di una competenza nell’amministrazione pubblica relativamente incerta, che non aveva mai pensato di approfondire.

Se però questo era il suo atteggiamento verso l’impegno diretto nelle associazioni, altro e meno dispendioso era quello che rivolgeva al mio, di impegno: sapendomi simile a lui per attitudine, ma diverso per temperamento e più pronto ad espormi, si accontentava di sondare fra i suoi conoscenti le opinioni circa la reputazione che mi stavo guadagnando. Mi controllava a distanza e quando rientravo a casa non mi chiedeva mai come fossero andate le cose in un contesto o nell’altro. Non saprei dire se lo facesse per garantirmi un margine di libertà più ampio o semplicemente perché non aveva voglia di impegnarsi in un’ulteriore discussione su questioni che non lo interessavano. Ad ogni modo, non me ne parlava. Questo suo modo di fare si coglieva anche in altre circostanze. In quel periodo, mentre passavo da un’occupazione all’altra, a differenza di ciò che in questi casi capitava di norma in famiglie più solide e ingombranti della mia, non temeva affatto che accumulassi un ritardo rispetto a una carriera che secondo i più informati andava costruita con determinazione fin dagli anni di studio. Non gli importava. Appartenendo a una generazione che si era trovata a svolgere senza troppe difficoltà vari lavori, aveva a cuore di accertare solo il modo in cui mi dedicavo a queste occupazioni: doveva essere, ovviamente, quello della massima affidabilità. Il resto sarebbe venuto da sé. Ma questo, però, non accennava a venire.

La serata con Elisa mi aveva sconcertato. E non era colpa sua. Eravamo entrati di proposito in un bar che non conoscevamo, il Brighton, in periferia di Trento, ed eravamo rimasti quasi tre ore al tavolo a parlare dei suoi problemi familiari e di cinema. La madre aveva avuto una pesante ricaduta del suo esaurimento ed era ora sotto psicofarmaci. Per quanto mi sforzassi di essere presente nella circostanza, cercando anzi di sostenere Elisa nella sensazione di abbandono che provava per essere stata lasciata sola a occuparsi di lei – il fratello maggiore lavorava in una ditta di materie plastiche – avvertivo il disagio della mia estraneità nei suoi confronti. Nei giorni precedenti mi ero fatto trascinare dai suoi inviti, a cui non avevo dato peso, e ora sentivo di trovarmi in una condizione difficile. Lei guardava dalla finestra verso i lampioni del parcheggio. Lasciando per un istante gli studi non avevo abbandonato solo i libri, ma anche la serietà con cui affrontavo le cose: avvertivo una necessità di distensione, un colpevole accesso di rilassatezza, o almeno così lo ritenevo. Che idiozia. Quando, rientrati in macchina, Elisa mi baciò di nuovo, come aveva fatto più volte quella sera – e come avevamo fatto a lungo entrambi, senza pensarci, il giorno prima – non risposi con partecipazione. Lei lo prese come uno scherzo, ridendo e scusando quello che credeva il mio impaccio ed era invece il tentativo di tornare un po’ in me. Le dissi che mi sentivo in colpa per aver portato la cosa troppo in là. Lei fece una smorfia fra il disprezzo e la commiserazione. Continuando su quella strada mi sarebbe sembrato di approfittare troppo della sua disponibilità, anche se forse lei – che era più abituata di me a vivere nell’incertezza dei sentimenti – non sarebbe stata dello stesso avviso. Ma il fatto era proprio questo: per quel poco che avevo capito, non sapevo vivere in quel modo. Eravamo rientrati in silenzio. Scendendo dalla macchina, mi disse che per un po’ non ci saremmo parlati.

Il giorno seguente dovevo seguire un altro incontro di preparazione alla fiera, presso l’associazione culturale Dodici ottobre, al quale dovevano partecipare anche lei e Clara. Questa mostrava un’espressione cortese, ma distaccata, anche più del solito. Io, come sempre, ero arrivato da solo. Si erano sedute in un angolo della sala, lontano da me ma, dato che eravamo circa una ventina, riuscivo a vederle. Quando fu lanciata la proposta di organizzare un torneo di scacchi, Clara parlò all’orecchio alla sua amica, il che aumentò il mio disagio. Il presidente, un tecnico di laboratorio un po’ in sovrappeso, fece ampi cenni esortando tutti a esprimersi in merito. Osservare come Clara, coi suoi capelli castani, avesse intrapreso l’opera di allontanamento dal costume dei suoi genitori era un’esperienza illuminante. Seguiva tutto con apparente comprensione e poi emetteva una sentenza raramente benevola, come se gli sforzi dei vari soci non raggiungessero mai la soglia dell’accettabilità, né il contesto quello della sufficienza; e sembrava quasi che lo facesse da una posizione di privilegio che non poggiava solo sui suoi risultati, ma su quanto suo padre e perfino sua madre, almeno in termini di relazioni, avevano conseguito. Il che appariva paradossale. Del resto, a quanto ho potuto notare le cose vanno spesso in questo modo: cercando di allontanarci in fretta dalle lacune dei nostri familiari ne trascuriamo gli aspetti non solo tollerabili, ma anche affettuosamente condivisibili, gettandoci verso l’eccesso che noi crediamo a loro opposto e incorrendo così nel rischio di riprodurre proprio i comportamenti che sentiamo di condividere meno. Con la coda dell’occhio guardavo verso Elisa. Dopo due soli interventi di entità trascurabile il torneo passò (anch’io avevo votato a favore).

