Descrivere non è occupare

di Massimiliano Manganelli

Il testo di Daniele Barbieri su La scuola delle cose ha il merito di prendere sul serio gli interventi raccolti nel numero curato da Marco Giovenale; ha però il difetto, tipico di una certa tradizione polemica, di leggerli come se fossero il manifesto implicito di una nuova avanguardia. Ne risulta una discussione che attribuisce agli articoli – in particolare al mio – intenzioni normative e rivendicazioni di centralità che in essi semplicemente non compaiono.

Quando si parla di scritture di ricerca o di scritture non assertive non si sta occupando un territorio. Si sta tentando, più modestamente, di descrivere il funzionamento di alcune pratiche testuali. L’idea che ciò comporti una «retorica dell’esclusività» – con tanto di analogia bolscevica – dice più sul modo in cui continuiamo a pensare il campo letterario in termini di avanguardie e retroguardie che non sugli oggetti di cui si discute.

Anche la critica alla nozione di non assertività nasce da un equivoco. Non si tratta di una categoria vaga, sovrapponibile alla semplice apertura interpretativa (che riguarda, com’è ovvio, molta poesia di valore), ma di una nozione pragmatica. Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica.

Il richiamo a Opera aperta di Eco, spesso evocato per liquidare queste posizioni come “già viste”, rischia di mancare il punto. Che ogni opera richieda cooperazione interpretativa è cosa nota da decenni; meno noto è ciò che accade quando la cooperazione non è più un effetto, ma una condizione di esistenza del testo. Non è un’intensificazione dell’apertura, è uno spostamento di piano.

Quanto all’esempio Arminio/Zaffarano, brillante ma fuorviante, il problema sta nel confondere testo e regime di funzionamento. Non è la stessa sequenza verbale a cambiare senso perché cambia il nome in copertina, è il dispositivo di lettura a essere diverso.

Sul tema dell’io, infine, il discorso di Barbieri arriva paradossalmente a confermare ciò che contesta. Se l’io è sempre una costruzione, un «teatrino pronominale», allora la sua riduzione non è un programma ideologico, ma un dato tecnico. Il problema dell’io non è morale né ontologico: è operativo. Trasformarlo in una bandiera – in un senso o nell’altro – significa spostare la questione fuori dal testo.

In conclusione, il testo di Barbieri polemizza con un’avanguardia che nessuno ha proclamato e smonta un programma che nessuno ha formulato. La ricerca non ha padroni, certo. Ma non per questo smette di produrre pratiche riconoscibili, dispositivi leggibili, modalità di funzionamento che possono essere descritte. Farlo non significa occupare il campo. Significa, più semplicemente, provare a capirlo.

