Il pentimento di Dio
di Daniele Muriano

Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune. Doveva essere un tipo malvagio e piuttosto cinico, sempre che fosse esistito qualcosa di lontanamente paragonabile all’idea di Dio che circolava nelle varie culture religiose, e di questo S.S. non era davvero sicuro. Se però esisteva, Dio doveva essere malvagio. Come quei dittatori a cui tutti gli sciocchi danno una patente di bontà, oltre che di onnipotenza, ma in questo caso scritta dai Ministeri della Propaganda sparsi in tutto il mondo. Dio era malvagio – pensava S.S. a undici anni dopo aver visto il padre morire di un tumore in un luogo del corpo a lui abbastanza sconosciuto, vicino al cazzo – perché amministrava la morte in modo implacabile, ma sempre incolpando gli altri: in ordine Satana, gli uomini stessi, un misterioso disegno da lui scritto ma di cui non doveva essere ritenuto responsabile, e così via. Ovviamente questa elaborazione era tardiva rispetto agli undici anni, quando in lui era stato impiantato il seme della consapevolezza.
A quattordici anni aveva letto la Critica della ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, dove si dicevano un sacco di cose sull’agire umano, e si formulavano astruse leggi morali, senza che a nessuno venisse in mente di applicarle a Dio. Gli sembrava di vivere in un universo totalitario, dove i Ministri della Propaganda irraggiavano una tale quantità di bugie attorno alla figura di Dio (si faceva lo stesso con i dittatori) che era diventato impossibile criticarlo. «Chi sei tu per criticare Dio?» era la domanda che l’uomo si era impiantato nel profondo a furia di formulare idiozie cortocircuitanti.
A quindici anni S.S. si era fatto già una certa fama nel quartiere (di persona infrequentabile), quando a un tratto, un giorno di primavera, cambiò idea su Dio perché vide una donna circonfusa di luce azzurra su uno sfondo di nuvole che gli parlava con una voce musicale e dolcissima di quanto si sbagliasse, ma non perché lui, S.S., era una persona cattiva o male educata alla vita, o così sosteneva quella voce, piuttosto c’era stato un problema alla radice, un errore che voi umani (così si esprimeva la voce) potreste definire un errore di programmazione, come se, ammesso che il mondo fosse paragonabile a un software, il suo creatore o programmatore o (come si direbbe oggi in informatica) sviluppatore avesse commesso taluni errori che ora, con una nuova versione il cui rilascio era imminente, sarebbero stati corretti. In questo modo si espresse la donna, nel sogno più vivido e realistico che S.S., nei suoi quindici anni di vita, avesse mai fatto per poi ricordarne i minimi dettagli a partire da quanto la pelle brillava in quella luce innaturale e da come gli occhi della donna si illuminavano di azzurro soprattutto quando lei diceva certe parole (amore, pietà, compassione) quasi dovessero sottolineare visivamente, in modo persuasivo e allo stesso tempo naturale, i concetti chiave di quel sogno. Si svegliò tutto sudato e incredulo, verso le quattro del mattino. In quella camera la madre dormiva normalmente, mentre in casa regnava il silenzio. C’era un profumo di fiori nell’aria, come se le finestre fossero aperte di fronte a un giardino pensato per incantare chi avesse anche solo annusato quella meraviglia, ma S.S. non si era mai fidato del proprio naso e così aprì le finestre.
Tutto era normale, però, in quell’ammasso di palazzine scrostate e di cavalcavia male illuminati da cui piovevano le disordinate luci delle automobili, l’odore di fiori fu sostituito dai gas di scarico e il buio di casa veniva ora invaso dalle insegne pubblicitarie dell’unico grattacielo (dove stranamente una nota marca di reggiseni e biancheria gli stava mostrando una modella assai simile alla donna del sogno, soltanto meno giovane e candida, retroilluminata di azzurro contro un cielo sporcato dalle altre luci).
