L’Occidente da smontare. Note a margine di un articolo politico di Carlo Rovelli

di Andrea Inglese

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Mi è stato segnalato dall’amico indiano Antonio Sparzani questo testo di Carlo Rovelli che pare abbia circolato molto in rete. Ad una prima lettura è un testo condivisibile, almeno nella sua affermazione centrale: l’Occidente quando denuncia il non rispetto del diritto internazionale, la violenza indiscriminata della Russia, e l’imperialismo dei suoi dirigenti è ipocrita, in quanto non riconosce che quelli che condanna sono crimini che lui stesso ha commesso in passato più e più volte. Ma forse non è nemmeno la condanna dei crimini in quanto crimini, che espone l’Occidente all’accusa di ipocrisia. Che sia Madre Teresa o Al Capone a condannare un crimine a cui hanno assistito per strada, non cambia la natura dell’atto criminoso di cui sono testimoni. Non è quindi un caso che uno dei più infaticabili critici dell’ipocrisia occidentale – leggi: dei governi statunitensi –, Noam Chomsky non abbia certo esitato a condannare l’invasione russa in Ucraina, senza fornire ad essa attenuanti che ne avrebbero sminuito il carattere criminale. Cito da un’intervista all’autore apparsa il 1 marzo sul sito Truthout e poi circolata in rete anche in versione italiana (qui): “Prima di rispondere alla domanda, dobbiamo stabilire alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra paragonabile all’invasione statunitense dell’Iraq e all’invasione Hitler-Stalin della Polonia nel settembre 1939, per fare solo due esempi rilevanti. È ragionevole cercare spiegazioni, ma non ci sono giustificazioni o attenuanti.”

Quindi non è forse la condanna dell’invasione russa a costituire un’ipocrisia in sé, ma il fatto di porsi come i campioni mondiali della legalità e della libertà dei popoli. Rovelli scrive: “D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia”. Il problema è che, secondo Rovelli, non ci si limita a condannare la politica della Russia, in quanto chi formula la condanna si attribuisce simultaneamente delle virtù, delle qualità, delle prerogative etiche e politiche. Se chi denuncia il crimine, in effetti, è il governo degli Stati Uniti, esso non può darsi anche il ruolo di poliziotto e giudice, ossia porsi al di sopra dei soggetti collettivi che possono sbagliare e quindi incorrere in condanna. Non ha nessuna storia politica né fisionomia morale per porsi al di sopra degli altri popoli, o semplicemente per attirare l’attenzione su di sé e sulle sue presunte virtù in fatto di politica internazionale. Lo sappiamo tutti molto bene. Almeno, quella componente non piccola delle popolazioni statunitensi e europee che hanno manifestato contro le due guerre in Iraq lo sa bene, perché lo ha tempestivamente detto, scritto e gridato nelle piazze. E qui però, rispetto al testo di Rovelli, incontriamo una prima difficoltà. Chi è l’ipocrita in questa faccenda occidentale? Il problema è che il termine usato nel suo testo di denuncia non ci aiuta granché da questo punto di vista. Rovelli scrive: “l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori…” Ci sarebbe quindi una sorta di unanimità (“tutti insieme”) che tale soggetto esibirebbe nell’autolodarsi. Immagino che quel termine con la maiuscola stia per un soggetto collettivo, come quando gli scolari scrivono: l’Uomo, per intendere la specie umana, che nella sua dispersione spaziale e temporale mantiene comunque le stesse caratteristiche. Bisognerebbe subito capire quali sono però i confini almeno geografici e storici di questo fantomatico soggetto collettivo, che oggi sembra d’un tratto unanime. Ed è poi così unanime? Chi sono insomma quelli che Rovelli indica come i “tutti insieme”. Ci son dentro canadesi, finlandesi, svizzeri, australiani? E da quando esiste questa entità che include una pluralità di popoli? Si tratta dei canadesi, finlandesi, ecc., di questa generazione? Insomma da quando inizia la storia di questo Occidente? E consideriamo pure che nel “coro” occidentale ci siano almeno gli statunitensi, ma quali? Quelli che hanno votato per il presidente che oggi “parla”, e ovviamente fa sentire la sua voce nel coro, o anche quelli che hanno votato per l’uscente Trump? Tutti i cittadini americani all’unisono rivendicano l’immagine della propria nazione, come l’esempio stesso dell’immacolata e democratica politica estera (e interna)? Questo credo non possiamo dirlo neppure degli elettori di Biden. E che dire dei non elettori, di tutti quelli che non hanno votato né l’uno né l’altro candidato. Come si situano gli astensionisti delle odierne democrazie nel “coro”? Penso poi a tutti i lettori statunitensi di Noam Chomsky, che probabilmente condannano oggi la Russia, senza assolvere i crimini commessi dal loro paese nel corso delle guerre contro l’Iraq. Non sono essi stessi occidentali, come tutti quegli europei che hanno, dal secolo scorso, condannato e contestato l’imperialismo statunitense, e spesso gli imperialismi in quanto tali, anche quelli che non venivano esercitati per forza dal paese in cui vivevano? Credo che, per paradossale che sia, i dipartimenti delle università nordamericane ed europee (ammesso che l’Occidente si fermi qui) hanno prodotto una ricca letteratura che analizza, documenta e denuncia non solo le malefatte dell’imperialismo statunitense e dei suoi sodali, ma anche l’ipocrisia che lo accompagna come discorso legittimante. Forse allora la categoria di “Occidente” non è davvero utile per parlare di questa guerra, e delle posizioni che certi governi prendono, e che sono diffuse e difese da una cerchia abbastanza ristretta di persone. Rovelli, in effetti, arriva a nominarle tali persone: sono esse a costituire il coro, e a renderlo unanime. Sono semplicemente i giornalisti (Rovelli: il coro ripetuto da “ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale”.) Innanzitutto, leggendo la stampa e guardando la televisione, si scopre che il coro non è così unanime, a tal punto che (in Italia) si è creata, su certi media, una sorta di caccia ai commentatori non allineati, subito definiti come “filo-putiniani”. E poi se il contenitore è ancora l’Occidente, dobbiamo includervi, di ogni paese, la stampa più filogovernativa, ma anche tutta quella indipendente, che in Europa e negli Stati Uniti esiste ed è viva, per non parlare poi del giornalismo più o meno militante in rete, ecc.