Domenica arrivai puntuale. Anche in una giornata umida alle sette del mattino l’aria di una fiera sembra sempre promettente, come se l’incontro fra un numero imprevedibile di persone e gli scambi che nascono di conseguenza dovessero già di per sé apportare un reale miglioramento delle condizioni di vita della comunità. In effetti, in termini materiali e considerando anche le questioni di poco conto, non si può trascurare il risultato di tante minime promesse mantenute, che produce un clima di euforia destinato a sopravvivere in chi torna a casa orgoglioso con i frutti della caccia. Forse anche per questo verso sera la visione delle carte sparse a terra e dei banchi riposti nei furgoni induce un sentimento di rammarico per lo spettacolo concluso, più che di soddisfazione, proprio invece dei negozianti. Mi dicevo che i soggetti posti nel punto migliore per descrivere una panoramica completa della vicenda (se non avessero tanto da lamentarsi) sarebbero i commessi. Dunque, avrei avuto modo di riflettere.

Passare però una giornata dietro una bancarella a vendere oggetti usati e discutibili lavori multicolor a maglia per raccogliere contributi per una buona causa è logorante perché induce a rendersi conto di fare appello alla sola generosità delle persone, impossibilitati come si è ad offrire un oggetto di scambio che sia in qualche misura proporzionale a quello che si chiede. Insomma, li stai quasi implorando. Non puoi neanche esibirti in un numero, come accade invece a chi di fianco a te vende le ultime mirabolanti invenzioni per rendere più comodo il lavoro in cucina, strumenti irrinunciabili come lo schiacciacipolle o i panni magici in grado di catturare la polvere e destinarla in breve a una pena definitiva. Non puoi cogliere fino in fondo il grado di compromissione di chi cerca un affare: te ne stai in piedi, con espressione mediamente cortese, pronto a fare una battuta al cliente mentre sposti le sciarpe cercando il capo più presentabile, senza però trascurare uno sfondo di serietà che deve comunque trasparire.

Sandra, la trentenne attraente con cui ero di turno, aveva un altro costume, tanto diffuso da essere prevalente in questo settore. Porgeva i prodotti sorridendo con una gioia per me inaccessibile, offrendoli come l’emblema di un privilegio, quello di lavorare per un’impresa equa, mostrandosi nello stesso tempo lontana dai compromessi di chi più brutalmente vende ferramenta o utensili anonimi e quotidiani (tutti strumenti di dominio, a suo dire). Lei non vendeva oggetti, ma una prospettiva diversa, antagonistica a quella della realtà di ogni giorno. Gli orrendi capi di lana che avevamo davanti erano la dimostrazione che un’alternativa era possibile e che era a portata di mano: non valevano in sé, quanto per il loro valore simbolico. Lavorando per una cooperativa sociale, mi disse, stava già facendo il suo dovere, non c’era bisogno di giustificarlo davanti ai clienti con un atteggiamento riconoscente, anzi quasi imbarazzato come il mio. In poche parole, secondo lei dovevo imparare a sciogliermi. Nei suoi modi cortesi aveva tutta l’aria di dimenticare che lo sfarzo delle sciarpe era assicurato dai contributi pubblici che sostenevano in misura determinante la soluzione antagonistica a cui lavorava da sette anni e che le consentiva la più ampia sicurezza, assai diversa dalla mia o da quella del venditore di calzini e calze che stava al nostro fianco, sull’altro lato. Affrontava però i turni con una dedizione completa. Ogni tanto si fermava, si passava una mano fra i capelli biondi e poi mi diceva:

«Beh, sta andando bene, no?»