10 Commenti

  1. Ringrazio Massimiliano Manganelli, perché ora vedo con chiarezza il nodo principale del dissidio, che è proprio sulla parola chiave assertività. “Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica.” Questo mi rimane oscuro, almeno quanto pensare che l’ermeneutica non sia una pratica (o parte di una pratica), e quindi intimamente pragmatica. Mi domando quale sarebbe il mandato interpretativo dell’Infinito di Giacomo Leopardi, giusto per prendere un testo al di fuori di ogni sospetto. Se pensiamo che ci sia, rendiamolo noto, e poniamo finalmente fine a due secoli di ermeneutica. Ma se pensiamo che ci sia, pensiamo anche che la poesia sia scrittura mirata a uno scopo comunicativo preciso, insomma una sorta di prosa persuasiva, a cui le componenti formali (prosodia, rima…) aggiungerebbero elementi di fascinazione per meglio raggiungere lo scopo.
    Se invece pensiamo che l’Infinito sia interpretabile in molti modi, come facciamo a sostenere che ha un mandato interpretativo? Quando ce l’ha è cattiva poesia. Niente altro. Nei casi migliori (penso a Brecht) c’è un primo livello interpretativo che rivela un mandato, ma alle sue spalle resta un universo che il mandato non ce l’ha affatto.
    Quanto a Eco, Opera aperta parla proprio di condizioni di cooperazione testo/lettore in quanto condizioni di esistenza del testo, non come effetti. Il testo artistico esiste per produrre interpretazioni diverse: ed è in questo un meccanismo pragmatico, la cui inevitabile ermeneutica è inevitabilmente senza fine. Lo era nei testi tradizionali come lo è in quelli più sperimentali, anche se in questi ultimi può essere, almeno in superficie, più evidente.
    Proprio per questo l’esempio Arminio/Zaffarano funziona: il testo è il regime di funzionamento che esso contratta con il suo lettore. Il nome dell’autore non è che un indizio, che può indirizzare il lettore verso diversi dispositivi di lettura.
    Sul problema dell’io, sono d’accordo sul fatto che la sua riduzione non è un programma ideologico, bensì un dato tecnico. Ed è quello che cercavo di esprimere distinguendo tra un autore (lirico o di ricerca che sia) ingenuo e uno smaliziato, tra chi creda che abbracciare o abbandonare l’uso dell’io sia sostanziale, e chi abbia capito che si tratta solo di mattoni da costruzione, e che il problema sta altrove (è sempre stato altrove).
    Per finire, la questione dell’avanguardia e del programma. Complice certamente il fatto che non ci sono nell’ambiente poetico altre voci programmatiche significative (e questo non è certo da ascrivere né a Marco Giovenale né agli autori de La scuola delle cose) resta il fatto che alla lettura (come pure a quella di Gleize, che rimane il nume tutelare di tutta la faccenda) l’elenco di pratiche che viene esposto coincide con quelle della post-poesia. Non sarà un manifesto, che contiene un programma, ma io trovo sempre ripetute le stesse precisazioni, né mai si accenna al fatto che possano esistere altre e differenti forme di ricerca. Come ho detto nel mio articolo, mi colpisce, per esempio, che, nelle pagine della rivista di cui stiamo parlando, Inglese e Raos vengano sì nominati come autori compresi in Prosa in prosa, ma poi scompaiano, non vengono più ripresi, a differenza di tutti gli altri – forse a ragione del fatto che c’è un’ortodossia che da loro non viene del tutto rispettata?
    Benché non venga asserito da nessuna parte (e, nemmeno, io penso che si operi in mala fede) la sensazione che si prova uscendo dalla lettura del numero della rivista è che si sia costruita un’ortodossia, tramite esempi di pratiche e figure esemplari. Lo si fa bene, intendiamoci, con articoli interessanti e che ho letto volentieri. Non sarà una neo-neo-avanguardia quella di cui si parla, ma il sospetto di analogia è difficile da accantonare, e queste pagine non lo fanno proprio.

  2. Visto che Daniele Barbieri mi chiama in qualche modo in causa, un piccolo intervento lo faccio qui sotto (ma lo riporterò anche sotto il suo pezzo.) Per parte mia poi, su queste faccende, ho già scritto anche da un punto di vista teorico-critico, e continuerò a farlo.

