Tulipani

di Martino Pinna

Mi lavo i denti nel piccolo bagno della cabina della nave. Almeno qui posso farlo in pace, non devo andare in un autogrill come quando sono in viaggio. Il mio camion è parcheggiato tre ponti sotto di me.

Di lavoro trasporto fiori e bulbi dall’Olanda e dalla Germania in tutta Europa. Ora credo di avere rose e garofani nel mio mezzo, ma non sono sicuro. Mi piace questo lavoro, soprattutto quando guido. Purtroppo la maggior parte del tempo si passa ad aspettare e quello non mi piace. Devi aspettare le consegne, devi aspettare i tempi degli altri, spesso arrivi in un posto all’alba e scopri che devi aspettare là fino al tramonto. E tutto il giorno cosa fai? Io a volte dormo, dentro al mio camion, o guardo delle cose con il telefono. Di solito video di partite di calcio, vecchie canzoni di quando ero giovane o le notizie che arrivano dal mio paese. Poi si ritorna in strada, sempre così.

Sono nato in Romania, la mia famiglia è là. Di solito guido per quattro settimane, poi torno a casa per qualche giorno da loro. Faccio in media 12 o 13 ore al giorno di guida, a volte anche di più. Gli altri camionisti non ci vedono bene a noi rumeni, lo so, e non vedono bene nemmeno gli ungheresi e gli ucraini, perché prendiamo meno e lavoriamo di più e non ci lamentiamo mai. Ma che ci posso fare? A me danno 850 euro al mese, a loro 2000 o di più. Dicono che è sfruttamento e si incazzano perché facciamo concorrenza, ma non sono io che decido, sono le società di consegne. Per lo stesso lavoro a casa mia me ne darebbero 100, sempre se lo trovo, il lavoro, perché c’è molta disoccupazione. Quindi mi va bene così. Se mi ammalo posso pagarmi il medico e posso pagarlo per la mia famiglia. Se so di avere la salute, e che anche i miei cari stanno bene e possono essere curati, io sono tranquillo, non voglio sapere altro, che mi mandino pure a Dusseldorf, Lisse o Rotterdam, non me ne frega nulla. Ho speso molti soldi, anni fa, per la patente del camion e ora me li riprendo lavorando. Anche se capisco gli altri camionisti che si incazzano, perché anche io a volte mi incazzo con alcuni. Conosco kazaki che fanno sempre almeno 80 ore a settimana, distanze lunghissime e vanno ovunque per meno soldi di quelli che prendo io, e allora io parlo male di loro. Per questo dico che capisco. Per gli altri camionisti, per i tedeschi, per gli italiani, io sono come loro, come i kazaki. Ma ripeto, non è colpa mia. Se la devono prendere con le società di consegne, non con me.

Io poi sono uno che si impegna. I kazaki che conosco, ma anche i polacchi e gli ucraini, sanno solo guidare il camion. Io invece so fare tutto quello che deve saper fare un vero camionista, caricare e fissare come Dio comanda ogni tipo di merce, guidare camion frigo o container, cisterna o ribaltabile, saper usare smartphone, tablet e schede tachigrafiche come si deve, lavare e verniciare e riparare teli e sponde, cambiare gomme e maneggiare filtri e pastiglie freni, soffioni e lampadine, perché con la manutenzione devi saperti arrangiare, e anche sapere un po’ di parole in inglese, trattare con clienti e fornitori, accorgersi di documenti non corretti, e poi guidare con il raffreddore, la febbre o il mal di denti. Io tutte queste cose le so fare, e le faccio per pochi soldi, senza lamentarmi mai.

Quando ho cominciato, quindici anni fa, mi ero detto che avrei fatto il camionista solo per qualche anno, avrei recuperato i soldi spesi per la patente, ne avrei messo un po’ da parte, mi sarei sposato e poi avrei smesso. Invece ho continuato. Mi sono sposato e ho fatto due bambine, ma ho continuato a fare il camionista.

