Distanza, speranza. In scena a Napoli «La Distance» di Tiago Rodrigues

 

di Ornella Tajani

Che cos’è la speranza? L’irraggiungibile traguardo di una lotta costante, che quotidianamente si confronta con l’imperfezione del mondo, o l’ideale di una vita drasticamente migliore, seppur svuotata di storia, di arte, di quanto insomma definibile come cultura umana?

Nel 2077 una figlia si trasferisce su Marte per partecipare alla creazione di un nuovo mondo, improntato al valore dell’uguaglianza; il padre, rimasto su una terra scossa da grandi, imprecisate catastrofi, cerca il modo di entrare in contatto con lei. Ci riuscirà attraverso degli audiomessaggi, che molto ricordano la sottile alienazione delle conversazioni tramite vocali su Whatsapp: asincrone, fatte di repliche giustapposte, quasi senza intersezione. Se l’incomunicabilità generazionale è il nervo del dialogo, in questa distanza planetaria tuttavia la loro comunicazione raggiunge forse il suo stadio più riuscito – chi guarda si chiede fino alla fine se sarà anche l’ultimo.

È il plot di La Distance, bellissimo spettacolo inaugurale della stagione del Mercadante di Napoli: in anteprima italiana dopo il debutto al festival di Avignone, del quale l’autore e regista Tiago Rodrigues è direttore, va in scena ancora per stasera nel suo adattamento francese, con protagonisti Adama Diop e Alison Dechamps (traduzione di Thomas Resendes, sottotitoli italiani di Chiara Elefante).

La distanza fra padre e figlia inizia ben prima del trasferimento su Marte, quando Amina si trasferisce a Sidney, agli antipodi di un genitore che non andrà mai a trovarla, pur documentandosi su ogni aspetto della città e suggerendole il tour in barca fra le rovine del teatro d’opera metropolitano dalla celebre architettura. Plausibilmente a causa di danni dovuti al surriscaldamento climatico, il paesaggio terrestre è infatti pesantemente modificato: nel mare non si fa più il bagno, le acque sono piene di meduse, mangiare il pescato è pericoloso; l’ospedale dove il padre lavora soffre di grandi penurie.

Fra accuse e rimpianti il dialogo fra i due lascia il posto ora a considerazioni di ordine politico-culturale sul valore della storia e della memoria, che riecheggiano aspetti dello scenario internazionale attuale, ora all’evocazione di ricordi più intimi. Proprio la memoria è un tema fondamentale: per poter partecipare al programma su Marte, Amina ha dovuto accettare di seguire «il protocollo dell’oblio», ossia di perdere ogni traccia della propria vita personale, compresa naturalmente l’esistenza dei familiari; solo le resteranno quelle delle sue competenze scientifiche (eppure, strada facendo si scopre che anche della scienza, senza l’umanità che l’ha inventata, resta poco). Alla verticalità della prospettiva storica, cui è profondamente legato il padre, si oppone l’orizzontalità spaziale della figlia, per la quale gli strati del passato sono obliterabili: sebbene la vicenda si svolga nel futuro, sembra di assistere al conflitto fra una visione ancora novecentesca e quella di una ventenne di oggi.

I due hanno circa trecento giorni a disposizione per sentirsi, raccontarsi, prepararsi al distacco definitivo: se il primo tenta insistentemente di convincerla a rientrare sulla terra, la seconda, inizialmente più motivata a restare, nel perdere pian piano la memoria comincia ad avere nostalgia del mare, del cibo, di quella lingua materna – il portoghese – che quasi non riconosce più. È uno dei momenti più toccanti della pièce: nel giorno del compleanno di Amina, il padre le registra un audiomessaggio con la «loro» canzone, Sonhos di Cateano Veloso. All’interno della struttura deliberatamente arida della pièce, sostenuta però da una scena funzionale e d’impatto (un palco roteante diviso in una metà terrestre e una marziana), le sonorità del brano musicale sono dirompenti: complice la bravura del protagonista Diop, che intorno alla propria figura riesce a creare una fortissima empatia, le note risuonano davvero come una voce materna proveniente da uno spazio remoto.

Nelle parole dello stesso Rodrigues, inventare una distopia significa immaginare uno scenario da incubo per scorgervi un’ipotesi di sogno: qui il sogno, la speranza sono plasmati dagli scambi fra i due protagonisti, che in forme diverse, ognuno a proprio modo, riescono a incarnarla. «A esperança é um dom que eu tenho em mim», canta Caetano Veloso: la speranza è un dono che ho dentro di me, e in quanto tale non può che rivelarsi disperatamente umana.

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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