    Sulla questione in sé : esiste la ricerca in letteratura? Esiste in poesia? Se esiste come la descriviamo? Come la chiamiamo: post-poesia, scrittura di ricerca, poesia non lineare, scritture complesse? Sulla questione in sé, c’è un processo in atto per definire delle categoria, delle descrizioni adeguate, un corpus di testi probante. Questo processo è necessario? Io penso di sì. È concluso? Io penso di no. C’è unanimità? Probabilmente sì su alcuni punti, su diversi altri meno. Il fascicolo “La scuola delle cose” curato da Marco Giovenale partecipa di questo sforzo. Propone un approccio ampio e inclusivo, ma nello stesso tempo ricalca anche la tendenza del curatore e di alcuni dei critici che sono stati invitati a partecipare al progetto. E ciò mi sembra inevitabile. Siamo nel campo della militanza, non della sistemazione di un’eredità più o meno assodata. Quindi non credo del tutto alla neutralità descrittiva che rivendica Massimiliano Manganelli. Nel lavoro critico e teorico su questo campo di scritture, l’azione descrittiva si accompagna anche a un’assegnazione di valore. Ma questo di per sé non implica né l’imposizione di un codice di norme definito né il colpo di stato (letterario) delle neoavanguardie. Ora, visto il contesto letterario e l’epoca, l’idea della presa del Palazzo d’Inverno è una fantasia davvero inattuale, ma ritornante come uno spettro, perché il trauma prodotto dalla neovanguardia non ha ancora finito di rimarginare. Detto questo apprezzo in Daniele Barbieri la voglia negli anni di confrontarsi con approcci e teorie che non condivide. Una delle difficoltà dell’ambito che si vuole definire ricerca, è che continua ad essere semplicemente ignorato. Ma per entrare effettivamente nel dialogo secondo me bisogna almeno abbandonare un luogo comune, assai cavo e sonante, ovvero che la ricerca è presente in ogni vera poesia, in ogni vera opera letteraria, e quindi la faccenda è chiusa.

    Ora per non farla lunga, le questioni per me non-assodate sono almeno tre, anche considerando i contenuti della “Scuola delle cose” e questo recente scambio.

    Non è assodata la scelta di porsi al di fuori della poesia, in una sorte di genere ulteriore, quale che sia il suo nome. Lo avevano capito tutte le correnti eretiche del novecento (poesia concreta, poesia visiva, poesia totale, poesia azione, poesia non-lineare, language-poetry, ecc.) Trovo che sia comprensibile come mossa tattica, ma penso che non si efficace sul piano strategico. Io continuerei a parlare di “ricerca letteraria”, come una tendenza che tra l’altro si manifesta anche in altri generi (romanzo, narrativa breve, teatro, ecc.) e lotterei perché il termini poesia si declini al plurale, fuori da ogni essenzialismo. E su questo non c’è stato unanimismo, ma un inevitabile tentennamento terminologico che dura ancora.

    Non è assodata, e qui mi rivolgo a Barbieri, la sua descrizione di come la lirica dovrebbe funzionare, perché innanzitutto taglia fuori tutta la dimensione storico-ideologica, della lirica, almeno a partire dalla modernità. Lascia fuori gli ideali “espressivisti”, che sono in qualche modo la cornice in cui s’inscrive la lirica novecentesca. E lascia fuori anche la dimensione apodittica, giudicante, della lirica, come discorso di verità sul mondo. Su questo non posso che segnalargli un pezzo, dove almeno in parte la questione è toccata (cap. 2), io spero, con una certa chiarezza: https://www.nazioneindiana.com/2023/01/10/leggere-reznikoff-tra-oggettivismo-e-letteralita/

    Non è, però, del tutto assodata neanche la risposta di Massimiliano Manganelli sulla questione della “non-assertività”. Leggiamo Manganelli: “Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica”. Nel lavoro teorico-critico di Picconi (“La cornice e il testo”, 2020) che ha tentato in modo più sistematico di chiarire la nozione di non-assertività, in relazione alla postura di certi autori e alle caratteristiche di certi loro testi, l’intreccio è denso tra concetti come “non-assertività”, “opacità”, “illeggibilità”, ma anche “ambiguità”, “ironia,” “duplicità”. Intendo dire che un rifiuto di mandato interpretativo non implica per forza una scelta d’illeggibilità pura o di figuratività zero, e questo vale per la scelta degli autori, indipendentemente da quello che potrebbe dirci una teoria della letteralità alla Gleize, ad esempio. La pragmatica non silenzia puramente e semplicemente l’ermeneutica, ma la sospende, e ne rende incerta, problematica l’applicazione.