Guardando le finestre buie del circondario, S.S. ricordò le facce di tutti gli amici, conoscenti, mezzi parenti e zii acquisiti a cui aveva raccontato la sua versione del mondo. Loro lo odiavano, magari cordialmente ma lo odiavano, per la sua parlantina quando cercava in un certo senso di evangelizzarli attorno alla cattiveria di Dio. Non ne volevano mai sapere, e lui insisteva perché, in fin dei conti, così diceva, bisognava cominciare questa grande ribellione, un’infinita rivoluzione di tipo cosmico, la cui conclusione sarebbe stata – come in altre dittature – la destituzione del concetto di Dio, certo non prima di aver fatto fuori un discreto numero di religiosi che si sarebbero naturalmente opposti, ma di quella parte del piano non andava molto fiero e ne parlava di rado e solo nello stile di uno scherzo.
Comunque ora ebbe di fronte a sé tutti i volti del vicinato, i baffi e le barbe e le pelli glabre o butterate a cui aveva strappato smorfie di dolore, di pietà, di compassione pelosa e mai agita (non erano veri religiosi, erano codardi collaborazionisti, o almeno così S.S. li aveva apostrofati tutti i giorni prima di avere la straordinaria visione).
Ma come decifrare l’annuncio? Non importava se la donna meravigliosa del sogno aveva le fattezze di questa più sessuale e vanesia che gli appariva davanti casa tutte le notti, infatti non aveva mai creduto – nei suoi quindici anni di vita – alle stupidaggini di Freud, che pure aveva letto quasi integralmente, né ai seguaci di Freud che quindi, nel corso della storia, lo avevano rinnegato facendo nascere tutta una risma di individui compiaciuti e babbei tra cui lo psicologo che si era occupato di S.S. dopo la morte di suo padre (un uomo calvo che gli aveva dato del genio, per continuare nel corso degli anni a fargli un sacco di complimenti su quanto era bravo a scuola e intelligentissimo e raro, fino a fargli capire di essere un porco disposto a scoparsi un ragazzino): questo non significava però che lui, prima di Freud e della sua schiatta di dementi, non capisse a perfezione che l’immagine persistente di quella donna con indosso un reggiseno baluginante era imparentata con la donna del suo sogno, e che l’inconscio funzionava in modo stucchevole e preciso, ma lo stesso diede al sogno un valore.
Così iniziò la nuova evangelizzazione della gente là fuori nel buio, perché finalmente… sì, signori, Dio si era pentito!
Oggi S.S. ha 68 anni, 2 milioni di follower su Instagram, ed è il guru autorevole di una certa controcultura pseudo-religiosa che vede in lui qualcosa meno di un profeta, ma molto più di quanto in realtà non sia. In poche parole?
Quattro mogli, un passato di tossicodipendenza e un best seller pubblicato da Mondadori (più una ragnatela di pamphlet, saggi brevi e introvabili, raccolte di poesie che non hanno l’ambizione di esserlo – feccia autopubblicata a giudizio della Critica, e tutta linfa insostituibile per i suoi vogliosi adepti).
Ma Il pentimento di Dio rimarrà forse nella storia della letteratura, almeno per il casino che ha combinato nel mondo. D’altra parte è un romanzo gradevole: si apre con la scena della stanza che odora di fiori, dove un S.S. tramortito dalla visione della Madonna decide di annunciare al mondo il pentimento di Dio. Nella lunga e barbosa introduzione, l’autore giura si tratti di autobiografia, anche se poi gli angeli sbrilluccicanti e molto alati e altre creature che vengono a visitarlo nel corso del romanzo – a meno che non si leggano come indizi di un delirio – non concordano molto con il realismo desiderato dall’autore.
E ora viene il punto veramente dolente, in quanto S.S. ha una vera passione per quelle ragazzine. Secondo racconti che circolano in rete da troppo tempo, ma che non gli sono ancora valsi dei guai con la polizia, lui dichiara alle giovani fan di volersi sottomettere, e in un battibaleno le ragazzine (dai sedici ai vent’anni, non un anno di più) vengono invitate a picchiarlo molto forte, più forte che possono. A parere di S.S. non c’è traccia di sesso in questi incontri, e d’altronde la sua passione per le ragazzine è inerte sul piano puramente fisico, blandamente masochista.