Adesso sono sdraiato sul letto della cabina e guardo le foto delle mie  figlie sul telefono, perché mi mancano e perché mi piace vedere come cambiano aspetto. Non voglio dimenticare i loro volti. Guardo anche le foto di casa mia, sto facendo dei lavori e prima di addormentarmi ragiono su queste cose. A casa mia c’è un giardino bellissimo, abbiamo l’orto, piante ornamentali, fiori e alberi da frutto. Mia moglie mi manda le foto dei fiori, delle piante e dei gatti. Io le rispondo che di fiori non ne voglio sentire parlare, sono sempre in camion a portare in giro fiori! Ma lo dico per scherzare, i fiori mi piacciono, anche se quelli che porto nel camion non li vedo nemmeno. Lei, per prendermi in giro, mi dice che vado dall’altra parte del mondo a prendere dei fiori ma a lei non gliene regalo mai. Però porto i soldi a  casa, questo lei lo sa.

Stasera ho mangiato nell’area ristorante della nave, ma il cibo me lo porto sempre da casa o lo compro nei supermercati, perché in giro costa troppo e i padroni non te lo pagano. Nelle aree di servizio un pranzo costa quanto un televisore a casa mia, soprattutto in posti come Svizzera e Germania. Anche sulle navi mangiare è troppo caro per me. Allora ho il camion pieno di scatolette e buste di zuppe liofilizzate. Sono comode, basta un po’ d’acqua calda e hai un pasto pronto e decente. Non sarà come una cena fatta da mia moglie, questo è ovvio, ma mi toglie la fame. Stasera ho mangiato una zuppa di funghi, mezzo barattolo di cetriolini sottaceto, una scatoletta di tonno, dei cracker e una banana.

Questo lavoro mi piace, è vero, ma col passare del tempo vedo sempre di più gli aspetti negativi. Le strade sono sempre più affollate e i tempi di consegna sono a volte impossibili, e poi ti controllano costantemente: le società di consegne, i clienti che si incazzano con te anche se non è colpa tua, la polizia, insomma siamo sempre controllati da tutti. E più passa il tempo, più aspettare mi pesa. È la parte peggiore del mio lavoro. Una volta mi è capitato di aspettare per tre giorni. Tre giorni interi parcheggiato, chiuso dentro al mio mezzo, per un errore della società, perché qualche stupido impiegato dal suo ufficio ha sbagliato a fare i calcoli con il computer, o forse era colpa del cliente, chissà, si scaricano sempre le colpe e non si capisce chi ha ragione. Ma chi ci passa alla fine sono io, perché a loro non conveniva farmi tornare indietro, né cambiare consegna, quindi mi hanno lasciato tre giorni parcheggiato ad aspettare che il carico fosse pronto. Quella volta ero davvero incazzato.

Parlavo al telefono con mia moglie, con mio fratello, con amici camionisti, ma la maggior parte del tempo stavo dentro al camion, nella  cabina, rannicchiato nel letto. Ogni tanto uscivo per fumare una sigaretta o per pisciare. Avrò fumato quattro pacchetti di sigarette. Era estate e il mezzo che guidavo non aveva il riscaldamento ausiliario, quindi a motore spento non potevo usare l’aria condizionata. Crepavo di caldo. Tenere il motore acceso non si può, è un costo per le società di trasporti, e poi con quel rumore comunque è impossibile dormire. La notte si poteva resistere, ma di giorno, con il sole che picchiava sulla cabina, era insostenibile, non respiravo. Quindi stavo fuori dal mezzo più tempo possibile, all’ombra, in questa aria di servizio con i tir ammucchiati, e ogni tanto c’erano problemi perché non c’era spazio, mi facevano spostare, poi arrivavano altri tir e mi facevano spostare ancora, e io aspettavo, sempre aspettavo. La prima notte sento bussare al finestrino, che di solito tengo chiuso per i ladri. Scosto la tendina e vedo le luci blu, era la polizia. Ero appena riuscito ad addormentarmi nonostante il caldo e quelli mi hanno svegliato. Soliti controlli. Io cerco di non parlare, fingo di non sapere bene la loro lingua, in qualunque paese mi trovi faccio sempre così. Mostro le carte tachigrafiche, perché ne ho più di una dato che faccio più ore di quelle che si possono fare, come tutti quelli che conosco, e quindi faccio finta che il mezzo sia stato guidato da più persone. Credo che la polizia lo sappia, ma non ci può fare niente. Arrivato al terzo giorno pensavo: non voglio più fare questo lavoro. L’attesa mi stava facendo incazzare sempre di più e pensavo solo alle cose brutte.

