Anatre di ghiaccio

di Giorgio Mascitelli

E’ possibile che la scrittura aforistica, questo genere antico quasi di incrocio tra il discorso letterario e quello filosofico, conosca una seconda giovinezza nella situazione attuale di fruizione fluida dei testi. I ritmi sincopati di lettura che la nostra esistenza on line diffonde sempre di più, anche fuori dalla rete, possono trovare un antidoto al rischio della banalizzazione multitasking in questa scrittura che fa della sintesi consapevole e della verticalità il proprio punto di forza, a patto che rinunci a una concezione sacralizzata del linguaggio, procedente per illuminazioni, accettando la sfida portata dai flussi comunicativi quotidiani alla parola e al suo senso. Quando tutto diventa narrazione, a superare il flusso incontrollato delle parole potrebbe essere proprio la scrittura aforistica che recupera la perduta lentezza imponendo l’attenzione su qualche singolo dettaglio o frangente.

Mariano Baino ci offre con la nuova edizione arricchita de Le anatre di ghiaccio (Ancona, Argolibri, 2025, euro 14) un esempio significativo di queste possibilità contemporanee. I testi qui raccolti, che variano dalla lunghezza di una pagina fino alla misura delle poche parole, quasi della formula, si avvalgono della duplice esperienza del poeta e del prosatore Baino, anzi in fondo della triplice esperienza, in quanto Baino ha dimostrato di praticare con profitto sia la prosa saggistica sia quella narrativa. Tale varietà stilistica, che non è mai eterogeneità perché è governata con sapienza, è funzionale a quella tematica che rivela l’ambizione alta di questa scrittura di afferrare l’inafferrabile ossia il mondo compulsivo di oggi (e non è un caso che, mentre l’opera mondo non riesce a tenere fede al suo compito novecentesco affondando nel pachidermico romanzo postmoderno, divenuto gioco sulle cose anziché sofferta comprensione, cioè non  vita ma spettacolo, siano delle scritture a vario titolo frammentarie a offrire oggi, almeno per approssimazione, una presa sul reale). Così tramite le sue anatre Baino convoca elementi di critica della società, della cultura e dell’ideologia, dettagli eruditi, ricordi personali, moralità minime e, nello stesso tempo, giochi di parole, nonsense, battute epigrammatiche e un citazionismo spesso rivisitato polemicamente e ironicamente tramite il montaggio.

Del resto ci ricorda Massimiliano Manganelli nell’introduzione che in Mariano Baino abbiamo la convivenza tra “uno scrittore che, con grande approssimazione, possiamo definire sperimentale- o d’avanguardia, se si preferisce- e uno contrassegnato da una postura più classica, più esplicitamente letteraria” (p.5, op.cit.). Questa osservazione è il miglior viatico per la lettura di Le anatre di ghiaccio perché entro questa polarità si collocano e si spiegano i testi nella loro varietà.

A titolo d’esempio, prendiamo questo brevissimo testo tratto dalla sezione iniziale La via di Damasco: “La società, al poeta d’oggi, chiede e ordina solamente questo: «Reading, pagliaccio!»” (p.51). Il calembour citazionistico qui funziona come denuncia di una pratica banalizzante della poesia, dai poetry slam alla ritualità di certe letture. La parola aforistica invera il suo contenuto perché evoca e irride la banalità dominante, così il gioco di parole non è fine a se stesso ma diventa uno scarto etico alla norma.

E ancora: “Gruppi di interessi particolari. La globalizzazione come il contrario dell’universalità. Frazionamenti egoistici e di categoria. Convenienze specifiche che trovano più incisività e potere attraverso la vittimizzazione. Il gruppo debole, che ha subito un vulnus, il gruppo-vittima. Etichettamenti e creazioni di stereotipi. Il victim moviment ci fornisce gli eroi dei nostri tempi. Come saranno i loro monumenti?” (p.148, sez. Globaglie, deglobaglie e post). Qui la sintassi nominale non procede come accumulazione di immagini o concetti, ma al contrario come ricapitolazione di consequenziali passaggi critico-logici che culminano con una domanda polemica, ma non retorica, sull’effetto culturale del culto della memoria e della testimonianza nella nostra epoca. Le strategie retoriche e stilistiche dei due testi proposti sono diverse, l’una più vicina allo sperimentalismo l’altra più canonica, ma funzionali allo specifico intento critico nei confronti di due fenomeni della cultura e dell’ideologia del nostro tempo.

Per esaminare un aforisma più lungo (pp-82-83 nella già citata sezione iniziale La via di Damasco): Baino riporta una citazione dalle  Nozioni tendenti alla pubblica felicità di Pietro Verri in cui l’illuminista spiega che per incarichi pubblici sarebbero preferibili uomini modesti e poco ambiziosi perché di solito sono quelli più meritevoli. Ecco allora l’autore chiedersi “come se la sarebbe cavata il Verri ai tempi nostri, in cui la comunicazione risente dell’influenza decisiva delle tecnologie, dell’offerta plurima dei canali televisivi; di ciò che è insomma il messaggio-massaggio descritto da McLuhan con il mondo stropicciato, manipolato, fregato dai media. Come «trascegliere» il più schivo se non c’è (non può più esserci) quello che «si smania» di meno….”. In questo caso invece abbiamo un uso di una scrittura più pianamente saggistica con una citazione e il suo commento, ma anche questo aforisma come quello appena citato si conclude con un interrogativo a dimostrazione della natura interstiziale, problematica e non sacrale della scrittura di Baino.

Naturalmente sarebbe possibile citare altri esempi della biodiversità stilistica de Le anatre di ghiaccio, ma ciò che è comune a tutte queste variazioni è la loro funzionalità a una fenomenologia critica del mondo attuale.

Come si è visto nel libro, gli aforismi sono raccolti in sezioni tematiche che, come si nota soprattutto in quelle più brevi, autorizzano una loro lettura come macrotesto in cui però non va individuato un filo argomentativo consequenziale dei singoli brani, quanto una sorta di indicazione delle loro possibilità di sviluppo in diverse direzioni tematiche; i titoli cioè funzionano come una nebulosa di possibilità argomentative di un certo tema. E’ insomma una scrittura che suggerisce e non asserisce o meglio che privilegia il suggerire e invita il lettore a giungere alle sue conclusioni, e così trova una delle sue ragioni principali di interesse in un’epoca in cui l’uomo vive in una foresta di asserzioni e di consigli per gli acquisti, spacciati come dati di fato scientifici.

 

 

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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