Sorge, allora, il dubbio che la categoria di “Occidente” sia in realtà una delle prelibatezze concettuali proprie della stampa più allineata, che ama le semplificazioni scolastiche e pedagogiche, tipiche dei sostantivi maiuscolati. Forse un modo per criticare e denunciare questa propaganda può cominciare proprio col decostruire tali fantasmagorie vaghe, in cui ognuno può mettervi (o togliervi) quel che gli aggrada. Una delle poche cose che i miei studi umanistici mi hanno permesso di capire, è che non esistono entità storico-politiche, né culturali, in forma di monoblocco, di sostanza unanime e omogenea, se non nelle forme più grossolane di mistificazione ideologica.

Siamo ancora freschi di terrorismo islamista, attivo e letale sul territorio europeo, e abbiamo dovuto constatare che gli islamisti armati sul suolo francese erano in buona parte di nazionalità francese o belga, così come quelli che sono andati a infoltire in Siria o Iraq le truppe dello Stato Islamico “anti-occidentale”. La verità è che ogni singolo Stato nazionale è attraversato da molteplici conflitti, e che un conflitto fondamentale è quello che oppone governati e governanti, ma anche opinionisti di mass-media e studiosi universitari, anche se una minoranza di questi possono svolgere anche ruoli sulla stampa o in televisione. Non ha molto senso, quindi, prendere a bersaglio quelle rappresentazioni caricaturali, che una certa stampa o tv, e certi esperti da palco, hanno eretto per scopi autocelebrativi. Sicuramente possiamo parlare di “Occidente”, ma a patto di aver sufficientemente definito in modo preventivo a quale realtà ci riferiamo, tentando di evidenziarne i tratti principali su un piano storico-politico o storico-antropologico. Se il soggetto a cui Rovelli si riferisce è rappresentato dalla ristretta popolazione dei giornalisti filogovernativi dei paesi del G7, inclusi gli altri Stati della UE, allora tanto vale che si parli di “stampa occidentale filogovernativa”.

