Contro la semplificazione: se ogni vissuto diventa letteratura

di Ornella Tajani
Mi chiedo, ormai sempre più spesso: esiste (ancora) una distinzione fra testimonianza e letteratura? Per me, indiscutibilmente sì: qualsiasi storia ha diritto d’essere raccontata, ma non acquisisce automaticamente dignità letteraria nel momento in cui viene pubblicata. Che cosa distingue il resoconto di un’esperienza personale da un testo letterario, magari autobiografico? Naturalmente la forma, lo stile, certo, ma anche l’inventio, la struttura, la dispositio, un’immaginazione autoriale che concepisce un disegno e non si limita a raccontare un fatto. Potremmo anche dire: una certa complessità di pensiero soggiacente.
La scena editoriale francese, ad esempio, pullula di «racconti di transfughi sociali» che, sulla lunga scia dell’opera di Annie Ernaux, affollano da alcuni anni gli scaffali delle librerie: la questione è stata indagata a fondo da Laélia Véron e Karine Abiven in Trahir et venger. Paradoxes des récits de transfuges de classe (2024), che del genere indagano ambivalenze e contraddizioni. Che cosa vuol dire quest’etichetta sul piano critico-letterario, quali informazioni ci dà sul testo? Praticamente nessuna: riferisce soltanto qualcosa sull’identità dell’autore. In molti récits de transfuge, se da Ernaux (e in minor misura da Didier Eribon) vengono ripresi dei temi, siamo tuttavia molto distanti dalla qualità della prosa ernausiana, così caratteristicamente condensata, trattenuta, e lavorata con perizia.
Ora, è ovvio che il racconto di testimonianza può essere letteratura (Primo Levi); il punto è che non è detto che lo sia. È il caso di La Petite dernière di Fatima Daas, apparso nel 2020 in Francia (poi tradotto per Fandango da Giorgia Tolfo con il titolo La più piccola), opera ufficialmente presentata come «romanzo», la cui protagonista ha però nome, cognome e coordinate biografiche dell’autrice: cresce a Clichy-sous-Bois, studia a Parigi, è lesbica, musulmana, praticante, esattamente come chi ha scritto il libro. Sebbene nelle interviste Daas ci tenga a sottolineare che non si tratta di un «diario intimo», è tuttavia evidente da come ne parla che la propria esperienza è la sostanza principale del testo.
Malgrado il plauso della critica, il libro non presenta a mio avviso nessuna qualità letteraria: la sua pubblicazione è presumibilmente dovuta alla peculiare combinazione di due tematiche, ossia il racconto della condizione lesbica dal punto di vista di una ragazza cresciuta in una famiglia musulmana. Basta leggerne una recensione positiva per scoprire che, anche da parte di chi sembra averlo apprezzato, non emergono specifiche qualità di scrittura o particolarità stilistiche. Vediamo allora cosa ne diceva nella presentazione editoriale Virginie Despentes, un’autrice che pure sa usar bene sia la lingua, sia la testa:
Le monologue de Fatima Daas se construit par fragments, comme si elle updatait Barthes et Mauriac pour Clichy-sous-Bois. Elle creuse un portrait, tel un sculpteur patient et attentif… ou tel un démineur, conscient que chaque mot pourrait tout faire exploser, et qu’on doit les choisir avec un soin infini. Ici l’écriture cherche à inventer l’impossible : comment tout concilier, comment respirer dans la honte, comment danser dans une impasse jusqu’à ouvrir une porte là où se dressait un mur. Ici, l’écriture triomphe en faisant profil bas, sans chercher à faire trop de bruit, dans un élan de tendresse inouïe pour les siens, et c’est par la délicatesse de son style que Fatima Daas ouvre sa brèche.
Glisso sui riferimenti a Mauriac e al povero Barthes, tirato in mezzo ogni tre per due quando qualcuno usa una forma frammentaria. Che cosa deduciamo dalle parole di Despentes? Intuiamo vagamente, per suggestive metafore, quali sono i temi (la vergogna, il rapporto con i genitori, il contesto), poi leggiamo: «la scrittura trionfa mantenendo un profilo basso, cercando di non fare troppo rumore», per concludere infine sulla «delicatezza» dello stile — definizione che, tocca ammetterlo, non vuol dire quasi niente.
Non intendo insistere su questo libro, letto alla sua uscita in Francia ormai diversi anni fa e preso solo a mo’ di esempio, ma mi preme sottolineare un punto: ciò che alla fin fine la critica davvero ne ha elogiato è la «prise de parole située», la restituzione della voce di una giovane francese di seconda generazione alle prese con un percorso di formazione nient’affatto semplice. Dal punto di vista sociale, è certamente prezioso diffondere racconti di questo tipo, mi sembra anzi sacrosanto. Nondimeno, oltre alle considerazioni sulla scrittura, elevata dai media a prosa ritmica o persino mimetica delle sonorità dei versetti del Corano, il testo si presenta come povero sul piano della costruzione: in una narrazione alla prima persona, la vicenda si conclude con il regalo, da parte della madre alla protagonista, di un quadernetto, oggetto evocativo del libro che abbiamo tra le mani; una trovata piuttosto ingenua.
Tengo a precisare che non sto dicendo ciò che non sto dicendo: il problema non è che un libro come questo venga scambiato per letteratura perché tratta di temi woke come omosessualità, minoranza razziale o religiosa; il problema è che un qualsiasi story-telling sia scambiato per letteratura. Detta altrimenti: ben venga la pubblicazione del libro di Fatima Daas, purché se ne fruisca come di una (pseudo)testimonianza, magari di una écriture-de-soi, e non come letteratura.