Pensavo a un amico camionista, un ungherese di nome Endre, che è morto qualche anno fa, hanno scritto di lui anche sul giornale. È morto perché si è addormentato con la sigaretta accesa dentro la cabina: il mozzicone è caduto a terra, ha bruciato lentamente i tappetini, tutto l’interno, è scoppiato un incendio e non c’è stato nulla da fare. È bruciato lui e tutti i fiori che trasportava. A me non ha sorpreso. Sapevo che Endre sarebbe morto dentro il suo camion. Io però pensavo a un incidente, non a un incendio. Ma sapevo che sarebbe morto sulla strada, me lo sentivo.

Una volta Endre mi ha detto che aveva guidato 24 ore di seguito andando avanti a caffè e amfetamine, pastiglie che ti tengono svegli, si era fermato solo due volte per pisciare. Lui prendeva ancora meno soldi di me, 800 euro con tredicesima, quattordicesima e TFR compresi in busta paga. Lo mandavano da una parte all’altra con tempi strettissimi, era una cosa da pazzi. L’avevo conosciuto in un parcheggio di un centro commerciale, si stava lavando i vestiti che poi stendeva sui carrelli della spesa, faceva freddo ma aveva i pantaloncini cortissimi, sembravano mutande, le infradito e la sigaretta che penzolava dalle labbra. Era piccolo, basso e smilzo. Ho capito subito che era un camionista, perché avevo visto un mezzo parcheggiato sul lato della strada. Avevamo parlato e fatto un po’ di amicizia.

Aveva 28 anni e aveva divorziato da poco, io gli avevo fatto vedere le foto di casa mia, del mio giardino e delle mie figlie. Gli avevo detto che prendeva troppi pochi soldi e faceva una vita di merda, ma a lui andava bene così, non ci pensava troppo, guidava e basta. Mi aveva fatto vedere fotografie di ragazze che conosceva con internet ma che poi non riusciva mai a incontrare perché era sempre sulla strada. In quei tre giorni passati nell’area di servizio sotto il sole ad aspettare e fumare le sigarette fuori, ben lontano dalla cabina, ho pensato spesso a lui, che non dormiva mai e per una volta che si è addormentato è morto bruciato. E ho pensato che questo lavoro mi piace ma forse non lo vorrei fare più. Ma lo so, faccio sempre così, penso di smettere, ma non smetto. Infatti dopo i tre giorni passati a incazzarmi, quando finalmente il carico era pronto e mi sono rimesso in strada, mi sono sentito di nuovo bene. Ho dimenticato l’attesa e non ero più incazzato, anzi ero così felice che cantavo.

È che guidare a lungo mi piace. Mentre sono sulla strada non sento il tempo scorrere, è come se fossi da un’altra parte. Mi piace anche prendere la nave, fumare una sigaretta sul ponte e guardare il mare, poi chiudermi in cabina e aspettare che sia mattina. A volte ci sono dei camionisti che mi propongono di prendere una cabina in due o in tre, perché così si risparmia, ma io mi invento sempre qualche scusa per stare da solo. Sto da solo tutto il tempo sul camion, può sembrare strano che anche sulla nave voglia stare da solo, lo so. Ma sono fatto così. E poi mi è capitato di dividere la cabina con gente che puzzava peggio degli animali. Non era colpa loro, non avevano trovato un posto dove lavarsi magari da una settimana, però che ci posso fare, non posso dormire con la puzza degli altri. Per non parlare del bagno: dopo settimane a usare i bagni pubblici mi piace avere il bagno in cabina, pulito e tutto per me. E poi è vero quello che dicono, più guidi il camion più diventi solitario. A me piace chiudermi nella cabina della nave, da solo, mettermi comodo e sapere che fuori c’è il mare. A volte, se c’è la luna piena, riesco a vedere le onde e la schiuma bianca dell’acqua, ed è molto bello. Ho calcolato che in tutti questi anni ho guidato per circa 3 milioni di chilometri. Naturalmente non è un calcolo preciso. Ma più o meno credo sia giusto. A volte penso dove potrei andare facendo 3 milioni di chilometri. La Luna è lontana dalla Terra circa 384mila chilometri, me l’ha detto mia figlia. Quindi è come se fossi andato e tornato dalla Luna cinque volte, più o meno. Quando un giorno avrò dei nipoti gli racconterò questa cosa.