Io annuivo. In effetti, non andava male. Poi, al malinteso sulla sua condizione, accompagnava la critica per il conformismo dei dipendenti pubblici che a suo avviso contribuivano al perdurare di uno stato di cose discutibile: «Non vorrai venirmi a dire che li rispetti?» Mentre lei e i suoi colleghi, invece, ci mettevano del loro, rischiavano ogni giorno affrontando il disagio della società, cercando di portare consolazione dove non ce n’era, trasformando lo status quo dall’interno. Non che non si impegnasse, anzi, era infaticabile. Pensando però all’esiguo margine di rischio a cui lei andava incontro, non solo dal punto di vista contrattuale, ma anche nel sostenere queste tesi (che si guardava bene dal manifestare in occasioni pubbliche riservandole invece alle colleghe del corso di yoga) sentivo crescere il mio fastidio, la voglia di abbandonare il giardino incantato. Cercavo di tenere l’occhio sui passanti.

3.

Saranno state forse le dieci e un quarto quando alla bancarella si presentò Carlo con due grosse borse di plastica, emblema della salute degli affari. Era di buon umore (dedicava una mezza giornata in fiera ai potenziali elettori, fermandosi a parlare con tutti).

«Vedo che sta procedendo a dovere», disse.

«Sì, siamo contenti. Anzi, non sarei arrivata a sperare tanto» fece Sandra, ben disposta.

Con Carlo arrivò subito la figlia Lucia, la borsa di pezza a tracolla, mentre Clara si era fermata un paio di bancarelle più indietro a osservare le scarpe.

Tornando sugli ambulanti, ripensavo a mio padre. Da bambino, in occasione della fiera, mi portava davanti a qualche venditore di novità. Lasciava che il teatro facesse il suo corso per poi consigliarsi con me, chiedendomi: «Che ne dici se facciamo una sorpresa alla mamma?» al che io, entusiasta, annuivo subito, stupito della sua disponibilità nei confronti dell’invenzione – lui di solito così prudente – mentre lui lo faceva apposta, sapendo in anticipo che mia madre al nostro ritorno avrebbe reagito stroncando senza ritegno il nostro regalo come se ci fossimo fatti fregare dal negoziante. Preparava così il nostro divertimento perché noi ne avremmo riso, complici nell’acquisto, tentando invano di convincerla con ottimi argomenti che era proprio la cosa migliore da fare.

«Come va questa giornata?» mi chiese Carlo.

«Sandra ha ragione, non pensavo che saremmo riusciti a raccogliere tanto».

«Eh, ma è l’effetto della fiera. Al mercato non sarebbe andata così bene. Qui la gente è ben disposta perché sta facendo una serie di cose fuori dell’ordinario: ecco perché è pronta a farne anche una in più. E voi fate benissimo a insistere».

Nel suo maglione giallo oversize Lucia era contenta di stare accanto a suo padre e di mostrarsi in sintonia con lui. Era però attratta da traguardi più elevati e infatti si precipitò a parlare con Sandra di una serata di diapositive sul Kenya che si sarebbe tenuta a breve. Carlo si voltò a salutare una coppia di impiegati comunali. Nel frattempo arrivò anche Clara, che mi squadrò severa.

«Beh, mi dicono che sei sempre più bravo», disse sottovoce.

«Non saprei. A che ti riferisci?»

«Ma negli studi, no? Il fatto è che si dovrebbe finire nei tempi previsti e invece sembra che te la stia prendendo comoda».

Sorrideva. Nel tono apparentemente neutro, più che la volontà di ferire – che mi dispiaceva, mostrandosi in superficie – non intravedevo i frutti della solidarietà con Elisa, ma l’insidia di un’incomprensione più profonda, che evidentemente le apparteneva e che non avrei saputo risolvere.

«Ciascuno fa i conti con i propri limiti».

«Già, ma non si direbbe, dal tono che prendi nelle sedute pubbliche».

«Non credevo che per intervenire fosse necessario un curriculum di prestigio».

«Ma anche la troppa sicurezza risulta noiosa, oltre che inefficace, non credi?». Con la mano frugava nel mucchio di maglioni alla ricerca di qualcosa di decente.

Mi limitai a dire: «Cercherò di ricordarmelo», tentando di dominare l’impulso di risponderle in modo più brusco per rispetto del padre e della sorella, impegnati nelle loro conversazioni. Dietro lo schermo della buona educazione che le apriva le porte di ogni casa dandole un’aria così distinta rispetto a quella più scomposta della sua famiglia, Clara mostrava una un’evidente propensione per la maldicenza, che si era già manifestata in altri contesti e forse aveva qualcosa a che fare con le sue ambizioni.