 

Il discorso che faccio non ha come scopo di fare le pulci al testo di Carlo Rovelli, che nel suo intento polemico, e nei suoi presupposti morali, è ben condivisibile. Il problema riguarda il modo in cui ognuno di noi si posizionerà in questa fase storica, sia rispetto al futuro che auspica ma anche rispetto all’eredità che accetterà di salvaguardare e di potenziare. Il declino dell’unilateralismo a guida statunitense apre una fase incerta che, prima di sfociare in un possibile multilateralismo pacifico, rischia di essere risucchiata in un incontrollabile ciclo di caos e guerre. Questa faccenda non può essere percepita solo come un problema d’ordine geo-politico, in cui tutto si fa o disfa con dosi più o meno ragionevoli di diplomazia o forza bruta. Questa fase annuncia o, sarebbe meglio dire, manifesta già un disorientamento sul piano culturale delle identità collettive e individuali delle persone. Di fronte a tale “disordine fuori di sé” (nell’economia, nella produzione, nella società, nel rapporto tra le nazioni, ecc.), la peggior cosa che si può fare è quella di affidarsi a uno “pseudo-ordine dentro di sé”, ossia all’edificazione di identità semplici, mistificanti, nel loro apparente e facile splendore. Questo è purtroppo ciò verso cui indirizza la cultura di destra (Furio Jesi insegna). Ma, a sinistra, il semplice rovesciamento degli emblemi non è sufficiente, e soprattutto non fornisce strumenti per il futuro. Esiste un mito dell’Occidente, ma lo si può combattere solo decostruendolo, mostrando che esso nasconde realtà plurali e contraddittorie, ed è dal confronto con questa complessità che si opera la scelta di accogliere e rigettare. Ognuno di noi è sollecitato a fare chiarezza sulla propria identità, e il tirarsi fuori dalla propria storia dicendo semplicemente “non sono occidentale” o sono “anti-occidentale” non ha granché senso. Ne ha invece precisare quello, ad esempio, che io voglio conservare e potenziare dell’eredità che mi è stata trasmessa, come cittadino italiano, che vive in Europa, e che ha assorbito, nel bene e nel male, l’egemonia culturale statunitense. E, similmente, è importante rigettare quegli aspetti della mia cultura e storia italiana, europea e nordamericana che mi hanno condizionato, ma da cui mi voglio emancipare, in quanto non voglio riconoscermi (più) in essi. E questo fenomeno si accompagna con la curiosità anche per ciò che viene da altri paesi, popoli e culture, sapendo che tutto ciò passa, però, attraverso una pluralità di mediazioni (traduttori, giornalisti e studiosi, scrittori e artisti, censura politica, ecc.).

Questo discorso ovviamente non riguarda solo “noi” (cittadini del G7 o della UE), ma anche i cittadini russi, quelli cinesi, quelli del continente africano, molti dei quali – con scandalo dei nostri opinionisti – vedono in Putin un baluardo contro l’arroganza dei vecchi e nuovi colonialisti “occidentali”. E parlando dei cittadini russi, che cosa vogliono conservare essi della loro storia? La potenza dell’antico impero zarista, nel colonizzare le popolazioni interne o prossime ai suoi confini? La macchina burocratica poliziesca e repressiva, che il partito bolscevico cominciò a mettere in piedi negli anni Venti e che Stalin portò a un grado estremo di efficacia? Oppure si rivolgeranno alla straordinaria e brevissima esperienza della democrazia consiliare (“tutto il potere ai Soviet”)? O ancora a quella forma d’internazionalismo, che malgrado tutto l’Unione Sovietica manteneva in piedi, per contrastare nel mondo l’egemonia militare ed economica statunitense?

