Il paese delle persone integre

di Mariasole Ariot

È con un bianco e nero di un passato non ancora risolto, e che a più riprese riappare nella storia del paese, che il regista de Il paese delle persone integre (presentato il 4 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia) apre il film documentario che schiude una porta ad una storia sottratta alla narrazione dei media occidentali: la storia del Burkina Faso.

Un bianco e nero che non è solo scelta stilistica, ma scelta necessaria: dire il non detto, l’oscurato.


Christian Carmosino Mereu si reca nel paese l’ottobre 2014 per realizzare un documentario in collaborazione con l’Università Roma Tre, il 27 ottobre scoppiano le proteste di piazza di un popolo reduce da 27 anni di dittatura: Blaise Campaoré, l’uomo che nel 1987 ha portato alla morte del rivoluzionario Sankara in un colpo di stato sostenuto da Francia e Stati Uniti, ha indetto un referendum per una modifica costituzionale che gli permetterebbe di prolungare ulteriormente il mandato.

Carmosino decide di restare e partecipare all’insurrezione popolare. La telecamera si muove veloce nei sussulti, si inclina, un movimento accelerato e piegato come fosse un corpo in rivolta, e attraverso la fuga dagli spari, il regista e la camera sempre accesa entrano nei territori fisici e metaforici della lotta. Quattro giorni che non prevedono pausa e ritorno alla base, la notte sulle panchine, gli incontri.

Le grida dei giorni portano il ricordo della volontà di cambiamento di un passato mai dimenticato, un passato remoto ancora vivo nei ricordi di chi l’ha attraversato e di chi l’ha conosciuto per memoria collettiva. Gli anni di Sankara – lo stesso che ha ribattezzato la nazione dell’Alto Volta in Le pays des hommes intègres, Burkina Faso – tornano nei canti, nella ritmicità delle voci di protesta, motore che muove la spinta all’abolizione di un potere malato in ricordo di un’epoca, quella di Sankara, guidata da un governo di impronta socialista che spingeva per la rinascita del paese.

Il paese delle persone integre: un’integrità che vorrebbe essere lacerata dall’alto, ma che, nonostante la ferita, continua nella direzione contraria alla resa.


Se il bianco e nero traccia e demarca il tragico e l’ombra dell’offesa e della violenza nei confronti dei manifestanti, il viraggio al colore accade quando Campaoré abbandona il paese e fugge in esilio.


Una parentesi di rinascita al grido di liberazione, la musica che apre ad una dimensione di sguardo che si volge al futuro.

I corpi, come la telecamera, sono adesso rivolti all’alto, si raddrizzano con fierezza, l’obiettivo partecipa alla danza. Dagli sguardi tesi delle prime scene, allo stato di gioia e speranza di un ottobre che segna una dichiarazione di resistenza e mutamento.  

Restano le macerie nei luoghi del potere: là dove nelle strade assediate il frastuono delle cose viene ripulito dai manifestanti ne giorni seguenti, a segno di memoria i resti e i detriti (reali e simbolici) vengono lasciati a testimonianza nella sede del Parlamento.

Il regista riparte, torna in Italia.

Nel 2015, alla notizia di nuovi attacchi alla popolazione (un nuovo colpo di stato militare depone il potere dell’allora presidente in carica provvisoria) Carmosino riparte nell’immediato per un reportage televisivo. Ma è là, nuovamente in una terra che negli anni è diventa una seconda casa, che decide di rimanere, seguendo le tracce di quattro persone:

il musicista raggae Sam’sk LeJah, simbolo della contestazione nei confronti della dittatura e premiato da Amnesty International come Ambasciatore di coscienza, Assanata Ouedraogo, una giovane donna, madre, che il regista ha conosciuto nei giorni delle proteste del 2014 e di cui seguiremo i passi tra gli scorci del suo quotidiano, Ghost, operaio in miniera, Yiyé Consant Bazié, candidato alle elezioni e protagonista di campagne di informazione.

È così che il passaggio dalla visione esterna a quella più intimista che fa parlare l’altro si amplifica, un dialogo tra la parola che narra del regista – la voce fuori campo che accompagna il girato – e gli incontri in forma di visione o di voce dei tre uomini e della donna che ha scelto di seguire.

L’occhio del regista che osserva dal fuori si sposta in direzione dello sguardo altro, del dire attraverso la parola dei protagonisti.

Come ha dichiarato Carmosino: “Cambiare sguardo è un atto politico”.

Se nella prima parte de Il paese delle persone integre è ricorrente l’uso del fermo immagine sul volto delle persone, intervallato da un nero di silenzio, nella seconda la macchina da presa procede nel suo fluire – pur mantenendo l’interpunzione con brevi pause di silenzio e schermo nero, quando una sospensione accade nel reale.

I primi fermi immagine catturano, quasi a presentazione e ad accenno delle tracce che verranno poi seguite, le persone che nell’evolversi dell’opera cinematografica prenderanno uno spazio esistenziale maggiorato di grado.


Nella seconda parte del film, alcuni scorci e rappresentazioni dell’attuale del paese riportano il regista (e lo spettatore) ad un passato personale – ma universalizzato – di fermento della parola politica e sociale: locande in cui giovani e anziani si accendono nella discussione di temi, questioni sociali, ideali che oggi, qui, vediamo crollare, disperdersi, sotterrati da un brusio superficiale.

E lo stesso fermento anima le riunioni politiche, nei ricordi della vita e delle conquiste e dei tentativi di apertura sociale, economica e politica di Sankara.

Uno popolo connotato dalla volontà della possibilità, del rovesciamento di un passato ancora presente. Nonostante la situazione tragica del paese, la povertà, le difficoltà del quotidiano e l’allerta costante, Carmosino ci mostra come il popolo dei burkinabé resti nell’acceso, non si chini passivamente all’offesa, in un noi collettivo che nel pronome plurale trova la sua forza.

Una dimensione radicalmente diversa da quella che oggi, nel paese da cui osserviamo, stiamo perdendo a favore di un individualismo spento, nell’accettazione passiva e impotente rispetto al cambiamento, o nella una forma di un crescendo rancoroso desertificante. 


Se dal 2015 a oggi il Burkina Faso è diventato territorio di conquista da parte di Is e Al Qaeda e contingenti militari occidentali sono schierati nella regione, se un nuovo colpo di stato del 2022 ha portato nuovamente il regime militare al potere, Il paese delle persone integre ci parla allora non solo della condizione di quel territorio taciuto, ma parla anche  a (di) un occidente che si sfalda nella storia, che dimentica e offusca con una patina di grigio  ciò che sta accadendo nell’altrove, e in un qui in cui lo spirito di resistenza cede in direzione di cecità: quel non voler vedere che il film cerca di ribaltare.

Note:

Il Paese delle persone integre è stato patrocinato da Amnesty International.

Christian Carmosino Mereu è un regista, produttore, docente e operator culturale attivo in Europa e in Africa da più di venticinque anni. È stato direttor artistico di festival e rassegne dedicate al cinema documentario, come [CINEMA.DOC], Doc/it Professional Award e Il Mese del Documentario, e dal 2022 è direttore artistico del Rome International Documentary Festival. Dal 2006 è responsabile tecnico del Centro di Produzione Audiovisivi dell’Università degli Studi Roma Tre, coordinatore del Master in Cinema Documentario.

Per la filmografia completa www.carmosino.com

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