Carlo si rivolse alle figlie: «Allora, non vi sembra sia ora che li lasciamo in pace? Qui altrimenti va a finire che per colpa nostra non lavorano».

E così se ne andarono, facendoci coraggio per quel che restava della mattinata.

4.

In effetti, un po’di impegno mi ci volle per arrivare a fine turno, nonostante Sandra si fosse fatta più gioviale. Questo era un altro dettaglio che mi stupiva: più comprendeva che eravamo su posizioni diverse (o per meglio dire contrastanti), più sembrava non tenerne conto, dando alle argomentazioni un peso che d’un tratto diminuiva fino ad apparire irrilevante; non credo adottasse questo espediente per attraversare indenne quel che restava della mattinata, agiva così perché il discorso – secondo lei – serviva più che altro a definire la sua posizione. Guardava verso di me e sorrideva. Una volta chiarito che si trovava nel fronte alternativo alla realtà circostante, poteva sorvolare su un punto di vista come il mio, che riteneva irragionevolmente complicato e difficile da inquadrare. Così la mia incapacità di schierarmi su un fronte o sull’altro, anzi la mia ostinazione a non riconoscere quest’unico fronte la cui realtà dettava a suo avviso ogni comportamento responsabile, la faceva sorridere delle mie complicazioni. Per quanto il suo schema fosse troppo rigido, non potevo ignorare che nell’arco di una sola mattinata ero stato indotto per la seconda volta a un esame di coscienza per lo stesso motivo, e con giudizi opposti.

Eppure la fiera sarebbe stata un’occasione piena di vita. Fra quelli che si fermavano al nostro banco, non c’era solo chi aderiva alle proposte della cooperativa. Mi piaceva soprattutto chi si fermava esitante, come un padre con tante borse addosso, fortemente determinato a non andarsene senza aver dato un contributo alla buona causa, che finiva per comprare quattro sciarpe per non sbagliare la taglia del maglione. Una madre di famiglia al contrario aveva aperto i maglioni usati con occhio infallibile sulle taglie pretendendo però che ne trovassimo due di grandezza diversa ma con gli stessi motivi (operazione pressoché impossibile). I migliori erano quelli che recavano con sé pesanti vasi con gli alberi da frutto, come un colosso calvo, con pantaloni e gilet neri da motociclista americano che portava un albero di limone verso chissà quale cortile. La varietà dei gesti e dei costumi – ormai più difficili da ricondurre a una fisionomia comune – suscitava almeno un conforto superficiale.

Ma non avevo più l’animo per cogliere la vitalità di quei gesti. Alle due salutai Sandra – «Sei stato un ottimo compagno di lavoro. Fatti vedere in giro» – e me ne andai. Non me ne importava più tanto di raccogliere le soddisfazioni così evidenti in coloro che incontravo; anzi, mi sembrava di non avere molto in comune con i clienti dell’ora di punta. Presi la strada verso la stazione, benché sapessi che trovare un posto in corriera sarebbe stata un’impresa. Farsi largo era difficile. Alzai gli occhi verso le case di fronte. A una finestra, una donna di circa quarant’anni stava affiggendo con cura una bandiera della pace, in segno di opposizione al conflitto nella ex-Jugoslavia. Mi fece ripensare a una delle marce a cui avevo partecipato. Sulla salita verso la rocca di Assisi la fatica del cammino illudeva al punto da confondere il fatto di essersi esposti pubblicamente per il cessate il fuoco con l’effettiva difesa della pace, come se il sentimento dei partecipanti – per quanto autentico – potesse non solo mutare l’opinione dei rappresentanti politici, ma incidere in concreto, far deporre le armi in una terra dove perfino l’interposizione pacifica (un mio amico aveva rischiato la vita) non era bastata. Dopo aver fissato la bandiera, era rimasta immobile a osservare la strada, la testa piena di capelli neri, ricci, soddisfatta del suo gesto. Invece di provare solidarietà, come avrei fatto in altre circostanze, avevo sentito crescere una sensazione di disagio, l’impressione di una giornata che ancora una volta mi aveva tenuto lontano dal mio dovere.

Svincolai in una stradina priva di bancarelle che costeggiava la ferrovia. C’era solo un banco di cianfrusaglie, che poteva piacere a mio padre. Dopo di che si avvertiva solo il frastuono lontano della festa nel suo massimo fulgore. Lungo in binari non c’era quasi nessuno. Arrivai in stazione.

