Nell’entroterra kenyota

 

di Nick Casini

L’auto è una Suzuki Jimny degli anni Settanta senza cinture di sicurezza e con due panche di legno al posto dei sedili posteriori. Viaggia lanciata verso l’entroterra kenyota, mentre Malindi è già una dozzina di chilometri alle nostre spalle, oltre una coltre di polvere. La strada è un disastro di buche e bambini assiepati lungo la carreggiata, ma Danson fila dritto.

Danson è un uomo robusto, sui cinquant’anni, che in Europa equivalgono almeno a ottanta. Mastica miraa – una pianta dall’effetto eccitante venduta a mazzi nei mercati – e si fruga in bocca di continuo. Ha le gengive rosse come pomodori, i denti color avorio e spinge sul pedale dell’acceleratore per mettere in chiaro che lui non ha nulla a che vedere con i pole pole (piano piano), le hakuna matata (non ci sono problemi) e le altre panzane linguistiche insegnate ai turisti per convincerli della presunta spensieratezza della vita equatoriale.

L’aria ha la consistenza di una ragnatela, il sudore mi cola lungo le gambe e grossi mosconi rovistano sul mio collo. I bambini ci guardano come se uscissero fiamme dalla marmitta del Jimny. Ognuno di loro stringe in mano qualcosa da riempire d’acqua: bottiglie di plastica tagliate a metà, taniche ingiallite, gusci di cocco. Indossano magliette arrivate dall’Europa, a volte enormi per i loro corpi esili, a volte che lasciano l’ombelico scoperto. Molte sono identiche le une alle altre, interi stock celebrativi di vittorie sportive mai avvenute e polo aziendali con loghi in bella vista. Sembra di stare in una pubblicità della Benetton anni Novanta, non fosse per la polvere, i moccichi secchi spiaccicati sui visi dei bambini e il groviglio di piante a fare da sfondo invece del bianco luminoso à la Avedon.

«È vero che in America i ricchi sono tutti secchi e i poveri grassi?»

Guardo Danson e non so bene cosa dire. Non sono lucido. Ho dormito poco, anche se sono andato a letto alle dieci. Ho fissato la paglia del soffitto di camera in cerca di risposte che non c’erano.

Di notte, a meno di non far parte della schiera di emigrati che traggono soddisfazione dal bullizzare i camerieri e le baby prostitute dei night club, a Malindi non c’è niente di decente da fare. Ci sono solo buio e rumori sinistri, maree che si ritirano per decine di metri nella pancia dell’Oceano Indiano, bolsi ristoranti dove suona musica napoletana per gente vestita di bianco. L’illuminazione pubblica non esiste, gli scooter e i tuk tuk sfrecciano nella notte disegnando ombre terrificanti nella vegetazione. Macchine ferme con i fari accesi rischiarano uomini seduti a fumare sigarette sul ciglio della strada. Le case hanno l’aspetto di teschi senza vita.

Silvana e Andrea, i due anziani signori che mi ospitano, non hanno mai socializzato molto con gli altri italiani, e io sto seguendo il loro esempio. Acquistarono un lotto di terreno ad inizio anni Novanta – all’alba del boom immobiliare di Malindi – ma si tennero fin da subito sulle loro. In giro, all’epoca, c’era poco: niente strade asfaltate, niente resort e supermercati, niente cliniche per turisti; solo qualche villa circondata da filo spinato e una burocrazia che pretendeva una tangente ogni volta che c’era da spostare un foglio di carta da un ufficio ad un altro. I villaggi nella foresta – a parte per qualche incursione della Chiesa Cattolica – rimanevano inesplorati. Con un po’ di fortuna, al mercato della mattina si potevano ancora incontrare anziani che ricordavano i bombardamenti italiani durante la Seconda guerra mondiale (sulla costa kenyota c’erano campi d’aviazione Alleati, per questo le bombe). Poi la guerra era passata, ma non gli italiani, che erano tornati negli anni Sessanta con una laurea in ingegneria e l’autorizzazione a fondare il Broglio Space Center. Una distanza dall’equatore di soli trecentocinquanta chilometri rende Malindi una base ideale per lanciare satelliti nello spazio, ma non è quello che agli ingegneri piaceva raccontare al ritorno a casa. I loro cervelli civilizzati avevano occhi solo per l’autenticità e la semplicità della vita da quelle parti, il mito del buon selvaggio contro il miracolo economico fatto di grigiore e cemento. Aragoste vive consegnate a domicilio per un pugno di lire; soldi cambiati in piazza a tassi che in banca te li sogni; Jeep parcheggiate sul bagnasciuga; autisti, camerieri, guardie armate e seconde mogli che tutte insieme, al mese, costavano meno dell’affitto di un bilocale a Milano. Su queste ricchezze – portandosi appresso il solito corredo di soldi da riciclare, furfanti abbronzati e ombre mafiose – era sorta l’ennesima Little Italy del mondo.