    Infine: non c’è dubbio che Inglese, e ancora più Raos, non rispondano a un certo modello o a certi criteri della scrittura di ricerca, ma: gli autori di “Prosa in prosa” non sono certo i depositari di tutto quello che è ricerca letteraria oggi in Italia, e quindi la lista degli autori e autrici per ora poco frequentati anche dalla critica militante sono tanti. La ricerca (entro e fuori l’Italia) è molteplice e mobile, e quindi c’è ancora molto da leggere, prima di fissare confini troppo netti e criteri troppo limitati. Ma il sommario della “Scuola delle cose” mi sembra ben consapevole di questa molteplicità di direzioni e aspetti, anche se il grosso del lavoro resta da fare.

  3. Caro Andrea, continuo a dialogare con voi perché, anche se le soluzioni che proponiamo sono diverse, il problema che ci poniamo è il medesimo, e dal dialogo, dal confronto, nascono le idee.
    Vorrei concentrami qui su due punti, a partire dal bell’articolo tuo che segnali su Reznikoff: la lirica e l’oggettività/letteralità. Per riprendere le tue parole, rispetto alla lirica, non mi sembra di lasciare fuori gli ideali espressivisti: quando sottolineo l’illusione di identità tra io-lirico e io-autoriale che caratterizzerebbe la lirica, specie nella sua versione romantica e post-romantica, mi riferisco proprio a questo. Hai ragione, invece, sulla questione della dimensione apodittica, giudicante, della lirica, come discorso di verità sul mondo.
    C’è indubbiamente un livello interpretativo, il più di superficie, il più facile, a cui tantissima lirica si pone come rivelazione di verità (piccole o grandi che siano). Posso capire che molti lettori si fermino lì, e concepiscano di conseguenza la poesia come rivelazione. Se questo dovesse essere il nostro criterio di giudizio, non si capirebbe però la differenza tra Eugenio Montale e l’ultimo degli scalzacani, nella misura in cui le poesie di entrambi esprimono delle verità. Ho finito per considerare così trascurabile questo primo livello di interpretazione da dimenticarmene del tutto, e qui mi scuso: lirica è anche questo indubbiamente, Andrea, e hai ragione.
    E tuttavia, nella misura in cui questo modello, che potremmo definire, indicativamente, “idillio con morale finale” è diventato dominante, è possibile anche concepire la sua parodia, ovvero una poesia che prenda apparentemente questa forma, per poi di fatto negarne la rilevanza appena si va un poco più a fondo nel processo di interpretazione. Saremmo ancora nel campo della lirica? Apparentemente sì. Di fatto siamo già nel campo della ricerca.
    Sul versante opposto, quello dell’oggettivismo/letteralità, la situazione è indubbiamente opposta ma solo al livello dell’interpretazione più di superficie. Reznikoff fa il possibile, come tu ci spieghi, per far sì che la situazione descritta emerga da sé, evitando con cura qualsiasi elemento di giudizio. Ma converrai che c’è un giudizio espresso implicitamente attraverso la semplice scelta di cosa presentarci. Prendi l’esempio della fotografia: la fotografia riproduce oggettivamente il mondo per come si presenta davanti all’obiettivo, ed è di conseguenza per sua natura ancora più oggettivista e letterale di Reznikoff. E tuttavia, sappiamo bene come ogni foto sia il risultato delle scelte che il fotografo fa di dove inquadrare e quando scattare (oltre a quelle sull’ottica e su eventuali interventi in postproduzione); e sono queste scelte a costituire il discorso del fotografo. Una foto può anche esaurirsi nel suo valore di testimonianza, ma se pretende di essere un prodotto artistico, questo è solo l’inizio, il livello più superficiale dell’interpretazione.
    Tornando alla poesia, è solo al livello più superficiale di interpretazione (quello meno interessante) che la lirica avrebbe un mandato interpretativo e la poesia di ricerca (oggettivista/letteralista o meno) invece no. Appena si lavora un poco più in profondità nell’interpretazione, non c’è più in nessun caso un mandato interpretativo rintracciabile, ed è esattamente questa impossibilità a caratterizzare l’opera d’arte.
    Analogamente, l’opposizione assertivo/non-assertivo può fare riferimento esclusivamente a questo primo poco rilevante livello di interpretazione, con anche il forte rischio di valutare come assertivi dei testi che fanno un uso “oggettivista” dell’apparenza di assertività, mettendo in scena le caratteristiche di un testo lirico-assertivo con lo stesso distacco che esprime Reznikoff per i suoi soggetti. Leggere Arminio come se l’avesse scritto Zaffarano è un esempio proprio di questo tipo. Il campo è complicato.