Sistemo il cuscino, mi preparo a dormire. Questo cuscino non mi piace, è scomodo, preferisco quello che ho nella cabina del mio camion. Metto due cuscini uno sopra l’altro e prima di dormire guardo un video che mi ha mandato qualche giorno fa mio cugino. È una raccolta di gol di Gheorghe Hagi, il mio calciatore preferito quando ero giovane. Quando ne parlo con altri camionisti italiani o tedeschi non sanno nemmeno chi è, pochissimi se lo ricordano, eppure ha giocato anche in Italia e in Spagna, ed era bravo come Maradona e come lui era mancino. In Romania lo chiamavamo il Re. C’è un video su internet della storica partita contro l’Argentina, nella Coppa del mondo del 1990, in Italia. Non era una partita tra due squadre ma uno scontro tra due grandi mancini e due grandi numeri 10, due veri campioni, e finì pari. Davvero: la partita finì uno a uno. Mi ricordo che eravamo tutti incollati davanti al televisore a tifare, io e miei fratelli e i miei cugini. A me lui piaceva per come giocava ma anche per come si comportava come uomo, perché era intelligente e ribelle, non si faceva mettere i piedi in testa, e da giovane mi dicevano che ci assomigliavamo.

Adesso sto guardando questa raccolta dei suoi gol migliori. C’è quello che ha fatto quando è andato a giocare nel Real Madrid: ruba la palla a metà campo e invece di impostare un’azione tira direttamente in porta, e segna. Incredibile. Faceva sempre così, tirava da fuori area, mi ricordo un’intervista dove spiegava che gli era stato insegnato così, a non pensare, “appena puoi, tira”. Perché perdere tempo? E anche qua ha visto la porta e ha tirato, senza pensare. Come dice un proverbio: chi cerca il tempo perde tempo. Ma ecco forse il gol mio preferito, sempre da metà campo, in quella che era stata  chiamata “la partita nella nebbia”. Anno 1994 credo, quando giocava nel Barcellona. Quel giorno non si vedeva nulla, e anche nel video si vede pochissimo. Sembra come in autostrada quando ci sono i banchi di nebbia e la visibilità è di pochi metri. Era davvero così, una partita dove nessuno capiva niente. E Hagi che fa? Gli arriva la palla e, sempre senza pensare, tira in porta da 52 metri. Il portiere del Celta non vedeva nemmeno i giocatori, ha solo visto arrivare all’ultimo la palla che è entrata in porta. Guardo questo gol e mi viene in mente la nebbia, la strada, i camion, e quel poveraccio di Endre, perché il suo secondo nome era Serghei, come Hagi, ed era nato nel 1990, l’anno della Coppa del Mondo in Italia dove per noi Hagi era meglio di Maradona, e anche Endre nella nebbia non rallentava, magari stava guidando da 15 ore con la musica e le pastiglie di amfetamina, senza più nessuno ad aspettarlo a casa, trasportando fiori che non aveva mai visto dall’Olanda all’Italia, senza parlare mai con nessuno, lavandosi nei cessi degli autogrill e mangiando scatolette di piselli e pancetta da solo, con la sigaretta in bocca, fumava sempre, una dopo l’altra, povero pazzo. Sarebbe potuto diventare un calciatore invece che un camionista, avrebbe guadagnato più soldi e sono sicuro che anche lui avrebbe tirato la palla da metà campo, in mezzo alla nebbia, senza pensare. E invece è morto tra le fiamme mentre dormiva, assieme a cinquantamila tulipani, e di lui è rimasta solo una macchia nera sull’asfalto. Ma così è questa vita, inutile piangere.

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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