Infine, una notazione puntuale. Carlo Rovelli, ad un tratto, scrive: “Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!” Ora non voglio toccare qui la questione cinese, sia per limiti di conoscenza sia per la sua complessità. Ma qualcosa si può dire sull’imperialismo russo. Innanzitutto, prima che gli Stati Uniti sognassero di divenire l’incontrastata potenza del mondo (sogno che dura soltanto da un trentennio, ed è vieppiù tormentato), essi dovettero dividersi il podio con l’altra superpotenza del pianeta, ossia l’ex Unione Sovietica. Quest’ultima, poi, presa come entità transpolitica, ossia al di là delle specifiche caratteristiche dei suoi regimi politici, ha una storia d’imperialismo ben più antica di quella statunitense, storia che alcuni studiosi fanno risalire al XIII secolo. Ovviamente vi sono imperialismi e imperialismi, quello del Granducato di Mosca non è del tutto simile a quello che Trockij denunciava nella politica staliniana fin dagli anni Venti. E non sorprende il fatto che sia proprio uno dei più importanti e dei primi storici marxisti, Mikhail Pokrovski, ad occuparsi del passato imperialista della propria nazione, nel momento stesso in cui essa sembrava rigettare questo passato. Ironia amara della storia, Pokrovski morì precocemente all’inizio degli anni Trenta, dopo essere però caduto in disgrazia presso Stalin, che considerò il suo lavoro come “anti-marxista”. Quanto all’imperialismo specifico dell’Unione Sovietica, esso fu denunciato molto presto dagli stessi rivoluzionari (e non solo da Trockij), che ovviamente furono marginalizzati o perseguitati dal potere staliniano. Una piccola rassegna di fonti sugli studi dell’imperialismo russo, della sua specificità (un imperialismo “interno”) e delle sue metamorfosi storiche la si può trovare in un articolo apparso per Le monde diplomatique, nell’edizione polacca, e oggi disponibile in rete sul blog del sito Mediapart: Impérialisme russe | Le Club (mediapart.fr).

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13 Commenti

  1. Non dimentichiamo che la cultura del “vituperato “ Occidente, nata in Grecia e trasmessa da Roma, ha concepito una forma di pensiero critico ( la filosofia) e un sistema politico democratico. Che non è poco.

    • Si, Vilma, ma assieme a quello ci sono cose praticate ampiamento da europei, dalla tratta degli schiavi allo sterminio nazi-fascista, che fanno spavento. Il problema è che nel termine Occidente, nella sua cosi ampia estensione, convivono le cose più difendibili e quelle più detestabili.

  2. “Il discorso che faccio non ha come scopo di fare le pulci al testo di Carlo Rovelli, che nel suo intento polemico, e nei suoi presupposti morali, è ben condivisibile.”

    Quale sarebbe l’intento polemico e quali i presupposti morali condivisibili?

    • L’intento polemico di Carlo Rovelli è chiaro ed è da me riformulato all’inizio del mio pezzo. I presupposti morali son quelli delle minima coerenza che si esige tra la formulazione di un principio e la sua realizzazione. Gli Usa hanno commesso in passato (esempio specifico le due guerre in Iraq, e particolarmente la seconda) quella categoria di crimini, di cui oggi la Russia è colpevole. E ancora una volta, il discorso di Rovelli riguarda sopratutto il modo (ipocrita) in cui, accusando la Russia, si presentano come paladini internazionali della giustizia.

  3. Sebbene l’Occidente sia una riduzione ideologica (non sono inventate anche le nazioni peraltro? Vedi Anderson ecc), anche gli occidentali più dissidenti ne ricavano comunque dei dividendi. Certo, in misura diversa a secondo della propria ‘purezza’. Il ragazzo nato in Italia che non ha la cittadinanza italiana, la donna che vive in una zona retrograda piena di obiettori ecc: non si può dire che godano del vivere in Occidente allo stesso modo, magari anche sentendosi occidentalissimi, o con l’ambizione di essere tali. Queste sono solo un paio delle contraddizioni che la forza dell’ideologia si porta via (perdonate la semplificazione). Alcuni conservatori sappiamo già cosa rispondono: che di alternativo alla cultura ‘occidentale’, che ti permette di parlar male dell’Occidente quanto e vieppiù ti pare, non c’è. Prova a essere libero in Cina, in Russia, negli Emirati Arabi, ecc. E qui li riportiamo alla casella di cui sopra: prova a essere libero se sei un campesino nel sudovest degli States, se vieni da un ghetto metropolitano europeo, ecc. Di converso: prova a essere libero se sei gay in Cina, ecc. Impasse.
    Smontare l’Occidente significa rimontarlo secondo una logica più democratica, forse. Si riesce a opporsi a una guerra E a decostruire i monoliti ideologici?

