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Due colloqui

Una testimonianza reale di quel che accade, oggi, nel mondo del lavoro. Dell’incertezza, dello sfruttamento, della competizione capitalistica, della tristezza

di Yàdad de Guerre

Qualcosa si rivelava già nel logo in bianco e nero della società – un logo prelevato dalla rete senza rispettare le banali regole del copyleft – ma ho avuto bisogno di tre giorni per mettere a fuoco il senso di spaesamento davanti al cattivo gusto, alla sovrapposizione di forme e livelli in mancanza di prospettive, al drago stilizzato e bidimensionale imprigionato dentro uno stemma reale e tridimensionale, tre giorni per restituirmi un’intuizione. Ho inviato ovunque il mio curriculum vitae, che resta in piedi senza una traccia dei lutti riconquistati con straordinaria fatica, ovunque presentato la mia candidatura nel panico e nell’urgenza, rimasto senza soldi né certezze dopo un anno e mezzo di ferocità ho accettato qualsiasi proposta; in quel momento respiravo dicendo: vada via l’inquietudine davanti al kitsch regale, il drago e lo stemma, si prendano tutto ciò che mi rimane per due spicci e un genuino sorriso, buongiorno dunque, io sono Yàdad e mi trovo qui per il lavoro di brand testimonial.

Al contrario di altri colloqui, dove ho ingurgitato le mie contraddizioni tentando di soffocarmi il più possibile, questo è andato piuttosto liscio; mi è stato risparmiato l’armamentario patetico per la giustificazione e la cementificazione di retribuzioni ridicole oppure per la tenuta di parole utili a non sentire il rumore del tacito accordo per cui, guardi, è solamente sopravvivenza il bisogno di un’occupazione qualsiasi o l’accettazione dello sfruttamento spacciata per eroica qualità o la mancanza di difesa davanti allo squilibrio di potere indiscutibile, insormontabile. Non ho dovuto fingermi illuminato dalle banalità intorno al concetto di resilienza, come pure è accaduto durante un altro colloquio per lo stesso lavoro: sono tutt’orecchie, recruiter, mi dica di più sul punto di rottura e sulla capacità di resistere agli urti, che vuole che ne sappia io, dopotutto sono soltanto un orfano omosessuale nato e cresciuto in una disgraziata provincia del sud di questo paese fascio-borghese, venuto su da una famiglia comunista della working class uccisa a colpi di cancro e alcool, mi dica di più sulla resilienza, su questa dote da dover acquisire per una migliore performance e un più grosso profitto, per il capovolgimento della vita e della morte, per il fallimento che non conosce l’alleluia.

È andato tutto liscio, dicevo, nonostante il poster gigante di una bestia selvatica alle spalle della recruiter, ero a mio agio mentre lei mi parlava in un gergo che tentavo di afferrare velocemente, per qualche minuto mi ha descritto la realtà aziendale mentre io cercavo di figurarmi come funzionasse quella rete di società a responsabilità limitata e di talenti misteriosi che, dal nulla ma con caparbietà e spirito di sacrificio, erano divenuti team leader, manager, CEO. Il futuro disegnato per me dalla recruiter era proprio quello: partire dal basso per salire più su, fino alla cima, grazie a una formazione continua, finendo magari, nella migliore delle ipotesi, ad avere una società tutta mia, a gestire persone con «etica e meritocrazia» – due parole che avrebbero dovuto farmi brillare gli occhi e che, invece, hanno agevolato un attacco di panico. Se la recruiter parlava con meraviglia di quel mondo chiuso fatto di persone giovani, io avevo il batticuore e mi chiedevo che cosa ci facessi lì: non ho mai voluto avere sottoposti, mai pensato di gestire una società, ho solo un bisogno urgente di soldi per campare. L’idea di poter rifiutare la carriera aziendale mi ha calmato e ancorato al presente.