  4. Rispondo brevemente per non tediare i nostri 2,5 lettori.
    Quando parlo di mandato interpretativo non intendo un significato imposto o univoco, né nego in alcun modo la dimensione ermeneutica, che è ovviamente una pratica. Intendo però una cosa più semplice e più concreta: l’esistenza, nel testo, di un invito riconoscibile all’adesione, all’identificazione o alla condivisione di un orizzonte di senso. L’Infinito di Leopardi è interpretabile in molti modi, certo, ma non sospende mai il patto lirico che lo regge: chiede al lettore di entrare in una certa postura, di riconoscere una voce, di condividere un’esperienza. Questo è il mandato, non il significato.
    Le scritture che per convenzione qui continuiamo a chiamare non assertive non eliminano l’interpretazione – cosa impossibile – ma sospendono quel patto. Non dicono “interpretami così”, né “riconosciti qui”, né “aderisci a questo”. È una differenza pragmatica minima, ma decisiva.
    Quanto a Eco: Opera aperta descrive testi che esistono per produrre interpretazioni; qui si parla di testi che esistono come effetti di un dispositivo, e che spesso non funzionano più come “testi” nel senso tradizionale del termine. Non è una radicalizzazione dell’apertura, è un mutamento dell’oggetto.
    Sull’esempio Arminio/Zaffarano continuo a non essere d’accordo: dire che «il testo è il regime di funzionamento che contratta con il lettore» significa cancellare la distinzione tra oggetto e dispositivo. Il nome dell’autore è un indizio, certo, ma non è ciò che fonda il regime di funzionamento.
    Infine, rispetto a quanto dice Andrea Inglese, è ovvio che la neutralità non esiste, né io la rivendico. Se si sceglie cosa descrivere si compie comunque una scelta, circostanza tutt’altro che neutra.

  5. @ Massimiliano:
    “Quando parlo di mandato interpretativo non intendo un significato imposto o univoco, né nego in alcun modo la dimensione ermeneutica, che è ovviamente una pratica. Intendo però una cosa più semplice e più concreta: l’esistenza, nel testo, di un invito riconoscibile all’adesione, all’identificazione o alla condivisione di un orizzonte di senso.”
    Sono perfettamente d’accordo. Ma è importante precisarlo: il rifiuto del mandato interpretativo (sul piano pragmatico), non vuole semplicemente negare la possibilità di letture interpretative (la pratica ermeneutica del lettore). In tali casi, l’autore si rifiuta di essere depositario di un significato, di una prospettiva che il lettore dovrebbe abbracciare e condividere. Ma non per questo ritiene fuorviante e sbagliato il “tentativo” di costruire un senso dal confronto con un tale testo e in una tale situazione comunicativa scomoda. Questo almeno è l’aspetto che a me interessa nell’uso non assertvo di certi testi in prosa o in versi.

    @Daniele
    “quando sottolineo l’illusione di identità tra io-lirico e io-autoriale che caratterizzerebbe la lirica, specie nella sua versione romantica e post-romantica, mi riferisco proprio a questo.”
    Tu hai deciso che è un’illusione, ma in realtà il patto lirico si basa su un’implicita consanguineità tra l’io-lirico e l’io-autoriale. Quando scrivo i testi della “Distrazione” non solo ammetto questa consanguineità, ma è anche il punto di forza di alcuni testi di quella raccolta. Questo non significa poi presuppore nel lettore come nell’autore una perfetta ingenuità. Il rapporto tra i due io è per lo meno difratto, mai trasparente e continuo. Ma quando scrivo “Le lettere alla Reinserzione” o “La grande anitra”, questa consanguineità è una pista che s’inceppa, che si falsifica, un presupposto che viene più volte smentito/ Ed è tutto il dispositivo testuale che si organizza intorno a questa divaricazione tra io del “testo” e io “autoriale”. Per fare un altro esempio, paratesto di “Paradiso” di Stefano Dal Bianco. Risvolto copertina sinistro: “Un uomo se ne va a spasso col suo cane per le strade, i sentieri, ecc.”, risvolto copertina destro: foto dell’autore Dal bianco con in braccio un cane. Basta. La consaguineità è data.

