Islario fantastico argentino

di Salvador Gargiulo e Gonzalo Monterroso

Introduzione (Salvador Gargiulo)

La nostra toponimia insulare, opportunamente studiata, ci sorprenderebbe per il suo pessimismo. Le isole, come gli esseri umani, portano il nome che si meritano, e molte di esse certificano lo stupore che provocarono ai loro primi visitatori, cioè coloro che le hanno battezzate. Desolación (Desolazione), Soledad (Solitudine), Peligrosas (Pericolose), Inaccesibles (Inaccessibili), Decepción (Delusione), sono alcuni dei nomi sopportati dalle nostre isole più onorate, le quali, stando a certi illustri marinai, “non parlano e non capiscono il linguaggio degli esseri umani”. Affermazione che contiene in sé una verità abissale che ben potrebbe applicarsi a molte delle nostre isole: la loro indifferenza.
Contrariamente ad altre geografie più accomodanti, dove il semplice fatto di gettare un seme viene ricompensato nella primavera dell’anno seguente, in molte delle nostre isole questo patto non viene osservato. Ricoveri di uccelli e di lupi, aperte alle inondazioni, scoscese, circolari, sterili, desertiche. Tutti aggettivi che sembrano escludere l’essere umano, allontanarlo con tutti i mezzi di cui si avvale la natura. Isole indomite, selvagge, che anche nei secoli XX e XXI sembra che esigano il diritto di passaggio a chi vuol posarvisi il piede.
Il mito, la sua disposizione al fantastico, si tesse a partire da queste condizioni. Non c’è niente di più propenso alla leggenda che una casa abbandonata in mezzo a un’isola deserta. Niente è più suggestivo di un faro decrepito sulla cima più alta di un’isola assediata dalla nebbia. Gli esilii più crudeli hanno il sapore di queste afflizioni. La ragione pretende anche una certa dose di cinismo quando considera che le isole sono anche diretti sinonimi del Paradiso.
L’Eden è un’isola, Saint Marteen, Margarita, e tutte le isole che formano l’arco del mar dei Caraibi sono paradisi.
Paradisi ardenti e inferni gelati. D’altronde, nell’immaginario argentino le isole quasi non esistono. Per noi non ci sono isole, tutto si riduce a pampa e montagna, a fiumi senza sponde, a deserti in altitudine e in pianura. Non si dovrebbero aggiungere le isole a questo inventario, perché, in realtà, non esistono. E questa è la misura in cui cresce il loro paradosso e si afferma il loro mistero. Su molte di esse si può arrivare solo affittando un battello. In altri casi, per sbarcare si richiede uno sforzo del quale può dar conto solo un marinaio sperimentato. In tanti parlano di quanto sia bella l’Isla de los Estados, ma nessuno, o pochissimi, la conoscono. Ci sono isole occulte, bracci di terraferma che si dicono isole, paesi insulari di pianura, ma le isole propriamente dette sono poche. Alcune sono abbandonate, miserrime parenti di leggendari paradisi turistici, germogli di terra in mari infami, alcune sferzate dal vento, altre minute ed ermetiche. Isole di clausura, orgogliose della loro mezza paginetta di storia. Di esse si sa poco o niente: sono tacche su un planisfero fisico, senza un toponimo che le tenga a battesimo. Isole perdute, lontane, proibite, funeree. Oppure con un loro simbolo impresso, come le Malvine. Ed ecco che un islario di terraferma – con la pampa come succedaneo del mare – può essere considerato anche più reale di quello che riguarda esclusivamente le nostre acque.
Dunque, un islario argentino potrà ridursi all’evocazione di viaggiatori illustri o sfrontati, a un inventario faunistico monotono e prevedibile, a un’ispezione della flora cespugliosa, a uno scartafaccio sulle rocce sedimentarie o, nel migliore dei casi, all’elenco di ruderi che a suo tempo furono fabbriche di guano, depositi, nascondigli. E fari. Forse questi ultimi, vivi e morti, sono i più illustri abitanti delle isole. Dopodiché il quadro è completato dall’abbandono e dalla solitudine. Un islario argentino è dunque ancora da scrivere. Si tratta di storie minime: le isole rifuggono dalle frasi concatenate: preferiscono le parole isolate per intonare la loro triste canzone. Per questo abbiamo scelto di abbordare ciascuna isola in punta di piedi e interrogarla a bassa voce per ascoltare i suoi segreti, la sua squallida biografia. E non abbiamo lesinato su toni e registri: ci troverete citazioni di viaggiatori, dialoghi fortuiti, chiacchiere, materiali d’archivio, documenti e notizie pescate in vecchi libri, abbordaggi metodici ed eleganti sbandate. Ma è inutile spingere tali ricerche oltre queste pagine. Su ciò che non fu mai scritto non si può mentire. Perciò in queste pagine non tutto è vero e non ci sono menzogne. Le leggende hanno da guadagnare dalla fantasia, ma soltanto a partire da qualcosa di radicalmente vero. Tutte queste isole compaiono nelle carte, ma quel che accade nei loro territori cavalca tra verità e menzogna, fra testimonianza e buona fede. Un buon lettore saprà capire cosa intendiamo.