È davvero andato tutto liscio? Al termine di quel colloquio conoscitivo, mi è stato detto che avrebbero valutato la mia candidatura e che avrei ricevuto comunque un feedback; qualora tutto fosse andato bene, avrei dovuto sostenere un secondo colloquio, durante il quale avremmo discusso il lavoro da fare, la struttura della rete aziendale e, ovviamente, la retribuzione. Secondo le esplicitate intenzioni della recruiter, il processo di selezione, di norma più lungo, si sarebbe potuto terminare anche con quel secondo colloquio, a patto di trovare una persona straordinaria da inserire nelle squadre già formate. «Un’utopia – mi ha detto – ma possibile, io ci spero, può accadere, è accaduto, accadrà ancora, vediamo se c’è una persona giusta tra quelle selezionate per questi colloqui, chissà, magari sei proprio tu. Sai, di fronte alla straordinarietà, c’è poco da fare se non chiudere il secondo incontro direttamente con un contratto di lavoro». Le sue intenzioni erano descritte quasi in una forma di sogno, realizzabili con la testarda determinazione e un colpo di fortuna: avrebbe significato tanto per l’impresa investire sulla persona giusta, crescere insieme, espandersi verso il radioso futuro.

Il giorno seguente sono stato chiamato per il secondo colloquio, che si è aperto così come si era chiuso l’altro, in modo circolare, cioè con il desiderio espresso di trovarsi davanti a qualcuno fuori dall’ordinario, qualcuno cui sottoporre un contratto nell’immediato, quasi sull’onda dell’entusiasmo. Di fatto, il lavoro era quello di dialogatore per alcune organizzazioni non governative, spesso indicate semplicemente come «brand»; una sorta di gavetta utile a sporcarsi le mani prima della scalata verso il successo interno all’azienda, da compiersi al ritmo di diverse parole chiave: formazione, determinazione, ambizione, team work, molta etica, completa meritocrazia, divertimento e coesione sociale (erano previsti viaggi premio in hotel a cinque stelle in località esclusive e cerimonie da oscar per festeggiare le migliori risorse e facilitare il networking). Mi si prospettava una crescita lavorativa inarrestabile che sarebbe entrata nella sfera intima e personale, per modellarmi a tutto tondo, una crescita totalizzante fondata sull’infinita formazione data da corsi ad hoc e scambi relazionali di livello: non soltanto avrei migliorato la vita di migliaia di persone attraverso la richiesta di sottoscrizioni in giro per la capitale, non soltanto mi sarei arricchito a partire da questo, ma avrei anche avuto la possibilità di conoscere tutti i segreti di una realtà aziendale fino a impregnarne il mio quotidiano, fino a fare di me una persona realizzata, in grado di rapportarmi con chiunque nel più efficace dei modi. Per qualche minuto, ho temuto che la recruiter mi chiedesse del mio percorso di psicoterapia, per poi suggerirmi di abbandonarlo in nome dell’azienda, perché, tanto, ci sarebbe stato il lavoro con loro a darmi tutti gli strumenti del benessere psicologico, a livello individuale e interpersonale, addirittura senza pagare alcuno ma, anzi, essendo pagato io stesso.