Eppure c’è chi vede qualcos’altro, forse perché la malizia è negli occhi di chi non può vedere, giusto? A fondamento di ciò possiamo dire che Il pentimento di Dio, unico suo romanzo, è costellato di scene abbastanza allusive dove S.S. è malmenato da pericolose ragazzine di periferia, baby gang di baby chissà cosa, le quali senza volerlo lo portano ad avere un’erezione, di nascosto da tutti, nei pantaloni. Certo la realtà, che spesso non riflette i romanzi e a volte pure li sconfessa, potrebbe essere ben diversa: fuori dal romanzo infatti a picchiarlo non sono solo ragazzine, ma anche vecchie (a volte donne decrepite che vengono armate di un posacenere qualsiasi o non riuscirebbero a nuocere in alcun modo alla tempra ancora vigorosa di S.S., il quale ogni volta, per ciascun pestaggio, pubblica il giorno dopo su Instagram le fotografie del viso o dei muscoli tumefatti) e ogni cosa sotto l’attenta supervisione delle sue mogli, in numero di quattro: tre ex redivive, e quella attualmente in carica, decisamente signore molto agguerrite, come vedremo tra un istante.
Per arrivare alla materia oscena, si deve conoscere la parte più bruciante del romanzo, almeno a grandi linee. Da pagina 101 a pagina 911 del Pentimento di Dio, questo teologo da strada e insieme matematico, nonché astrofisico senza una laurea, come anche botanico dilettante che studia diligentemente nel proprio bel giardino l’impollinazione del crisantemo, insomma S.S. nel suo meraviglioso splendore, ha incontrato Dio in un caffè malfamato di periferia.
Qui Dio annaspa sotto le mentite spoglie di un barbone dalla barba infinita e rossiccia. Non è chiaro subito se si tratta di un messaggero oppure della stessa divinità che ha assunto le sembianze di un uomo, come per esempio usavano alcune divinità antiche (possiamo dimenticare Zeus che si finge il marito di Alcmena, solo per avere un rapporto sessuale con lei?) Ma bando al passatismo, in quanto erano tempi diversi, quando c’era il politeismo e la religione non era un affare così serio. Invece, in modo serio e credibile, nel romanzo di S.S. Dio ha confermato il sogno di vent’anni prima, quando la Madonna gli assicurò che il Signore avrebbe aggiustato il mondo. O meglio, che lo avrebbe aggiornato come si fa con un software.
La tesi? Il Signore non era stato insensibile alla dissidenza di S.S., e come nelle buone dittature che si rispettano era sceso a patti con se stesso: in fondo perché mai opprimere il suo popolo, che era scontento e minacciava rivoluzioni? Bastava dargli un contentino, un’aggiustatina e loro, cioè noi, saremmo stati contenti e meno rivoluzionari, meno bestemmiatori e insubordinati. Le stelle che brillavano nel cielo notturno, anche in quello imbalsamato delle città in taluni momenti particolari, avrebbero (secondo Dio, cioè il barbone che parlava in quel caffè) riversato sulle nuvole e sulla terra una sostanza orgasmica. Quella pioggia luminosa avrebbe portato la felicità nel mondo. Non più catene di colpa lunghe millenni, e bando a tutti i peccati originali dell’universo. Dio era pentito, così diceva il barbone, in quanto si era reso conto che S.S. non aveva torto.
Il barbone parlava impugnando il calice di birra che S.S. ogni due giorni gli offriva per farlo parlare in modo più disinvolto nel dehors completamente arrugginito. A un certo punto, noi tutti avremmo avuto la felicità che ci spettava da 300.000 anni o forse più. Non avremmo dovuto più lavorare, in barba al peccato di quell’Adamo e quella Eva, i balordi oggetto di una circonvenzione d’incapace di dimensioni millenarie, e avremmo avuto qui sulla Terra il paradiso di una volta con tutte le comodità del caso.
Era quello il momento in cui il clochard guardava S.S. nelle palle degli occhi, anziché fissare la ruggine che si mangiava le gambe del tavolo. Faceva così tutte le sante volte, da quando S.S. gli aveva dato corda e birra. Guardava S.S. e gli faceva capire che esistevano delle condizioni. Lui si era trasformato in un barbone ed era venuto sulla Terra a trattare le condizioni con S.S. in ambasciata per la razza umana.