La corriera era già ferma al suo settore, con le porte aperte. Era quasi piena, per lo più di donne intorno alla sessantina cariche di borse e di sementi varie (si distinguevano i rosai, che sbucavano per più di venti centimetri dalla confezione di plastica bianca piena di terra che proteggeva le radici). C’erano anche alcuni studenti. Verso il fondo trovai un posto vicino a una ragazza che leggeva un libro di storia. Appena mi vide, senza togliere lo sguardo dal libro, spostò lo zaino dal sedile per metterselo ai piedi. Era vestita in modo semplice, funzionale, con un giaccone rosso su un paio di jeans e le scarpe da tennis di pelle bianca. Concentrata sulla lettura, non aveva bisogno di stupire. Non la conoscevo, ma ero sorpreso dalla sua dedizione. Alzò appena lo sguardo verso di me fra i capelli biondi: sembrava indizio di una conoscenza aperta, fiduciosa. Pensai che solo un’interiorità serena poteva permetterle di agire in quel modo, di accontentarsi dei suoi vestiti funzionali, privi della necessità di fungere da richiamo seduttivo per catturare l’interesse degli altri. Non ero a corto di risorse da cui pescare qualcosa per provare a parlarle, ma sapevo che la soluzione migliore era quella di rispettare la concentrazione, di non disturbarla. Così tirai fuori un libro sull’Antartide, puntai le ginocchia contro il sedile davanti e cominciai a leggere. Negli ultimi giorni l’eccezionalità di poter preparare l’esame di Geografia su una delle regioni più inospitali e meno popolate della terra, mi aveva rimesso un po’ in sesto. Non c’erano solo le imprese di Amundsen e dell’Endurance di Shackleton da affrontare, ma la stessa forma del continente e le abitudini di chi aveva scelto di viverci, la storia degli insediamenti, l’oltranza pressoché immotivata della volontà di quegli abitanti, tutti aspetti che mi suonavano familiari. A un certo punto, riponendo il libro di storia, fu la mia compagna di posto a prendere la parola:

«Credo di averti visto due mesi fa in una delle riunioni in cui si parlava di teatro».

In effetti, era stata fra le più seguite. Eravamo una sessantina, provenienti da più associazioni: ero stato delegato a intervenire, perciò mi ero dovuto sedere in prima fila, senza avere la possibilità di cogliere tutti i presenti nella stretta sala del circolo anziani. Le risposi come facevo di norma, visto che la serata non era stata delle più felici:

«Spero di non aver detto troppe cazzate».

«No, no,» rise, «ma è vero che se ne sono sentite di tutti i colori».

La sua cortesia non derivava dall’esperienza di conversazioni brillanti, ma semplicemente dalla franchezza, temperata dall’intelligenza.

«Ma tu cosa ci facevi?».

«Beh, io ci ero venuta per curiosità. Eravate tutti un po’ assurdi sul palco in quelle prese di posizione radicali».

«E io che pensavo di essermi tenuto basso».

«Sì, ma in quel contesto anche una posizione condivisibile era inghiottita dal resto. È stato tutto molto comico».

Illuminava ciò che le stava intorno con gli occhi grigi e il suo abbigliamento da cui traspariva un gusto trattenuto dalle esigenze materiali. Nei suoi gesti intuivo per così dire un nucleo essenziale,

costante: ero sicuro che avrebbe resistito a ogni increspatura che fosse apparsa in superficie, a ogni rovescio o inciampo stagionale. Ma c’era dell’altro, parlando con lei provavo sollievo nel riconoscere una sorta di appoggio che non solo mi sosteneva, ma che mi restituiva progressivamente la forza di accettare le contrarietà di quelle settimane. E il punto di appoggio non era in lei, era posto fra me e lei. Cercai di replicare.

«Beh, quando devi essere sintetico corri il rischio di non farti capire. Poi, in genere, più interventi ci sono, meno porti a casa qualcosa».

«Sì, ma non è che mi aspettassi tanto,» rise di nuovo, «Eravate buffi, ecco tutto».

Si chiamava Bianca. Viveva dieci chilometri più a monte di casa mia. Mi sembrava poco credibile che nelle centinaia di viaggi in corriera su una linea trafficata ma non insostenibile come quella non l’avessi già vista. Sebbene lei di norma ne prendesse un’altra, era pur sempre un’alternativa praticabile, non remota al punto da suonare estranea al percorso che dovevo compiere (infatti qualche volta l’avevo presa anch’io). Dovevo arrendermi alla percentuale minima di possibilità che per una somma di reciproche coincidenze ci aveva fino ad allora esclusi dall’incontro o, in misura più probabile, ci aveva fatti incrociare inavvertitamente. Da mesi non mi sentivo tanto vicino al mio dovere.

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