  4. Cara Renta, rispondo solo ora. E’ interessante perché tu hai sollevato un’altra questione, che è pero’ implicita nel discorso di Rovelli (troppo poco definito). Rovelli parte per parlare di politica estera (dell’Occidente), ma è chiaro che immediatamente c’è l’Occidente come “politica interna”, e quindi limiti e contraddizioni del “reale” regime democratico. E d’altra parte confronti con le “politiche interne” di altrettanti paesi non-occidentali.
    Tu scrivi, alla fine: “Smontare l’Occidente significa rimontarlo secondo una logica più democratica”. Ed è in effetti uno dei punti cruciali, ma questo vuol dire: nell’Occidente (nella storia dei paesi del mondo occidentale) possiamo riconoscere un leit-motiv che si ripresenta in varie circostanze, e che pero’ è ancora una promessa non mantenuta, non mantenuta abbastanza. E vogliamo batterci per questo, e non per altre cose (la potenza, il primato militare, tecnologico, morale, ecc.). Ora cio’ che è più difficile formulare è che il principio democratico (in senso forte, di autoistituzione e autonomia della società) è sia “nostro” sia di altre culture e contesti storici, ed è auspicabile sia di tutti (con le inevitabile trasformazioni e rivoluzioni che cio’ potrebbe comporare). Dopo aver letto e meditato Castoriadis, mi pare ormai chiaro che una critica dell’occidente fatta da occidentali non puo’ ignorare una certa eredità, e porsi in qualche modo al di fuori della propria storia, in un altrove, in una esteriorità assoluta. E’ un po’ su questo aspetto che mi premeva di insistere. E in ogni caso, è proprio come tu scrivi una faccenda di smontare e rimontare!

  5. Premessa: l’invasione dell’Ucraina è un errore militare, politico, economico, ma non un crimine. Fa parte di una contesa tra l’imperialismo americano, che vuole essere l’unico e assoluto, e quello relativo della Russia post URSS. Dell’America possiamo ricordare le due guerre contro l’Irak, l’invasione dell’Afghanistan per una mancata estradizione, l’aggressione alla Serbia, lo strangolamento economico dell’Iran, in barba ai trattati firmati, il sostegno incrollabile ai crimini (questi sì prepolitici) che Israele continua a commettere da decenni. Stiamo parlando di una guerra di mafia di dimensione planetaria. La specificità della vicenda Ucraina sta nel fatto che l’Occidente, rappresentato dai governi democraticamente eletti in Europa, America, Oceania, dismesse le vesti del mafioso ha indossato la toga dei giudice, ha condannato la Russia e ha incaricato l’Ucraina, debitamente armata, di dare esecuzione alla sentenza. Ma tiene sempre, sotto la toga, in fucile a canne mozze, nel caso dovesse servire.

  6. “Premessa: l’invasione dell’Ucraina è un errore militare, politico, economico, ma non un crimine. Fa parte di una contesa tra l’imperialismo americano, che vuole essere l’unico e assoluto, e quello relativo della Russia post URSS.”.

    Una frase dice, l’invasione dell’Ucraina non è un crimine. Nella seconda si dice: si tratta dell’imperialismo russo che vuole esistere anche lui, laddove quello americano vuole essere l’unico e il solo.
    Bene. Bisogna decidersi:

    1) o l’imperialismo non è un crimine, non produce crimini (tipo invasioni di stati sovrani, uccisioni di civili, ecc.), e quindi tutto va bene. Gli Usa vanno dove gli pare, e cosi pure la Russia. E semmai si discute se questo andare è efficace economicamente, militarmente, ecc.
    2) Oppure l’imperialismo è qualcosa contro cui si combatte o almeno si denuncia. Se cosi è, si tratta di un crimine sia che lo compia San Marino o gli Stati Uniti.