  6. Credo che tornerò presto (e più ampiamente che in un commento) sui temi che qui si agitano. Mi limito, per ora, a un’osservazione sull’osservazione di Andrea qui appena sopra. Credo di aver capito che c’è una differenza di prospettive che ci separa. Nella mia prospettiva (di tradizione semiotica) l’autore empirico, benché esista nella realtà, non esiste nel testo, e la sua presenza è sempre un’illusione, un simulacro, una costruzione del testo stesso. La lirica è proprio il genere all’interno del quale questa illusione si costruisce in maniera più pervicace, ma questo non la trasforma in realtà – tant’è vero che è facile mentire (Walt Whitman lo faceva magnificamente). Dal Bianco costruisce parte della fortuna del suo libro alimentando l’illusione persino con una foto (e anche intervenendo pubblicamente con il cane stesso). Sta giocando al gioco della lirica, e il suo pubblico ci casca. Ma questo non implica in sé la consanguineità tra io-lirico e io-autoriale. Possiamo giocare al gioco della lirica, se vogliamo, anche smascherando l’illusione – oppure uscire dal gioco a tratti, oppure cambiare gioco. C’è molta più presenza dell’io-autoriale nelle parole che sto scrivendo qui, a te, che in un qualsiasi testo letterario, dove anche l’eventuale “tu” sarebbe un’illusione.

  7. Daniele, la pragmatica sul piano degli studi linguistici aveva appunto come scopo anche di colmare i limiti della semiotica; io vedo bene che tu parli da semiotico (ma da un semiotico più alla Eco che alla Rossi-Landi). Dal punto di vista di uno specialista dell’artefatto segnico “testo lirico”, quanto tu dici è una sorta di presupposto per l’analisi; ma la lirica, in quanto genere, funziona come “il gioco” a cui fai qui sopra riferimento. La lirica E’ quel gioco! Ma come tutti i giochi, funziona se l’autore e il lettore hanno deciso, pragmaticamente, fuori testo, di giocarci. Ora, io ho spesso descritto l’esigenza di fuoriscire dalla lirica come l’esigenza di un autore-lettore che non si sente più di giocare, come un tredicenne che cerca di divertirsi disponendo dei soldatini, e alla fine si rende conto che non funziona più, che deve cambiare gioco – per fiilare un po’ troppo la metafora :)

  8. Andrea, ho smesso di giocare al gioco della lirica quasi cinquant’anni fa, come lettore, ma questo non mi ha impedito di apprezzare anche autori lirici. Porsi al di fuori dell’illusione non uccide il testo lirico, se esso è di valore. Ho smesso anche di giocarci come autore, perché sempre, da allora, mi sono posto fuori dall’illusione. Sono consapevole che certe mie poesie possano essere lette come liriche, perché non posso chiedere a tutti i lettori di uscire dai propri schematismi. Per altre poesie è molto più difficile, ma le abitudini sono dure a morire nei lettori.
    Forte di queste consuetudini, leggo con lo stesso gusto (o disgusto) poesia di ricerca e poesia tradizionale, ritrovandomi a valutare la qualità di ciò che leggo anche in ragione del grado di innovatività rispetto alla propria tradizione. E questa, ahinoi, non è maggiore (né forse minore) nella poesia di ricerca, la quale in molti casi continua a fare la stessa ricerca (come la lirica ad ammorbarci con le sue menate).
    Questo a me sembra un punto molto più importante dell’opposizione tra lirica e ricerca, cioè tra un soggetto che finge di esserci e uno che finge di non esserci.

