“Il fattaccio”: intervista ad Antonio Rezza


a cura di Andrea Carloni

Da quasi oltre 35 anni l’attività di Antonio Rezza ha dato luogo a numerose realizzazioni artistiche in coautorialità con Flavia Mastrella, sia in forma teatrale che televisiva e cinematografica, fra cui Pitecus e Escoriandoli negli anni ‘90, fino ai recenti Hybris e Il Cristo in gola. Numerosi anche i premi e i riconoscimenti ricevuti: fra tutti il Leone d’Oro alla Carriera al Festival Internazionale di teatro della Biennale di Venezia nel 2018.

Questa intervista si rivolge precisamente ad Antonio Rezza scrittore in occasione del suo quinto romanzo Il fattaccio, uscito da poche settimane con La Nave di Teseo.

Come si è svolto il processo compositivo di questo tuo ultimo libro, in cui la scrittura non si avvale di canoni affermati, ma è attenta a sé stessa e all’autorialità?

Il fattaccio è un libro scritto senza alcuna furbizia e ammiccamento con uno statuto violentemente anti-produttivo, essendo stato composto in quindici anni. Cominciai a scrivere un giallo fra il 2008 e il 2009 e, non appena iniziai ad annoiarmi della mia destrezza nel riuscirci, pensai di far rassegnare al protagonista le dimissioni come Commissario, per affidargli un compito più ambizioso: possedere fisicamente ogni vecchio, aspettando che questo gli muoia sotto mentre lui lo prevarica sessualmente. Mi sono dilettato nel trattenere a lungo questa idea lasciando che a fare il libro fosse il tempo stesso e non io meschino autore, che come ogni autore non può che farmi una tenerezza che non potrebbe neanche chi soffre.

Triste cosa il lettore quando chi scrive è uno scrittore. Chi scrive non è niente più di un marginale, uno che compila da solo e viene letto da soli, praticamente un disilluso, un asociale che non è stato in grado di scrivere mentre lo leggevano e ha ripiegato sul compromesso di esser letto mentre lui era altrove.

Il romanzo dunque nasce come giallo e come tale striscia nei meandri più spietati dell’umano. Quanto è stato decisivo che il seme della malvagità trovasse il suo terreno nella scrittura e lo facesse a discapito di ogni buonismo e di ogni riscatto morale?

La violenza sull’essere umano – a prescindere dal genere – è sempre esistita: attualmente sta diventando un fenomeno da merchandising a causa di gravi falsi ideologici i quali, affermando strumentalmente che oggi si compiano sempre più assassini, si rivelano come potere di propaganda e tolgono dignità a tutti coloro che sono morti precedentemente. Nei nostri lavori, Flavia Mastrella ed io, siamo sempre sfuggiti a questa scorciatoia: l’arte deve essere cattiva e solo così riesce a farsi mitizzare ed automitizzarsi, mentre la rappresentazione della bontà è solo l’ennesima grande menzogna dell’artista.

Durante un prezioso dialogo che ho avuto con la scrittrice Francesca Serafini [sua l’introduzione al romanzo, ndc] riguardo un brano del libro molto cattivo nei confronti degli zoppi, lei mi incitò: “Ma hai fatto di peggio!”. Leggendo questi passaggi un mio amico con problemi di deambulazione potrebbe pensare che io sia malvagio: però io lo sono non come Antonio Rezza, ma in quanto Antonio Rezza nell’esercizio delle sue funzioni. Dunque non può esserci nulla di strumentale o calcolato in un’opera fatta in quindici anni, a meno di essere degli ingegneri della menzogna.

Gli zoppi mi danno un brivido che fa tremar la schiena, sapere che su un letto ogni zoppo non lo è più mi abbassa il senso del decoro, nessuno zoppo lo è mai stato da sdraiato e quindi invece di schernirli questi quasi verticali, mettiamoli sdraiati a copulare. E non capirai mai se è zoppo o è depravato.

Scorrendo le pagine i canoni del romanzo giallo si sfaldano, la trama è prima sedotta e poi abbandonata e la scrittura stessa rompe gli argini delle convenzioni letterarie. Cosa accade in una sfida letteraria che non si gioca più fra i personaggi e l’intreccio, ma anche proprio fra scrittore e lettore?

Conoscendo l’emozione nei nostri spettacoli di trovarsi sul palco con tante persone difronte, penso che se fossi solo scrittore mi sentirei infelice. Il rapporto uno a uno fra scrittore e lettore è molto sacrificato, non potendo mai conoscere in tempo reale la reazione di chi legge. E anche se la solitudine è una virtù, c’è ineleganza e scarsa igiene nel lettore che si trova da solo a casa a leggere. Io sono un patito dell’igiene, non in quanto maniaco, ma perché penso che uscendo di casa, anche facendolo poco, riesco sempre a darmi una rabbellita per frequentare e avere un rapporto con gli altri. Io non prevedo il gusto di chi leggerà il libro, ma prevedo come lo leggerà e non mi piace. Per questo voglio che egli sia scardinato da questa comodità. Un libro viene inteso sempre più oggi come uno strumento di evasione, ma evasione da cosa? Perché l’arte dovrebbe tranquillizzarci? L’arte dovrebbe aggredirci sempre, proprio come fa la realtà, anche leggendo al mare sotto l’ombrellone in quel mese che il padrone ci regala. È veramente triste la vita del lettore e non bisogna averne pietà.