L’unica figura che non mi è stato prospettato di poter scalzare è stata quella del CEO, la divinità a capo dell’azienda madre, chiamata «provider», da cui ogni srl o srls discende e dentro cui risiedono giustizia, equità e controllo: per esempio – mi ha chiarito la recruiter – qualora il nostro manager impazzisse e decidesse di scappare col bottino, il provider subentrerebbe a risollevare le sorti della società allo sbando; oppure, qualora ci fosse una scalata al successo repentina, il provider controllerebbe la correttezza del percorso, valuterebbe gli effettivi meriti e ristabilirebbe l’ordine in caso di favoritismi. D’altronde – spiegava la recruiter – il CEO aveva percorso tutte le tappe della scalata altrove, da zero e senza un euro, e via via accumulato un sapere non riducibile alle sole competenze lavorative, si era librato; insoddisfatto delle storture del mondo, era giunto a voler condividere la sua trascendenza fondando una rete aziendale sinceramente meritocratica, votata, sì, a qualche, necessaria, incursione nel profitto, ma soprattutto alle cause umanitarie e alla formazione di persone più giovani, che avrebbero ricevuto concrete possibilità di realizzazione a tutto tondo. Più volte, la recruiter mi ha sottolineato la fortuna di trovarmi proprio lì, in quel momento, con una possibile svolta davanti a me: il nostro manager, infatti, era stato formato direttamente dal CEO e io sarei potuto essere a un grado di separazione, si fa per dire, da quella peculiare forma di buddità del buon capitalismo, ereditando per osmosi una veloce elevazione. Insomma, se fossi stato abbastanza all’altezza, avrei dovuto metterci solo determinazione e ambizione.

Dal canto mio, lo ammetto, non ho avuto la prontezza di porre alla recruiter domande del tipo: ma se, in caso di controversie, fa tutto il provider, allora a che cosa servono i tribunali lì fuori, nel mondo reale? Non ci ho pensato, in quel momento: più la recruiter proseguiva nell’esposizione, più avevo dubbi sulla sostanza di cui è fatto il mondo esterno, che di certo non è la stessa dei sogni. Nonostante lei mi avesse invitato a domandare e intervenire, io ero concentrato a metabolizzare il funzionamento del gruppo aziendale e delle sue reti, volevo afferrare quel futuro per soppesarlo e capire quanto ci potessi sopravvivere dentro, al netto dei viaggi premio e delle cerimonie da oscar, cose che mi imbarazzava anche solo immaginare. Non ho battuto ciglio nemmeno davanti alla retribuzione di settecentocinquanta euro al mese per un lavoro parasubordinato a tempo pieno, un «minimo garantito» che era, in verità, una soglia da dover raggiungere attraverso le provvigioni date dalle vendite (cioè dalle sottoscrizioni per le ONG). Settecentocinquanta euro di obiettivo minimo, ma non garantibile, che mi sarebbe stato corrisposto dalla società quasi in forma di donazione per beneficienza, persino nel caso di un suo non raggiungimento, perché «noi vogliamo investire sulle nostre risorse». Amabile sino a quel momento, intorno al compenso la recruiter si era velata di durezza e aveva puntualizzato che, insomma, i guadagni extra ci sarebbero stati solo dopo la soglia minima; che, per raggiungere l’obiettivo, non potevo mancare a nessun «evento», lavorando tutti i giorni per tante ore e infinito entusiasmo; che io avevo, sì, la libertà di scegliere come e quando presentarmi a lavoro – mi avrebbe proposto un co.co.co. – ma che la soglia minima si raggiungeva, ed eventualmente superava, dando una disponibilità di sei giorni su sette, per l’intera giornata e riversando il massimo della concentrazione. Di certo, in sintesi, non si raggiungeva con le pause sigaretta. Sotto sotto, ho avvertito una minaccia nascosta dietro quel «minimo garantito» e quella volontà di investire su di me: forse quei settecentocinquanta euro, utili a pagarmi l’affitto e tre o quattro spese al supermercato, non erano davvero miei ed erano più un prestito sui generis.

Come ultimo atto del secondo colloquio, la recruiter mi ha chiesto di rispondere a un questionario scritto, mi ha dato il tempo di compilarlo in tranquillità, è tornata quando le ho fatto un cenno, ha letto le mie nove righe, si è mostrata sorpresa, mi ha guardato negli occhi ed esclamato che non ci sono dubbi, sarei stato perfetto per loro e sarebbe stato un onore allungarmi il contratto, ero io la persona che cercava. Con calma, mentre pensavo che, ohibò, sono quella persona straordinaria di cui mi ha parlato più volte, le ho domandato del tempo per pensarci meglio, il tempo di un fine settimana. Lei sembrava aspettarselo, ha subito fissato un appuntamento per il lunedì successivo e mi ha assicurato di voler sospendere la selezione finché non le avessi dato io una risposta. La stessa sera, dunque, le ho chiesto una bozza del contratto, negata la mattina successiva per via di accordi di riservatezza con i «brand». Contemporaneamente, su LinkedIn spuntava l’annuncio di lavoro della società per fare da brand testimonial.

