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Il gatto nel burro

È uscito per le edizioni Via del vento il volumetto dal titolo L’ubriaco, che raccoglie alcuni racconti inediti di Charles-Louis Philippe; traduzione e cura sono di Stefano Serri. Pubblico come anticipazione il primo testo, Il gatto nel burro. [ot]

 

“La flûte”, gravure sur bois de Félix Vallotton (1896)

 

Boyaud, il macellaio, non solo era alto, ma era anche grosso. Occupava un sacco di posto in città. Lo si notava da lontano, non solo per il suo volume, ma anche per il suo colore. Era rosso. I suoi capelli erano rossi, come quelli di tutti i rossi, ma di simile alle guance c’era soltanto il fuoco. Quando passava vicino a un fienile, gli gridavano:
– Non avvicinarti. C’è della paglia.
Doveva essere come lui, la strada, enorme, rossa e distesa, perché vi potesse trovare posto. Non gli piaceva la carne bianca, il vitello. Mangiava carne di manzo, ne mangiava parecchia. Avrebbe voluto mangiare qualcosa che fosse più carne della carne stessa, e poi, mangiarlo crudo. Non gli piaceva il vino leggero, beveva un vino denso che a bicchieroni si versava dentro come sangue. Quando aveva finito con il vino, attaccava con l’acquavite per scaldarsi le budella. Solo l’acquavite era calda come lui.
Di certo fu la moglie di Regrain che sbagliò per prima. Boyaud era andato a casa di Regrain per cercare un vitello che aveva comprato un giorno nel corso dei suoi viaggi. Quando arrivò, la moglie di Regrain era sola in casa, intenta a battere il suo burro nella zangola. Gli disse:
– Regrain lavora nel campo. Mi aspetti, vado a cercarlo.
Partì, lasciando Boyaud solo nella stanza. Commise un errore. Boyaud non amava restare solo. Se almeno gli avesse dato da bere, avrebbe bevuto per impegnare il tempo. Se ci fosse stato un bambino, lo avrebbe piazzato in cima all’armadio. Non poteva mica sedersi e incrociare le gambe una sull’altra. Che fare? Nelle stanza c’erano soltanto una gatta con il suo gattino. Mentre Boyaud li guardava senza prestare loro troppa attenzione, vide anche la zangola, e gli venne un’idea.
S’impossessò del gattino, sollevò il coperchio della zangola e mollò la bestia lì dentro. Soltanto dopo riuscì a calmarsi e ad aspettare la moglie di Regrain.
Tornò con il suo uomo. Boyaud sistemò i suoi affari. Il vitello venne staccato, caricato nella vettura, il prezzo venne corrisposto. La moglie di Regrain, come al solito, disse:
– Fa comunque male, darlo al macellaio.
L’uomo rispose:
– Che vuoi! gli animali son fatti per essere mangiati!
La donna tornò al suo lavoro, perché così è la vita. Batteva il suo burro, lo batteva per bene. Aveva fama di fare il miglior burro del paese. Dimenticò il vitello. Era stato davvero seccante quella distrazione. Non ci si dovrebbe mai distrarre quando si batte il burro: il suo era già rappreso. Ne fu anche stupita.
– Eppure non c’è stato brutto tempo! È come se la mia panna si fosse trasformata!
Spinse più che poté per comprimerla: davvero, il suo burro era duro come formaggio. Si arrabbiò, lo pestò, gli parlò come se volesse tenerle testa:
– Bestia rognosa, ti sistemo io!
Regrain fu costretto a dirle:
– Invece di arrabbiarti in questo modo, guarda piuttosto che non ci sia qualcosa dentro la tua zangola.
Aveva proprio ragione. Sollevò il coperchio, guardò con attenzione. Quello che vedeva era troppo strano perché non ci pensasse su prima di parlarne. Convinse pure suo marito a venire a vedere.
– Vieni a vedere, si direbbe che c’è una cosa tutta nera!
Nessuno ama mettere le mani nel burro, perché non è corretto verso chi lo compra. Regrain disse:
– Chissà, che non sia caduto dello sporco nella tua panna.
Non si è mai sicuri, nonostante si stia attenti. Rispose:
– Non credo proprio!
– Insomma, resta solo una cosa da fare. Tirati su la manica e tocca quella cosa.
Diede tre grida. Il primo fu un grido di paura; lo diede afferrando un cosa enorme e appiccicosa che stava in fondo alla sua zangola. Il secondo grido, lo diede sollevando quella cosa, e il terzo grido, che fu il più acuto, lo diede nel momento in cui espose il gattino alla luce.
Del resto, entrambi, Regrain e la moglie, videro subito di che si trattava. Era stato Boyaud! Sapevano bene come, da lui, ci si dovesse aspettare di tutto, ma mai si sarebbero aspettati una cosa simile. Si era comportato come un macellaio.
Povero animaletto! Regrain ce l’aveva anche con la moglie. Le disse:
– Non c’era bisogno che spingessi tanto. Dovevi chiederti cosa ci fosse.
Avrebbe pianto, lei, sia per colpa del gatto che per la discussione che ora minacciava di nascerne. Di colpe lei non ne aveva! Posò il gattino all’angolo del camino. Era tutto schiacciato. Mamma gatta si avvicinò. Leccava il figlio. Regrain era furioso e non voleva mettersi in testa che la gatta leccava il cucciolo non perché fosse il suo piccolo, ma perché era coperto di panna! La cacciò con delle pedate.
Solo in un secondo momento pensarono al burro.
Regrain era del parere, santo cielo! che nessuno avrebbe saputo nulla, che lei doveva solo continuare a battere il suo burro e lo avrebbe venduto il giorno di mercato come se la disgrazia non fosse accaduta. Ma lei era orgogliosa, ci teneva alla reputazione dei suoi prodotti, e, prima ancora di approfondire l’argomento:
– Questo, neanche morta!
Regrain ebbe un’altra idea: poiché lei non voleva venderlo, beh! non avevano che da usarlo loro stessi. Di questo, ella non volle sentire neppure parlarne.
Aveva un bel dire, lui.
– Insomma, meglio usarlo che perderlo!
Ce n’erano almeno quattro libbre nella zangola. Per la rabbia, Regrain si alzò e andò a lavorare nel campo.
Il giorno dopo questa sinistra avventura era giorno di mercato. La donna si recò in città con il suo paniere. Sapeva che tutte le mattine, verso le undici, Boyaud andava da Monsel, l’oste, per prendere il suo vermut. Lo spiò. Appena quello si fu piazzato per bene, in compagnia di tutti i bevitori, se ne andò nella macelleria dove la signora Boyaud era sola. Le diede le sue spiegazioni:
– Ecco qua! Vostro marito mi ha detto che volevate mettere da parte del burro e mi ha incaricato di portarvene quattro libbre.
– Giusto, in effetti, è venuto a casa vostra ieri! rispose la macellaia.
Povera donna! Nemmeno per sogno le avrebbe raccontato i brutti scherzi del marito. Eppure le faceva pena, ingannarla! Quella pagò il burro. La moglie di Regrain non perse la testa e le fece pagare un buon prezzo: trenta soldi alla libbra. In piazza, costava ventisei soldi, ma, perdio! la differenza avrebbe rimborsato il gatto!
Quando Boyaud, tornando dall’osteria, venne a conoscere questa storia, fu fortunato a non aver pranzato, perché, in quel caso, si sarebbe beccato una congestione. Uscì in strada, senza cappello; uccidere i Regrain non sarebbe stato sufficiente. Avrebbe dovuto, almeno, mangiarseli! Bruciare la loro casa, era una misera vendetta. Avrebbe voluto ridurla in macerie e ballare sulle rovine fino a farne polvere. Avrebbe voluto rivoltare i campi di Regrain, ammalarsi di una malattia immonda e vomitarcela sopra.
Rientrò a casa per cercare il suo berretto. Aveva voglia di attaccare il cavallo alla vettura e di partire subito per andare a buttarsi nel fiume. Del burro dov’era crepato un gatto! Certo, nessun cibo poteva spaventare Boyaud. Avrebbe mangiato manzo frollato, vitello malato, porco magro, gallina vecchia, porcellino d’India, se avesse voluto. Una volta aveva mangiato anche un porcospino e un’altra volta un corvo. Ogni cosa avrebbe potuto farla bollire un giorno intero nel brodo, se fosse stato necessario. Ma un gatto! Non è, a ben vedere, che di per sé non sia un animale adatto. Un giorno, quando era nel’esercito, durante le grandi manovre, dei soldati, come lui, si erano impossessati di un gatto, gli avevano tolto la pelle, lo avevano fatto cuocere e lo avevano mangiato. Quello che lo spaventava, era il pensiero dei peli. Erano gialli. Dovevano essere bagnati, quando avevano tolto la bestia dalla zangola. I gatti, quando vengono immersi nella panna, diventano una porcheria. Gli sembrava che tutto il burro fosse una sorta di liquido innominabile, che chiamava succo di gatto. Sentiva che stava per diventare incapace di mangiare, per il resto della vita.
Tremava. Non poteva neppure camminare. Attaccare il cavallo? A che pro! Forse non ne avrebbe avuto neppure la forza. Andò in camera da letto, perché lì non c’era nessuno. Avrebbe voluto morire da solo in un angolo, come un cane. Si sedette. Posò il berretto, che gli faceva male. Povero Boyaud! Si mise la testa tra le mani, chiuse gli occhi per non vedere nulla e, tra le sue grosse dita di macellaio, sentì colare delle grosse lacrime, le lacrime del grosso bambino che era.

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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