Tu lettore che con la prepotenza dell’acquisto ti fai vendicatore, che quando leggi ti pulisci il naso con le dita, le stesse dita con le quali vai a girare pagina più volte alla ricerca della storia ladra che si dipana per la voluttà del tuo cervello rattrappito. Io lettore la trama te la scippo sotto il culo, ti tolgo la matassa e il filo del discorso che ti impicca, ti privo delle indagini sui pezzi appiccicati alle ringhiere. Io ti sfilo la questione dalle dita incaccolate.

Con il congedo dall’idea di trama iniziale, gli argomenti che prendono piede sono quelli della vecchiaia e della morte. Per affrontarli e, utopicamente, liquidarli Commissario abbandona lo studio del “fattaccio” particolare (il caso della singola vittima) per un “fattaccio” universale: il destino della morte di tutti.

Io amo Cioran e lo sento fratello quando afferma che seguire un’idea priva l’autore delle possibili derive verso l’ignoto. Mi fa tenerezza l’autore che difende la sua prima idea e non la regala ai poveri. Nel mio caso non c’è stato alcun calcolo nel trovare questa nuova idea fulminante secondo cui chiudendo l’orifizio violentato del vecchio morente, la morte vi rimarrebbe incastrata: eliminare la morte intrappolandola nel corpo di chi muore è come una bottiglia di spumante che non verrà mai stappata. Il Commissario dopo molto tempo riuscirà ad ottenere questo risultato finché a cascata tutti i vecchi moriranno mentre lui li possiede.

Non dobbiamo compatire la vecchiaia come l’anticamera della fine, né pensare che i vecchi siano innocenti perché non possono più nuocere: la vecchiaia stessa è un’ammissione di colpevolezza e diventando vecchi ci si costituisce. La tenerezza che il vecchio sprigiona è una facciata: lui è il responsabile della vita infame che facciamo, così come noi lo saremo di quella che lasceremo ai giovani di oggi.

…i vecchi sono i responsabili di quello che viviamo noi che non lo siamo, e devono pagare con la vita per ciò che hanno lasciato (…) Non si vive per fare il passato, ma per offrire a chi non ha presente il futuro di chi è nato prima, andremmo condannati alla rinfusa per quello che daremo ai successivi, e invece la sanzione è esecutiva quando ormai il lasciato è fatto. Non esiste vecchio innocente.

La trama iniziale del giallo sarà ripresa verso la conclusione del libro, ma il fatto di non essere io uno scrittore a gettone, di non lavorare su commissione, di scrivere il libro per conto mio, infliggendomi da solo i tempi della produttività e della produzione del libro, mi ha dato possibilità di tradirla, la mia stessa trama. Il risultato è quindi un inno alla libertà, un libro su come dovrebbe vivere l’arte un artista. E lo dico non per presunzione, ma perché io vivo così. Oggi l’artista se vuole essere libero deve combattere con il coltello fra i denti e occuparsi anche della gestione economica di quello che fa. Perdiamo tanti talenti che non hanno il coltello fra i denti ed è un peccato.

Gran puttana la trama e gran puttana lo scrivano, è l’unico caso in cui due puttane fanno una il pappone dell’altro. A me la trama non è d’ispirazione, nel momento in cui vedo che il rocchetto sovrasta la volontà, vado oltre, senza sentimentalismi, “Siamo stati bene? Adesso ognuno per la mia strada”.

Fin dalle prime pagine la famiglia entra in scena nella sua profonda ed evidente disfunzionalità. Basti pensare al personaggio della sorella del protagonista, una donna disabile con la quale è impossibile stabilire un contatto, una comunicazione. Se non c’è salvezza dalla morte, può esservene dalla famiglia?

La famiglia è l’anticamera dell’associazione a delinquere di stampo mafioso e camorristico. È come la preghiera in cui ci si rivolge prima nell’interesse di chi ci è vicino e poi degli altri, trattando Dio come un assessore ai lavori pubblici. Questo è un processo normale perché vi siamo abituati, ma ciò non vuol dire che non sia fallace. Decidere la priorità del benessere verso i propri cari è un crimine morale e il fatto che siamo tutti così non significa che non dobbiamo smascherarlo. I mostri e il pensiero criminale nascono e si sviluppano nell’ambiente famigliare, che è un ambiente chiuso, in rovina e che vive nell’interesse di se stesso. Anche io ho un figlio e una persona a cui voglio bene, che non considero una famiglia, ma come tre individui che per sbaglio trascorrono parte della loro vita assieme. E se anche io ho una sorella e dei genitori a cui voglio bene, dunque sono fallato pure io, non c’è salvezza. Ma se questo pensiero non sono io l’unico ad averlo, bisogna però trovare il coraggio di esprimerlo e metterlo in pratica, somigliare ai grandi pensatori, ognuno con la propria estetica, anche a costo dell’alienazione e dell’antipatia. Fossimo immortali capirei un’arte prudente, ma vivendo noi a scadenza e in breve tempo, bisogna che invece essa sia spregiudicata.

