Alex Langer, militante di dialogo

di Goffredo Fofi

Quello che segue è uno dei capitoli (“Dialoghi”) del testo di Goffredo Fofi contenuto nel volume – da lui curato – dedicato a Alex Langer, “Ciò che era giusto. Eredità e memoria di Alexander Langer“; il volume, pubblicato da Alphabeta Verlag – che ringraziamo della disponibilità – in occasione del trentennale della scomparsa dell’attivista altoatesino, contiene anche diversi suoi testi inediti.

Il 3 luglio 1995, esattamente trent’anni fa, Alex Langer si tolse la vita nei dintorni di Firenze. Rimane, la sua, una delle più luminose figure di militante negli anni sessanta e seguenti. Capitini non amava la parola “militante”, che rimandava al sostantivo “militare”; preferiva parlare di “persuaso”, nel significato che dava al termine un giovane e geniale filosofo goriziano, morto anch’egli suicida nel 1910 a soli ventitré anni, dopo aver scritto uno dei testi fondamentali della filosofia del Novecento, La persuasione e la rettorica.[1] Per intenderci: un persuaso era stato, secondo lui, Socrate, mentre un “retore” Aristotele; di Socrate ce ne sono ben pochi nella storia del pensiero e delle azioni umane con esso coerenti (tra loro vi fu Gesù il Nazareno), mentre i retori sono milioni, le università ne sono piene e ogni anno ne sfornano a migliaia.

Alex è stato uno dei più limpidi esempi di “persuaso” che abbia avuto la fortuna di conoscere. Era nato a Vipiteno (Alto Adige, o meglio Sudtirolo) nel 1946, si è sempre mosso con grande agilità tra due lingue e due culture, e per tutta la vita ha continuato a far da “ponte” tra parti e identità che si fronteggiavano, nella sua terra come in altre – in particolare, lo abbiamo visto, nelle lotte intestine alla Jugoslavia in sfacelo tra nazionalità, appartenenze religiose, visioni politiche. Il suo scritto più amato e ricordato, tra i tanti bellissimi che ci ha lasciato, raccolti ormai in agili libri, è una “lettera a San Cristoforo” del 1990 che andrebbe studiata nelle scuole: una cristallina riflessione sul dilemma ecologico che oggi particolarmente ci angoscia di fronte a disastri che abbiamo già vissuto e che con la nostra egoistica disattenzione abbiamo contribuito a provocare, e ai tanti che ancora si annunciano.
Così si conclude lo scritto:

Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la tua decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della “conversione ecologica” oggi necessaria.[2]

In quella parola, “conversione”, è mirabilmente condensato il retroterra culturale e spirituale di Alex, il senso cristiano che permeava il suo impegno politico, la sua “missione”. Il dialogo tra parti divise dalla lingua e dalla storia, dalla bandiera e dalla religione, dalla condizione economica e dalle convinzioni politiche, è alla base di ogni civile convivenza, ma Alex vi aggiungeva l’indispensabilità del dialogo con la natura, con le altre “creature”, col vivente tutto, continuando a cercarlo e praticarlo momento per momento, fino a morire delle tante tensioni cui quest’azione, continuamente frustrata dalla politica e dagli interessi particolari, provocava. E uomo di dialogo ha voluto esserlo sempre, da italiano di confine e tra due lingue, da cattolico amico dei protestanti, da borghese dentro le lotte sociali antiborghesi, da pacifista ostinato in un contesto bellicoso, in un mondo – i movimenti politici giovanili degli anni sessanta e seguenti – nel quale era attiva solo una fragile minoranza che si dichiarava cristiana. E trovandosi vicino, a Firenze, ai più tenaci e radicali dei “disobbedienti”, come don Lorenzo Milani e padre Ernesto Balducci; aderendo, in Alto Adige e in Europa, al grande e purtroppo effimero movimento dei Verdi; incontrando più volte e mantenendo un dialogo fecondo con Ivan Illich. In Italia da militante di Lotta continua, ma anche da insegnante capace di stabilire con i suoi allievi un dialogo stimolante e intensissimo, e nella ex Jugoslavia, ma anche in Israele, praticò lo sforzo, quasi sempre frustrante, di un dialogo il più concreto possibile tra le parti. Senza mai abbandonare le sue convinzioni ecologiste, insieme ad altri dette vita, per esempio, alla Fiera delle Utopie concrete in Umbria, un’occasione di incontro e di confronto fra esperienze e progetti diversi al fine di promuovere la conversione ecologica e la cultura della convivenza. A differenza di quanto ho potuto notare in tanti altri leader, non ho mai visto Alex essere arrogante con i suoi interlocutori; l’ho sempre visto esercitare un dialogo caparbio ma chiaro, rispettoso delle altrui convinzioni ma ben saldo in quelle che si era costruito nella pratica sociale e politica, mosso costantemente da un’intima persuasione umana, politica e religiosa.

Chi l’ha conosciuto sente oggi più che mai la sua mancanza, e non può non rileggere senza commuoversi le sue ultime parole, la sua lettera di congedo dal mondo: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più».

Aveva chiesto troppo alle sue forze, alla sua capacità di resistenza? O siamo noi che l’abbiamo lasciato troppo solo, non gli siamo stati vicini abbastanza, abbiamo chiesto troppo poco a noi stessi? Noi che continuiamo a chiedere troppo poco a noi stessi e ai nostri amici?

[1] C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano 2021 [1922].

[2] A. Langer, Caro San Cristoforo, in “Lettera 2000”, febbraio-marzo 1990; Il viaggiatore leggero, Scritti 1961-1995, a cura di E. Rabini, A. Sofri, Sellerio, Palermo 2011 [1995], pp. 405-410.

 

NdR Nazione Indiana ha pubblicato l’estate scorsa [qui] un ricordo di Alex Langer di Marco Boato.

A proposito dell’altro volume uscito di recente su Langer, “Continuate in ciò che è giustodi Alessandro Raveggi (Bompiani), che ha avuto ampia eco sulla stampa e sulla rete, ci sembra interessante rimandare anche alla lettera [qui] indirizzata all’autore dallo scrittore e critico altoatesino Stefano Zangrando, apparsa sul magazine bolzanino “Salto”.

L’omaggio di Davide Orecchio a Goffredo Fofi, mancato in concomitanza con l’uscita del volume da lui curato, si può leggere [qui].

 

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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