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Marcel ritrovato, di Giuliano Gramigna

 

 

[Per Il ramo e la foglia edizioni è stato appena riedito Marcel ritrovato, terzo romanzo di Giuliano Gramigna, con una nota critica di Ezio Sinigaglia. Ne pubblico un estratto. ot]

 

di Giuliano Gramigna

La scala cominciava dietro una porta a vetri rossi e blu piombati, fatta o rifatta da poco, di legno lucido e grasso; al primo piano, un corridoio con due e due porte ai lati, una specie di moquette abbastanza strappacchiata; al secondo, stesso corridoio a quattro porte, con numerini di biacca dipinti sopra a mano. Arrivava da qualche parte il gorgoglio di uno sciacquone, la musica di una radio o giradischi e una voce che ci mugolava sopra distrattamente. L’otto era in fondo al corridoio sulla sinistra. Una porta si aprì, venne fuori un giovanotto alto, grosso, dai capelli tè chiaro tagliati cortissimi fin quasi alla cotenna, che aveva addosso soltanto una maglietta bianca da base-ball attraversata sul petto da un «Giants» bello rosso. La maglietta arrivava all’ombelico, lasciando scoperti fianchi e gambe muscolosi da sportivo e un sesso enorme e pigro, dai riflessi madreperlacei. Il giovanotto mi guardò un momento mentre richiudeva dietro di sé la porta senza affrettarsi: aveva occhi verdi, del tutto tranquilli, imperturbabili; poi, ancora senza fretta, camminò attraverso il corridoio, portando via quel suo trofeo verso un’altra porta che fronteggiava diagonalmente quella da cui era uscito, aperse dolcemente, scomparve. Il sole che veniva dalla finestruccia in fondo al corridoio aveva non so che polverizzazione azzurrognola, forse per il riverbero delle facciate di pietra e dei tetti d’ardesia del cortile. Camminando (non so perché) in punta dei piedi andai alla porta numero otto, girai la maniglia: non era chiusa a chiave. La stanza era quadrata, non molto grande, con pochi mobili d’acero, chintz a fioroni alquanto sudicio inchiodato dentro cornici pure di acero dietro il divano-letto e il lavabo, chissà con che intenzione, ormai perenta, di ricercatezza. Sul solito sgabellino a X c’era una valigia, un’altra in cima all’armadio. Non le riconoscevo certo, come non avrei saputo identificare vestiti e biancheria che contenevano, ma il cartellino alla maniglia portava il nome di Marcello Galimberti e dentro una delle valige, proprio in cima alla pila d’abiti, una cartella piena di carte, ancora con il suo nome e l’intestazione a stampa della sua fabbrica. Curiosai un poco: sulla mensola del lavabo il flacone appena cominciato di lozione Yardley, il sacchettino di tela grezza Rose-Manchester ma non la bottiglia; non trovai rasoio e il resto. Sul tavolo, una Dunhill di un bel colore bruno rossiccio, che annusai: per quel che me ne intendevo, ci aveva fumato Capstan. Guardai anche nel cestino della carta straccia, vergognandomi un po’ di questa mossa da cattivo segugio: non c’era nulla, del resto. Non so che cosa mi aspettassi dal sopralluogo, salvo la conferma che proprio lì Marcello aveva abitato per un paio di settimane, dopo aver lasciato il Georges cinq: il cercatore di tracce aveva finito, per ora. Mi voltai per uscire e c’era una ragazza dentro il rettangolo che la porta semiaperta ritagliava sulla luminosità diversa del corridoio. Aveva un’aria di solidità-stolidità, mi chiesi oziosamente come avrei fatto a spostarla per passare se lei non si fosse tirata spontaneamente da parte. Intanto lei stava piantata lì, con dei pantalonacci scuri e un maglione largo e informe color antracite che parevano una divisa messa su con noncuranza o dispetto; teneva la mano sinistra davanti alla bocca, gesto che avevo giudicato teatrale, di sorpresa o terrore: ma arrivato più vicino mi accorsi che stava semplicemente masticando le pellicine intorno al bordo dell’unghia del pollice, con grande concentrazione e di tanto in tanto con uno scatto secco dei denti[1]. Dietro quella mezza maschera il viso era in qualche modo immacolato, fatto con poche linee molto pure, intense e nello stesso tempo distratte; due rughette verticali fra i sopraccigli riprendevano la scanalatura accentuata del labbro superiore. La guardavo in faccia come attraverso una lente d’ingrandimento. Pensai di domandarle addirittura se conosceva l’occupante di quella stanza, se sapeva dove trovarlo; ma in quale lingua parlarle? italiano, francese, inglese eccetera erano certo inadeguati non meno del sarmata o del medo per comunicare con lei: forse occorreva trovare l’equivalente di quel mordicchiare pellicine, un gesto o un semplice suono organico. Difatti adesso la ragazza muoveva gli occhi con familiarità paziente intorno alla camera, inglobandovi ma senza arresto né meraviglia anche me che mi ero fermato a due passi di distanza; poi fece un suono che posso trascrivere pressappoco come: “ghe”, emesso più con le interiora che con le corde vocali, girò su se stessa adagio e scomparve dal riquadro della porta. Mi chiusi l’uscio alle spalle, scesi e trovai la donna dietro il banco apparentemente nella stessa posizione in cui l’avevo lasciata; le dissi che se voleva poteva mandare le valige dello scomparso al mio albergo; non aspettai che desse segno di consenso o dissenso e lasciai il Râtelier.