Silvana e Andrea sono dentro la beneficenza fino al collo, lo sono sempre stati. Hanno costruito scuole e portato quintali di farina in zone della foresta dove nessun bianco benintenzionato si era mai spinto prima; anche in questo genere di imprese Danson – il loro tuttofare – ha sempre avuto delle responsabilità. Al momento della mia visita sta supervisionando la costruzione della nuova Sabaki Village Elementary School, e non importa se il suo corpo – e i suoi occhi – non sono migliori di quelli dei suoi anziani datori di lavoro: Danson non è il genere di uomo che si tira indietro. E poi, la situazione al Sabaki Village è quella che è: il dottore è appena fuggito con tutti i farmaci – e pure il lettino per fare le visite – e nessuno sa che fine abbia fatto. Qualche mese fa, invece, è stato il capo villaggio a darsela a gambe con i soldi per il cibo, però lui era stato ritrovato perché con i soldi trafugati si era comprato una motocicletta che poi aveva mandato a sbattere contro un albero appena fuori città. Quale sia stato il suo destino, nessuno lo dice. Le cose succedono, e basta. Lo stesso Danson, nonostante la specchiata onestà, non brilla per doti da pianificatore: venuto il momento di dare in sposa la figlia primogenita, ha speso tutto quel che aveva accumulato in anni di lavoro per comprare abiti da cerimonia, quintali di riso e un’intera mucca, che poi aveva macellato all’arma bianca per sfamare dozzine di parenti con alle spalle anni di fame e languori. Finita la cerimonia, Danson aveva rimandato la moglie e i figli alla baracca senza acqua corrente né elettricità dove abitano da sempre.

***

Danson parcheggia il Jimny di fronte al cantiere della Sabaki Village Elementary School. La nuvola di polvere che si solleva aggiunge una superflua nota d’enfasi al nostro arrivo. Ad aspettarci troviamo una dozzina di bambini, e altri spuntano da dietro alberi e cespugli come bersagli del luna park. Alcuni rimangono ad osservarci da lontano, altri si avvicinano per chiedere caramelle. Danson si scrolla i capelli dalla polvere e attraversa la folla tirando finti pugni a destra e a manca. I bambini gli corrono intorno e sgomitano per farsi inseguire. Io gli vado dietro cercando di non sbattere contro nessuno. Non mi sento abbastanza a mio agio per fingere anch’io di picchiarli – ho la pelle bianca e le scarpe ai piedi – quindi mi limito a sorridere.

«Gli adulti – mi spiega Danson – sono a Malindi in cerca di un lavoro per la giornata, o a fingere di farlo. I ragazzi più grandi, quelli che abbiamo visto per strada, hanno le gambe lunghe e quindi vanno a prendere l’acqua. Le donne sfaccendano in giro e si occupano dei neonati».

Scatto qualche foto con la bramosia che solo la miseria esotica riesce ad accendere nell’uomo occidentale. Il villaggio è circondato da appezzamenti di terra rubati alla foresta che sembra che qualcuno abbia provato a coltivare, ma che poi gli sia passata la voglia. C’è una mensa con i tavoli e le panche di cemento (a prova di furto) e dei bagni con i tetti in lamiera e finestre senza infissi. Entrambi gli edifici sono bassi e stretti, simili a caserme, con le mura scrostate e sporche di terra. Le case (capanne) hanno tetti di paglia e pareti di fango assemblate su intelaiature di legno. Un uomo in occhiali da sole sta saldando una grata di ferro alla finestra violata dell’ambulatorio. I bambini più estroversi mi corrono intorno e chiedono di vedere le foto appena scattate, altri scappano a nascondersi appena li guardo. I più esagitati si mettono in pose da adulti e non si muovono finché non fisso la loro immagine in formato digitale e gliela mostro. Danson tira dritto verso l’ambulatorio. Mettere in sicurezza le medicine che arriveranno è un priorità, perché nella foresta – e pure in città – le medicine sono il bene più prezioso. Il mercato di medicinali di contrabbando è fiorente, gli approvvigionamenti scarseggiano, le speculazioni impazzano. Le farmacie sono bunker seminterrati con inferriate più spesse di quelle delle banche.