  9. Buonasera. Devo ringraziare tutti per la discussione, che è risultata per me davvero interessante ed istruttiva, intelligente e utile. Sono un autore di scrittura di ricerca e ho pubblicato un libro dal titolo Togliatt@ ma non sono il migliore, anche se il libro non è male. Volevo intervenire perché, di tutti i discorsi fatti, c’è un passaggio che mi lascia alquanto perplesso: quello relativo all’equazione tra Zaffarano e Arminio, ribadita a più riprese. Così Barbieri:

    «Mi sono divertito a immaginare che cosa accadrebbe se leggessimo una poesia di Franco Arminio come se l’avesse scritta Michele Zaffarano (novello Pierre Menard di questo gioco).

    Prendi un angolo del tuo paese
    e fallo sacro,
    vai a fargli visita prima di partire
    e quando torni.
    Stai molto di più all’aria aperta.
    Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
    Leggi poesie ad alta voce.
    Esprimi ammirazione per qualcuno.
    Esci all’alba ogni tanto.
    Passa un po’ di tempo vicino ad un animale,
    prova a sentire il mondo
    con gli occhi di una mosca,
    con le zampe di un cane.

    Se fosse Zaffarano l’autore di questi versi non potremmo leggerli letteralmente. L’elenco di banalità che si sussegue al loro interno dovrebbe essere interpretato come sarcasmo sulla banalità stessa. Si starebbe evidentemente prendendo in giro un’idea ingenua della lirica, con tutti i suoi luoghi comuni. Si starebbe facendo un discorso sulla scrittura, sulla banalità della comunicazione, persino sull’impossibilità di uscire davvero da questa banalità, cui siamo quotidianamente condannati. Mancano, certo, le marche, gli indizi dell’ironia. Ma poiché conosciamo l’autore, e mai ci aspetteremmo da lui un discorso serioso in questi termini, potremmo convocare l’ironia anche senza che sia dichiarata.

    L’autore è però, in verità, Franco Arminio, che ci invita a una lettura davvero letterale di un testo che non fa uso di metafore. Questo fa anche di Franco Arminio un postpoeta? E se volessimo magari impelagarci a sostenere che lui è comunque un poeta di ricerca, quale sarebbe la sua ricerca?».

    Mi scuso per la lunga citazione, ma mi pareva necessario riprendere l’argomentazione di Barbieri; che dice, letteralmente, che anche se non sembra un testo di Zaffarano, perché mancano determinate marche e indizi tipici dei testi di Zaffarano, noi potremmo decidere di leggere questo testo come di Zaffarano, e questo prova che i testi di Zaffarano sono di cattiva qualità, perché assomigliano a quelli di Franco Arminio. Ora, mi pare che a sua volta il discorso di Barbieri assomigli moltissimo a un testo di Zaffarano, nelle sue logiche compendiarie, nei suoi non sequitur e salti concettuali. In questo testo critico mi pare che Barbieri assomigli molto di più a un poeta di ricerca che non a un critico o a un teorico. La mia domanda è quindi: ma non sarà che Barbieri e Zaffarano sono la stessa persona, e vogliono farsi pubblicità attraverso Arminio? Dite un po’ la verità!

  10. Come se le medesime parole dette in maniera diretta o, viceversa, con evidente sarcasmo veicolassero il medesimo discorso! Come se io entrassi in un museo pretendendo di pisciare nella Fontana di Marcel Duchamp! Come se leggendo Pierre Menard noi potessimo giudicare Cervantes, o viceversa! Come se i controfattuali implicassero il reale! I testi di Zaffarano evidentemente non assomigliano affatto a quelli di Arminio; il mio esempio mostra che non assomiglierebbero loro nemmeno se fossero letteralmente identici. Quando si vuole leggere il contrario di quello che viene detto si arriva inevitabilmente a conclusioni paradossali. Ma questo non dipende da me.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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