Povera cosa la famiglia, sconfitta dell’individuo, tripudio della paura di restare soli, attenuante per non uscire più, travaglio nel tornare a sera e trovare quest’ammasso di carne che t’aspetta raggiante come se tu avessi conquistato il mondo, e invece il festeggiato non ha espugnato niente se non il companatico da ficcare a viva forza nella bocca di chi ti fa “Papà” e poi rintuzza “che hai portato?” e infine accenna “mi sei mancato”. “Vorrei mancare ancora, vorrei lasciarti orfano ma non ne ho l’ardire. Sono solo tuo padre”.

Un elemento che non può sfuggire all’orecchio del lettore è quello della musicalità e del ritmo nel tuo testo. Derivano da un’esperienza pregressa, da un’educazione musicale o piuttosto dell’espressione di un principio ritmico corporeo e istintuale?

Questo è un libro sonoro, di prosa e poesia, in cui ogni pagina deve avere la sua musicalità e muovere il corpo di chi legge, così come fa la musica che mettiamo in scena nei nostri spettacoli. Quando entro in libreria, apro a caso un libro e ne leggo mezza pagina: se la struttura sintattica tende alla sorpresa e allo stupore il libro lo leggo, altrimenti lo ripongo sottosopra così che non si veda il nome dello scrittore. Chi scrive male non deve scrivere. Oggi si scrive troppo e assistiamo a un’eccedenza di brutte pubblicazioni che vanno a schiacciare le poche belle. Al contrario, se si apre a caso questo mio libro la musicalità la si troverà sempre avendo io lavorato su ogni pagina proprio nell’immagine di chi lo apre a caso e togliendo a chi lo farà la possibilità di girarlo sottosopra.

M’illumino d’immane se strabuzzo, e quindi do un buffetto a chi m’intuzzo. Se veglio sulla donna incaprettata la bramo di corteccia inebriata, se inciuccio il vecchierello a cazzettone, lo attocchio col prepuzio allampanaccio, la giovane è d’impaccio e l’accomiato, vetusto lo posseggo indaffarato, lo porto dentro al bagno e lo sommetto, lo impalo alla ragione e lo sgrovetto, mi raglia nelle orecchie mentre gode, lo bacio sulle guance cascaticce e torno fumantino al tavolino

Alla luce di tutto ciò che ci siamo detti, personalmente ritengo che Il fattaccio sia un libro che possa raccogliere i riconoscimenti e il successo che giustamente merita. Vorrei appunto chiudere la nostra conversazione chiedendoti quali sono le tue aspettative su una tua opera in genere e su questo libro in particolare.

L’arte deve far fraintendere chi guarda e non guidarlo in modo unilaterale: in un quadro di Francis Bacon posso vederci ciò che voglio io mentre in uno di Ligabue vedrò quel che vuole lui. Allo stesso tempo non si può nemmeno fingere amicizia fra scrittore e lettore, né quando il libro lo si scrive, né quando lo si presenta in pubblico. Anche questa nostra conversazione, per quanto possa essere obiettivamente bella, non potrà mai essere all’altezza del libro, in quanto io Antonio Rezza, avrei fallito se fossi più bravo per quello che dico rispetto a quello che faccio; ma non importando nulla a me di Antonio Rezza, quello che dico sarà sempre un surrogato di quello che faccio. Anche con Flavia usiamo questo criterio ferreo. Bisogna raddrizzare le ossa a coloro che prendono l’arte come un diversivo o come una scorciatoia ipocrita per sostenere se stessi come autori. Il Leone d’Oro che abbiamo ottenuto io e Flavia, due artisti indipendenti che non hanno mai chiesto alcun aiuto economico allo Stato e che rifiutano lo Stato come protettore delle nostre opere, è un esempio per quelli che verranno dopo di noi. Per questo io istigherò tutti coloro, te compreso, a cui il libro è davvero piaciuto ad affermare che merita di vincere il Premio Strega e tutti gli altri a essere impietosi e stroncarlo. Ma se si ha la fortuna di scrivere bene, oltre a fare bene gli spettacoli, non capisco perché ciò non debba essere riconosciuto come oggettivo quando lo è. Per questo pretendo il premio più importante che esiste per farne un vessillo e dimostrare che si può raggiungere il risultato che si vuole senza compromessi e con i modi e i tempi inflitti dall’autore stesso e non dalla casa editrice, che si può lavorare con il solo talento e che l’arte è l’unica cosa che portando bellezza può contrastare l’abbrutimento culturale e il potere politico. Ma per tutto questo pretendo una responsabilità morale da parte della critica, dell’editoria e dei lettori che ritengono meritevole di premio non l’autore, ma il libro. Altrimenti non scriverò più.

Minaccia che non può che farmi unire all’esortazione, anzi all’imperativo: mi aspetto che Il fattaccio di Antonio Rezza vinca la prossima edizione del Premio Strega.

 

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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