Il sogno di Silvana e Andrea è quello di fornire al Sabaki Village anche l’elettricità – sarebbe un’opera testamentaria – ma è un sogno che esiste da anni e dai molti risvolti. Non molto lontano, anni fa, un’organizzazione umanitaria riuscì a portare acqua corrente a un villaggio della foresta, un lusso che da quelle parti non si era mai visto. Corso del fiume deviato, pompe, autoclavi e grande gioia per tutti. Fine dei chilometri da fare ogni giorno con taniche e bottiglie in mano, igiene alle stelle (o quasi). Poi il fiume era straripato, e le decine di famiglie che ci avevano costruito le proprie capanneintorno – senza curarsi dei rischi – erano morte. La tragedia non aveva fatto cambiare idea ai locali riguardo bontà del progetto (abituati a veder morire gente di ogni età su base settimanale, anche senza fiumi di mezzo), ma aveva indotto alla cautela gli occidentali, che una volta in più avevano dovuto constatare che da quelle parti – dove la parola povertà non significa non possedere oggetti, ma dover arrivare al giorno dopo – il problema non è fare, ma preservare.

Ci sediamo all’ombra per parlare con il nuovo capo villaggio, appena eletto dall’assemblea degli anziani. È un marcantonio dall’aria bonaria, sembra un giocatore NBA in visita al paese di origine, ha la faccia della persona giusta che sa di essere finita nel posto sbagliato. Indossa una camicia chiara a maniche corte e un paio di pantaloni di lana; la prima cosa che ci chiede è quando arriveranno le medicine. Danson sbuffa e gesticola come un italiano, gli fa intendere che prima di vedere anche solo un’aspirina dovrà dimostrare di avere il controllo della sua gente. Il capo villaggio mi guarda come se gli fosse stato chiesto di andare a piedi sulla luna, e io fossi quello che ha la scala. Mi dice che i bambini hanno bisogno di cure, che non c’è tempo da perdere, poi ne afferra uno per un braccio come fosse un bagaglio e mi mostra i suoi occhi rossi circondati da una sostanza appiccicosa. Il bambino ci mette un attimo a correre via.

Il giorno che sono atterrato a Malindi il mio viaggio si è subito rivelato per quel che sarebbe stato: un ricongiungimento traumatico con una condizione umana priva di sovrastrutture, così diretto da farmi dubitare che tutto quello che mi stava accadendo fosse un sogno o se, piuttosto, il sogno era durato fino a quel momento. Ogni sera, nella fatica di prender sonno, ho provato ad immaginare cosa avrebbe voluto dire abbandonare tutto e venire a vivere in Kenya. Liberarmi dell’angoscia per il futuro remoto, della necessità sociale di diventare qualcuno e tornare alla radice delle cose. Mi sono chiesto se avrei fatto la fine di Marlon Brando in Apocalypse Now, o se sarei impazzito nel tentativo di replicare un altrove che da queste parti non può esistere.

Per Silvana, che lo stesso ragionamento l’ha fatto trent’anni fa, il problema non è mai stato costruire edifici o abituarsi a morti e malattie, ma accettare l’idea di non poter aiutare tutti; convivere, anzi sopravvivere, al pensiero che nel villaggio accanto a quello a cui hai appena recapitato quintali di farina ce n’è un altro con un numero doppio di bambini denutriti rispetto a quanti ne hai appena sfamati. E lo stesso in quello successivo. Una sensazione di impotenza che non va mai via, un’assenza di finale che l’uomo occidentale non è abituato a processare. L’idea che non c’è un traguardo, ma solo la corsa.

Danson mi schiocca le dita davanti al viso e se la ride quando sobbalzo. Mi toglie una zanzara dalla spalla colpendola con uno schiaffo, e la zanzara vola via illesa. Poi si alza e indica un sentiero di terra rossa che si perde nella boscaglia. Le sue braccia sono imperlate di sudore, la spina dorsale lordotica, le cosce tozze come quelle di un centometrista. Donne con ceste poggiate sulla testa ci guardano da lontano.

«Ti va di assaggiare il mango più dolce che tu abbia mai provato in vita tua?»

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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