Il dilagare di annacquate forme di narrazione, incentrate sull’episodio biografico e pressoché prive di costruzione, mi pare appiattire questi distinguo: sempre più spesso trionfa un io che dice le proprie esperienze, in maniera anche sincopata, senza che necessariamente ci siano dei temi forti intorno ai quali è orchestrato il racconto — ma, seppure ci fossero, i temi da soli non basterebbero a fare letteratura, né del resto a fare critica letteraria. Un altro fenomeno si accompagna infatti al primo: anche la critica sui media sta diventando story-telling. L’esperienza di lettura s’impone: non si parla di un romanzo sul disagio psichico senza lungamente evocare vicende private, nessuno vuol più leggere «recensioni», al punto che lo stesso termine si riveste di una patina polverosa. Come scrivevo in un post tempo fa, il libro altrui diventa un pretesto per parlare di sé in maniera esplicita, è funzionale all’esibizione dell’io – come se costruire un discorso intorno a un’opera, darne una propria interpretazione non fosse abbastanza gratificante (né abbastanza attraente da leggere). Eppure, cosa c’è di più personale di un’interpretazione? Recensire significa “far parlare” l’opera attraverso il filtro di una soggettività critica. Il sentire di chi scrive è racchiuso nel movimento stesso del discorso.
Perché ce l’ho tanto col racconto della propria esperienza, sebbene consacri parte dei miei studi a un’autrice di autobiografia? In parte proprio perché mi salta agli occhi uno scarto qualitativo; in parte perché la questione per me va oltre le distinzioni terminologiche e concettuali (testimonianza/racconto/romanzo/autofiction/storytelling, etc.). Mi sembra che l’imperare del «vissuto» in versioni basiche, poco strutturate – a discapito delle forme elaborate della letteratura – sia parte di una grande ondata di semplificazione dei prodotti culturali, generatrice di un impigrimento rispetto a narrazioni più articolate che finisce col coinvolgerci tutti.
Se le manifestazioni della semplificazione globale di qualsiasi tipo di discorso sono innumerevoli nel nostro presente – dai discorsi “politici”, all’assuefazione per l’appagamento istantaneo di un reel di pochi secondi, alla profusione di film concepiti a tavolino per essere diffusi su piattaforma, ecc. –, una di quelle che mi capita di osservare più di frequente è legata alla crescente incapacità di fruire di narrazioni complesse. Lo vedo ad esempio con i bambini con cui mi capita di avere a che fare, che magari non guardano i cartoni animati ma delle sorte di micro-reality con attori in carne e ossa in cui si inscenano situazioni quotidiane, banali, giustapposte, senza evoluzioni (e quindi prive di relazione causa-effetto). Lo vedo al cinema: se è vero che nel campo della rappresentazione regna da tempo un certo ipertrofismo dell’io, anche quando si attinge a esperienze vissute l’arte dovrebbe essere trasformazione del dato (auto)biografico e non mera trasposizione; verticalità, non orizzontalità. Invece – per citare i primi esempi che mi tornano in mente – ripenso a Jane by Charlotte, documentario di Charlotte Gainsbourg sulla madre Jane Birkin, più simile a un filmino per i parenti che a un’opera rivolta a un pubblico esterno, o all’improponibile Hors du temps di Olivier Assayas, ambientato nel periodo del lockdown; film che si rivelano patchwork di frammenti di vita o ricordi più o meno dichiarati, senza una vera idea progettuale dietro, senza un’intuizione.
Se prolificano esponenzialmente le narrazioni semplificate, saremo sempre meno in grado di comprendere questioni complesse e produrre ragionamenti articolati. Il rischio, insomma, è che, fruendo meno di narrazioni à la Balzac e troppo di libri à la Daas, saremo portati a stare più schiacciati sulla superficie della realtà, accontentandoci di assorbire, quasi per osmosi, ciò che riconosciamo ci interessi – finendo col diventare meno pronti a scoprire qualcosa di nuovo, a farci stupire dall’inaspettato.

Cara Ornella, sono molto d’accordo con questo intervento. Lo scrivere di sé, d’altronde – come spesso ricordato da Duccio Demetrio – è prima di tutto un atto di cura della memoria e come tale dovrebbe essere vissuto sia da chi scrive sia da chi eventualmente legge: un testo denudato di ambizioni letterarie, il cui valore, ammesso che vi sia, può derivare dalla testimonianza di un percorso di vita, dalla rappresentazione dello spirito del tempo, dall’essere una creazione tutta umana, solo umana.
E poi, sì, certo, vi sono le scritture autobiografiche che entrano nel gran salone della letteratura. E questo ingresso credo avvenga per una molteplicità di fattori tra i quali, come ben dici tu, un autentico e maturo pensiero soggiacente oltre alla capacità, niente affatto scontata, di lavorare con perizia, molta perizia, e paziente dedizione sulle parole, mai nemmeno per un attimo soffermandosi a riflettere sulla vendibilità di una storia. Chi scrive dovrebbe tenersi ben alla larga dal marketing, nel suo patetico inseguimento di successi sempre più simili al nulla.
Eccellente analisi di quello che è uno dei sintomi principali di una crisi del gusto e di una banalizzazione seguite alla fine della società letteraria. Del resto anche nel Settecento il successo del romanzo epistolare era basato sull’idea che le lettere raccontassero la ‘verità’, ma almeno questa idea era considerata un gioco letterario dagli autori e dai conoscitori, mentre oggi, come ci mostri molto bene tramite la citazione di Virginie Despentes, è fatta propria, per fede ingenua nel vero letterario o per necessità lavorativa, anche da molti addetti ai lavori.