 

Isola del Cerrito (Salvador Gargiulo)

L’isola del Cerrito è la storia biblica raccontata a rovescio. All’inizio fu la discordia. Poi il paradiso. Prima la civiltà, poi la foresta. Come un quadro di Piranesi o una piramide Maya divorata dalla selva.
Il primo uomo bianco che raggiunse l’isola fu Alejo García, nel 1521. Sopravvissuto della spedizione di Juan Díaz de Solís, risalì il Paraná cercando la Sierra de la Plata (i Monti dell’Argento). Giunto alla confluenza con il fiume Paraguay, si prese qualche giorno di riposo nel Cerrito, ma in seguito trovò la morte per mano degli indios Payaguaes.
Due secoli più tardi Cerrito fu una base operativa nella guerra della Triplice Alleanza, la più dura e sanguinaria di cui si abbia memoria nel nostro Paese.
Peraltro, un tocco fantastico è stato posto dalla fondazione, nel 1926, dell’ospedale modello Màximo Aberastury, per malati di lebbra. Come una specie di “Montagna incantata”, l’ospedale e le sue dépendances furono costruite nella zona più alta dell’isola, mentre le adiacenze furono occupate dagli alloggi per i familiari. Cerrito divenne così un chiostro su un’isola, la ridotta di una società maledetta da Dio e dagli uomini.
Il lebbrosario funzionò dal 1926 al 1967. Alcuni abitanti del posto lo ricordano come una colonia arcana e fosca, con guardie e cimitero privati. Rodolfo Walsh passò qualche giorno nel Cerrito e lì scrisse il suo reportage “L’isola dei risuscitati”.
Nel 1967, dopo aver guarito più di cento pazienti, l’ospedale chiuse per sempre le sue porte. Rimasero nel passato chimere, battaglie e lebbrosi. La vegetazione tornò a impadronirsi di quanto l’uomo aveva usurpato. Oggi l’isola del Cerrito non ha niente da invidiare a un paesaggio di Rousseau. “Destinazione preferita dai pescatori e spiagge di sabbia bianca” ripetono con insistenza i cartelli promozionali del turismo. Come se la morte non l’avesse mai toccata. Come se fosse fuggita lontano, stanca di devastare l’isola.

 

Isole dell’Iberá (Gonzalo Monterroso)

Si è sempre immaginato che anticamente il fiume Paraná seguisse il corso dell’Iberá e, dopo averlo abbandonato, abbia lasciato una sequela di lagune, pantani e paludi che nella stagione delle piogge straripano in tutte le direzioni verso boschi e giuncheti, dando origine ai fiumi della provincia di Corrientes. Nell’immensa pianura sommersa certe piante galleggiano e sembrano isole: l’aguapé (pontederia), l’irupé (piattone acquatico) il vistoso vassoio rotondo che D’Orbigny elogia come parente della ninfea francese. Gruppi di pontederie solidificate intorno a una malta di terra e radici diventano spesso grandi zattere che navigano alla deriva spinte dalla corrente. Per questo motivo Martin de Moussy annotò nel suo Atlante: “Reunion de lacs, de marais e d’Iles noyées quelques unes sont flottantes”. (Insieme di laghi, paludi e isole inondate, alcune delle quali sono flottanti). Il suolo leggermente convesso verso sudovest convoglia le acque dell’Iberá come anticamente avrebbe indirizzato il Paraná. Il diplomatico e commerciante Woodbine Parish ritiene che qualche collegamento sotterraneo riempia le lagune dell’Iberá in corrispondenza con le periodiche piene del Paraná. Le sue esplorazioni conducono a supporre l’esistenza di una etnia di pigmei che, secondo la tradizione, avrebbe vissuto sulle isole che si trovano al centro della laguna (etnia che il viaggiatore inglese vorrebbe mettere in relazione con certe prodigiose formiche che costruiscono nidi conici a prova di acqua).
La presenza di un’isola inaccessibile nel ginepraio acquatico dell’Iberá è condivisa anche da D’Orbigny. Nell’estate del 1826, il naturalista francese – contrariamente alle informazioni di Azara, che egli ritiene di seconda mano – esplora una parte dell’Iberá attrezzandosi con una carovana di carri anfibi. Gli indios delle vecchie missioni che accompagnavano la carovana ritenevano impossibile raggiungere il centro della laguna, dove credevano ci fosse terra asciutta, e che l’unico individuo che ci era riuscito aveva raccontato che l’isola era popolata da animali selvatici. Dicevano che durante le prime guerre delle Missioni alcune tribù guarany avevano attraversato le paludi e avevano popolato le isole dell’Iberá, da dove intraprendevano spedizioni di saccheggio nelle vicinanze di Corrientes.

 

NdR: i testi che precedono, rispettivamente di Salvador Gargiulo e Gonzalo Monterroso, sono tratti (il primo è un frammento dell’introduzione) dall’opera a otto mani “Islario Fantastico Argentino” (gli altri autori sono Alejandro Winograd e Alberto Muñoz), pubblicato recentemente dall’editore Tarka, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, e curata da Alessandro Gianetti.
Utili informazioni sull’opera si possono trovare, oltre che nei due prologhi, anche qui:
” … Siguiendo el modelo de los antiguos bestiarios –hasta en la elección tipográfica de su impecable edición-, Islario describe en su primera parte cada isla del territorio argentino, las del mar como las de los ríos, las del presente y las que se cayeron de los mapas, las islas ínfimas, las buscadas sin éxito, las soñadas, las proyectadas. Y en la segunda, ofrece registros y relatos expedicionarios sobre el Delta del Paraná. Saber de una isla es, en definitiva, una invitación a emprender un viaje para encontrarla, o para dejar atrás la que habitamos como cualquier Robinson. Ese albur es conocido por los autores de Islario, Alejandro Winograd, Gonzalo Monterroso, Alberto Muñoz y Salvador Gargiulo, cuatro como los puntos cardinales y los vientos, que tiran a la suerte la brújula para que algún lector se anime a perderse en su propio mapa. …” 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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