    Leggendo, invece, questo commento, sembra che la questione sia: l’imperialismo statuntense (o quello israeliano – anche se qui Israele c’entra poco -) sono imperialismi da condannare. Gli altri, sono peccati venali, perché non li commettono gli Stati Uniti o Israele.
    Non solo non sono d’accordo ovviamente con questa posizione, ma non capisco neanche in nome di quale principio morale o strategia politica antimperialista essa sarebbe difesa.

  7. La guerra non è un crimine, altrimenti non esisterebbero i crimini di guerra. Quanto all’imperialismo russo l’ho definito relativo perché in realtà si è limitato alla difesa o al consolidamento di confini a rischio, come quello del Caucaso e, adesso, quello con un paese che fino a 30 anni fa era una regione russa e dopo il colpo di stato di otto anni fa minacciava di diventare un avamposto della NATO. Del tutto diverso per estensione, qualità, aggressività quello USA, che va dalla NATO all’AUKUS, al Vicino e Medio Oriente (secondo gli interessi della ben nota lobby israeliana) al Venezuela e sta coinvolgendo paesi europei storicamente neutrali agitando lo spettro di un inesistente espansionismo russo.

  8. Sebastiano Comis si puo’ essere in disaccordo, ma a patto di sapere su che cosa. La guerra civile nei territori di confine, che esiste dal 2014, non è definibile come crimine, ma tu hai parlato – ti ho già citato – dell’invasione dell’Ucraina. Ora il 2 marzo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato (la stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite – 141 su 192 –) una risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, affermando il suo impegno per la “sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno delle sue frontiere internazionalmente riconosciute, che si estendono fino alle sue acque territoriali”. (https://news.un.org/fr/story/2022/03/1115472).

    Quanto all’imperialismo russo: è “relativo” o “inesistente”? Anche qui non ti seguo. Se dici che è inesistente, il mio pezzo ti offre delle fonti autorevoli per riconsiderare la tua visione. Se invece vuoi dire che è un imperialismo più circoscritto di quello USA, siamo d’accordo. Ma io sono contro gli imperialismi, che siano al numero 1 della Hit parade imperialista o solo al numero 2 o 3 o 4…

  9. Ricapitolando. Il discorso è partito dalla messa in discussione del concetto di Occidente, quando in realtà per Occidente si intendono i governi occidentali. Che poi in quei paesi ci siano minoranze che la pensano diversamente dai loro governi e dai mezzi di informazione filogovernativi (come avviene anche in Russia), questo non incide sulla legittimità del concetto. Quanto all’imperialismo, quello americano risale almeno alla guerra di Corea e si è via via rafforzato con interventi militari o con altri mezzi in ogni parte del mondo, dall’estremo oriente all’America centromeridionale. La dissoluzione dell’URSS è stata vista dagli USA come l’occasione per rafforzare la sua presa sull’Europa, facendo della NATO un mezzo di controllo che si sovrappone e si sostituisce sempre di più alla U.E. come il reale organo di governo dell’Europa occidentale.
    Al paragone, quello Russo non è neppure imperialismo, né relativo né minore. Quanto al passato, si è trattato di espansionismo militare (basta leggere Algarotti) contrapposto ad altri espansionismi: quello polacco, quello svedese, quello asburgico, quello turco. Nel caso ucraino, è solo il tentativo, tardivo e maldestro, di recuperare territori russi che erano stati lasciati all’Ucraina negli anni spensierati della perestroika. Quanto alla condanna dell’assemblea ONU, non è stata condivisa da paesi che rappresentano la metà della popolazione del globo. Ma comunque è inutile parlarne, visto che condanne quasi unanimi (meno il voto USA, della Micronesia e del paese interessato) sono state considerate carta straccia.
    Ultima cosa, io non ho assorbito l’egemonia culturale statunitense (?), anche se da quasi 70 anni a pochi chilometri da dove sono nato esiste una della 800 basi militari americane nel mondo.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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