Colore (sillabario della terra # 9)

di Giacomo Sartori

 

 

 

 

 

 

Le tinte dei paesaggi che abbiamo in testa sprizzano sovente da quelle delle loro terre. Senza le coltivazioni queste starebbero nascoste sotto la vegetazione, ma le arature e le lavorazioni ce le sbattono sotto gli occhi, come succede con le ferite aperte. Prendono allora il sopravvento, fiere della loro dispotica impronta sui territori, di essere all’origine della loro bellezza. Si pensi al sanguigno delle terre rosse mediterranee o alle crete abbaglianti solcate dai calanchi degli Appennini. Spesso invece l’impatto è più discreto, quasi un rumore di fondo, come avviene con gli ocra luminosi della Padana. Ma egualmente essenziale. Al pari di tutte le faccende dello sguardo, dobbiamo un po’ autoeducarci, prima di diventarne coscienti.

I colori della terra hanno pochi ingredienti, che sono in genere facili da indovinare. Il pigmento fondamentale è costituito dagli ossidi di ferro. I quali hanno un legame molto stretto con il clima, perché nelle regioni calde o comunque con una stagione calda e secca, come quelle mediterranee, hanno gradazioni rossastre o decisamente rosse, e insomma rugginose. E anche quando il clima si avvicina a quello mediterraneo, senza esserlo davvero, come in molte zone del nord Italia, i toni tendono al rosellino o all’ocra arrossato. Le varie sfumature terra di Siena, per intenderci.

Nei climi più freddi e umidi, e in particolare a nord delle Alpi, gli ossidi originati durante la formazione del suolo risentono invece dell’abbondanza di umidità e hanno tinte giallastre: i suoli sono gialletti o beigeolini. Niente sciali sanguigni, niente schiaffi visivi che eccitano le passioni, si pensa piuttosto al tedio dei lunghi inverni dalle giornate corte. Dove poi c’è un eccesso d’acqua, come nelle zone acquitrinose, i colori sono grigio chiari o anche azzurrognoli o verdolini, fanno pensare alla faccia di una persona anemica. Il ferro in realtà c’è, ma per la carenza di ossigeno non è ossidato.

La colorazione dovuta agli ossidi viene in genere sporcata dalla presenza della sostanza organica, che dà tonalità fosche, tanto più scure quanto più è abbondante. I suoli delle regioni temperate ne sono ricchi, perché con il freddo i batteri che la decompongono lavorano meno bene, o per periodi più brevi: tende a accumularsi, dando colori marroni. Nelle vecchie nomenclature si parlava di terre brune, è un nome che rispecchiava bene la sovrapposizione delle due componenti. Quando il freddo è più intenso si va verso tinte nerastre. Nei climi caldi la sostanza organica si degrada invece molto velocemente, quindi i rossi hanno tendenza a restare belli puliti.

I suoli agrari sono al contrario quasi sempre impoveriti di sostanza organica, perché coltivando se ne asporta, sotto forma di prodotti commestibili o insomma utilizzabili, più di quanta se ne apporti. A meno che non si prestino grandi attenzioni, non è il caso dell’agricoltura industriale, ogni anno il contenuto diminuisce. Anche qui, lo può vedere chiunque: quanto più i suoli sono carenti tanto più sono pallidini. O anche, se c’è una forte tinta di base, questa resta pulita e vivida. Come quei malati che non sembrano tali, grazie alla luce della loro pelle.

I colori possono poi derivare anche dalle rocce dalle quali si sviluppano i suoli, come un dolce si porta dietro il colorito delle carote o del cioccolato. E questo soprattutto quando esse hanno appunto tinte molto spiccate o particolari. I basalti, rocce laviche grigiastre scure o nere, alle Eolie come in Sardegna o in India, danno suoli molto scuri, severi e elegantissimi. Così come i gessi danno i suoli bianchi dello Champagne, spagnoli e tunisini, che fanno sempre il loro limpido effettone. Varie rocce amaranto o viola, per esempio molte arenarie o marne, tendono a dare vistosi suoli granata o con tonalità violacee. In effetti i suoli molto colorati che spuntano qua e là nelle regioni temperate o fredde, come luci lampeggianti che chiamano l’attenzione, ereditano in genere i loro vestiti sgargianti dai substrati, la spiegazione non va cercata nel clima attuale.

Per parte mia i colori ai quali sono più affezionato, forse perché li ho frequentati più a lungo e con più diletto, sono nascosti, e non amano mostrarsi. Sono gli ocra aranciati delle alte terre alpine, o insomma nordiche, delle zone silicatiche, per esempio granitiche o porfiriche. Sotto la scorza della lettiera o dei muschi la terra ha vivissimi colori pastello, da giallo intenso fino a arancio molto carico. In superficie non appare nulla, quasi nessuno sa che cammina su un’opera di Rothko. Bastano però alcuni forti colpi con il tacco dello scarpone, o anche semplicemente uno sbrego recente al lato del sentiero, per vedere il tesoro nascosto.

Bisogna però sbrigarsi, perché le magnifiche tinte a contatto con l’aria perdono subito smalto e forza, diventano gialletti spenti, polverosi ocra senza interesse. Non si mostrano in superficie, e non possono essere conservati. Sono come i papaveri e quei fiori che non si possono raccogliere, perché subito appassiscono. Forse non amano troppo gli uomini e le loro devastazioni. Ti restano solo dentro, come sanno fare le cose davvero preziose.

(l’immagine: tipica sequenza mediterranea: dossetti erosi chiari, terre rosse sui versantini, terre nere nelle depressioni; nord dell’Algeria)

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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