Durante il weekend, dopo svariate letture, sono riuscito a mettere a fuoco quel che mi aveva inquietato durante i colloqui, fuori dal processo di selezione, dalla storia incredibile della straordinarietà, qualcosa che avevo intravisto nel logo, in quel drago bidimensionale dentro uno stemma tridimensionale, qualcosa che aveva a che fare con la struttura chiusa dell’azienda, fatte salve le collaborazioni con i «brand». E mi è tornato alla mente il funzionamento di Forza Nuova, su cui ho lavorato in perdita per anni, e il suo sistema gerarchico e piramidale che poggia sulla militanza di giovani persone: i livelli di segretezza, l’afflato mistico, la suddivisione in aree di competenza, la nomina dei capi a livello locale e nazionale, la formazione infinita, la manipolazione e il raggiro. Da giorni mi chiedo quanta differenza ci sia tra il neofascismo imprenditoriale di Forza Nuova e questo buon capitalismo pacchiano fondato sullo sfruttamento, quanti e quali collegamenti ci siano rispetto a tutto un immaginario eroico di chi ce l’ha fatta, un immaginario plasmato su loghi e nomi altisonanti, su lodi al sacrificio, all’ambizione e alla determinazione, su un afflato verticale verso il potere che, irraggiungibile, viene cantato come egualitario, alla portata di chiunque e da chiunque voluto. Mi chiedo quanto sia difficile uscire dai processi interpersonali di manipolazione nel mondo della competizione capitalistica, quanto triste sia non vedere facilmente alternative, sottrarsi. Non ci saranno mie risposte, temo: per sopravvivere, ho smesso di scrivere.

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2 Commenti

  1. davvero interessante e molto illuminante soprattutto per quelli come me che di queste cose nulla sanno e con fatica immaginano. Grazie Mariasole e grazie a Yàdad.

  2. Purtroppo, caro Sparz, situazioni come quella che racconta Yàdad sono più diffuse di quanto si pensi e di quanto se ne parli. La nostra generazione si ritrova a lottare con queste realtà fino allo sfinimento, pur tentando di adattarsi anche a paghe minime (e indecenti) o a lavori che nulla hanno a che fare con la propria formazione (ma questo sarebbe il minimo, in fondo). A giorni alterni guardo le offerte di lavoro sui vari portali. A quelle apparentemente più “allettanti”, nell’angolino in fondo è aggiunta la scritta: lavoro volontario. Senza retribuzione. Quando dall’alto dicono “i giovani preferiscono non lavorare” c’è una enorme distorsione: i giovani (e questo vale fino ai 40enni) si ritrovano piuttosto in un mondo in cui il lavoro non c’è e se c’è, troppo spesso si dimostra una farsa, va nella direzione dello sfruttamento. Fino al 2008 le cose andavano diversamente, ora la realtà è terrificante.
    Scrive Yàdad: “Mi chiedo quanto sia difficile uscire dai processi interpersonali di manipolazione nel mondo della competizione capitalistica, quanto triste sia non vedere facilmente alternative, sottrarsi.”. Sono parole dure, tristi, e dannatamente ancorate al reale di oggi.

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Un pascolo dell'immaginazione, vita che vive della volontà di riscrivere la storia – la propria, quella collettiva.
mariasole ariot
mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Essendo il dentro un fuori infinito, Elegia, opera vincitrice del Premio Montano 2021 sezione opera inedita (Anterem Edizioni, 2021), Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma non sempre la risposta può essere garantita.
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