Finii la mattinata in boulevard Raspail alla libreria Gallimard che mi piaceva perché dalla vetrina pioveva dentro il verdolino chiazzato di sole dei tigli e dei lillà, poi dopo il pranzo tornai all’albergo per scrivere a Roberta una prima relazione delle mie ricerche. Dirle tutto? ma che cosa era poi tutto, finalmente? fatti pochini, semmai il contorno delle ipotesi, delle interpretazioni, ma avevo il diritto di metterlo in carta? ma Roberta non aveva il diritto di sapere? ma io stesso nei suoi confronti il dovere di essere franco, di riferire oggettivamente non soltanto i fatti, anche quelle deduzioni che sembrava inevitabile ricavarne, a costo del mio sentimento di amicizia e lealtà verso Marcello? et patati et patata. Tutto gonfio di questa bella parte, accennai alla spedizione al Georges cinq, all’incontro con i brasiliani «certamente conoscenze occasionate dalle necessità professionali, però non direi proprio quel tipo di persone che ci si aspetterebbe di trovare con Marcello o che dovrebbero piacere a Marcello» («almeno come lo conosco io» aggiungevo parenteticamente); poi al passaggio di Marcello dall’albergo alla stanza del Râtelier «un posto che tu ed io potremmo perfino trovare divertente per un’oretta ma non abitarci senza disagio» e alla successiva scomparsa. «Io credo di poterti tranquillizzare senz’altro da un punto di vista materiale. Voglio dire che, sebbene non sappia ancora dove sia adesso, sono persuaso che non gli è capitato nulla di male cioè che sta bene e tornerà presto a farsi vivo. Qualche idea improvvisa, qualche curiosità, metti il fascino di certo ambiente (sebbene il nostro Marcello non si sia mai lasciato incantare; ma chi può dire cosa succede a un bel momento? non parlo di demone meridiano, farebbe ridere per Marcello, non fosse altro per l’età, troppo giovane; comunque) magari basta a spiegare questa scomparsa temporanea.» Aggiunsi, con molti altri incisi e parentesi, che avrei continuato a darmi da fare ma che non era proprio il caso di allarmarsi. A buon conto non ritenevo si dovesse mettere di mezzo la polizia. «Perché creare uno scandalo che non c’è?» Sorrisi fra me tirando fuori questo fleur-de-lys di una cautela borghese ormai superata: figuriamoci se adesso gli spiace uscire su quotidiani e settimanali, anche se non proprio per i balletti verdi; biffai la frase e scrissi: «Del resto, una volta che si è convinti, come lo sono io, che Marcello non corre fisicamente nessun pericolo, una certa cautela nelle mosse sembra ragionevole. Nessuno può dire di conoscere davvero un altro: neppure tu, cara Roberta, se vuoi essere sincera, puoi giurare di sapere tutto di Marcello. Viviamo spesso in uno stato di semiconfusione, di semignoranza accanto alle persone alle quali vogliamo bene e proprio la vicinanza impedisce di vedere. Anche in questo caso, la precipitazione potrebbe avere effetti spiacevoli e imbarazzanti non solo per Marcello ma anche per te e per tutti noi che gli siamo affezionati». Aggiunsi che naturalmente non pensavo affatto che un cambiamento di luogo, certi incontri occasionali potessero trasformare un uomo («non Marcello») e che in ogni caso escludevo una indegnità d’ordine morale (espressione alquanto oscura); ma per ora la cara Roberta doveva aver fiducia negli amici come me «che non cambiano i loro affetti». Ci misi un’ora a scriverla e avrei potuto continuare per un altro paio. Appena l’ebbi finita andai a imbucarla alla Gare de Lyon, perché partisse subito[2].

__

[1] Donde sarà mai scappata fuori questa siluette così malritagliata, goffa e soprattutto detta dagli altri? L’autore ammette che nessuna delle parole del ritrattino gli appartiene e che l’intero pezzo gli dà, non meno che al lettore, la sensazione di un dettato buttato giù di malavoglia, trasentendo e trascrivendo male per la fretta e la noia, le frasi suggerite. Il guaio è che dietro le parole prese in prestito non si sa bene da chi non c’è nulla ossia il vuoto dell’imbecillità che dà, dopo una mezzoretta, la pillola di sonnifero o quello assai più penoso, fatto tutto di grattamenti senza fondo, della memoria incapace di ritrovare un nome, una data, una citazione. Dunque un bell’esempio di nevrosi espressiva, in cui alla totale incapacità si accompagna la totale e frenetica urgenza di esprimersi. L’a. crede di poter paragonare il disagio che ne viene a quei dolori di denti freddi, subdoli, vagamente vergognosi per i quali non si sa indicare al dentista la localizzazione; oppure allo string-process vulgo sindrome della corda di violino, che stira in tutto il corpo i nervi dell’ossessivo coatto quando la sera prima di andare a letto controlla per la ventesima volta che il gas sia spento, e che può culminare tanto nel collasso fisico quanto nell’ascesi mistica.

[2] Abbozzo di una variante non utilizzata: sensazione di sazietà un po’ repugnante alla fine, come per il “troppo dolce” (?). Bruno soddisfatto scende la scala dell’albergo cantarellando con la lettera chiusa in mano eccetera…; poi di colpo si vede in una vetrina – volto compiaciuto di diavolo meschino (trovare di meglio) – e ha disgusto di sé.

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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