Di qui il libro prendeva il volo. C’era una lunga scarica di vicende complottiste, difficili da riassumere, in fondo alle quali S.S. tornava in sé dopo anni di abusi chimici, dopo aver immesso nel proprio corpo sostanze di ogni colore e origine che avevano – ammetteva S.S. in una nota a piè di pagina – iniettato nella testa dell’autore una orrenda paranoia capace di modificare sensibilmente la percezione di cosa era vero e cosa faceva invece un po’ ridere, modificando anche la sua opinione politica sulle droghe pesanti. E c’era stata poi la difficoltà di S.S. ad avere orgasmi e più genericamente a godere durante i rapporti sessuali. Cosa c’entrava questa roba con Dio? Ma perché miseriaccia il barbone gli aveva continuamente detto e ridetto (lo incontrava ogni dieci pagine nel corso di quel romanzo) quella maiuscola crudeltà…
SOLO QUANDO ANCHE TU TI SARAI PENTITO, PER LE BESTEMMIE E PER LE TEORIE ANTI-RELIGIOSE CHE HAI DISSEMINATO LUNGO LA TUA VITA, SOLO ALLORA DIO POTRÀ PENTIRSI.
In fondo – diceva il clochard dalla barba rossiccia – tu sei un puntino, un uomo tra i molti miliardi che sono morti e che sono nati e che nasceranno. Della tua buia e anche terribile sofferenza non dovrebbe importarti in modo ragguardevole.
Ebbene tutto c’entrava, sì, infatti lui, dopo che il Dio barbone era morto per cirrosi alcolica (con tutte quelle birre che S.S. offriva su quei tavoli per farlo parlare), aveva cercato di pentirsi, e non ci era riuscito. Forse non era un tipo da pentirsi facilmente, e inoltre tutti i pamphlet che aveva scritto e le bestemmie che aveva pronunciato contro la divinità non potevano essere ritirati con tanta facilità (a meno di essere veramente ipocriti). Dunque, se non poteva pentirsi, aveva deciso che voleva almeno soffrire, in modo quotidiano e controllato, cominciando dal farsi picchiare e talvolta raschiare la pelle con le unghie da…
Certo, erano soprattutto ragazzine ma lui accettava qualunque persona non troppo muscolosa, purché fosse intenzionata a strappargli un pentimento sincero. Tuttavia nessuna donna ci era mai riuscita. Non le ragazzine, né tantomeno le lottatrici professioniste che aveva sposato – divorziando da ciascuna quando diventava abbastanza chiaro che non erano abbastanza violente da strappargli un pentimento doloroso e sincero.
Ma se si pensa che questo strano profeta (da taluni definito «da strapazzo») sfruttasse le donne per i suoi scopi mistico-teologici, allora non si conosce il peso della responsabilità che abitava il cuore di S.S. E lo stomaco. E così l’intestino, dagli scienziati definito «il secondo cervello». E a questo proposito è bene ricordare che S.S. non aveva mai cacato in modo liscio e soddisfacente nell’arco dell’intera sua vita, ma anzi bestemmiava, dalla seduta del water, invocando quel dio malvagio che gli aveva ingolfato gli intestini. Insomma è diventato complesso se non addirittura da cretini giudicare moralmente S.S., sia perché nella propria esistenza ha mostrato di essere davvero convinto che dal suo sincero pentimento discendesse il pentimento di Dio e così il miglioramento delle condizioni del mondo, sia perché la realtà e la finzione, cioè l’S.S. della realtà e l’S.S. della finzione del romanzo, si confondono in modo abbagliante, luminoso al punto che il mito di S.S. è un unico, gigantesco monolite e tutt’attorno una notte stellata, e questo vale naturalmente per i suoi follower più sfegatati e pallidi in volto quando parlano di lui come anche per chi, invece, ha appena iniziato a conoscerlo su Instagram e non ha ancora partecipato a quelle sue ambivalenti conferenze in cui, alla fine, chiede a tutti (ma con una menzione particolare per le ragazzine più attraenti) di percuoterlo un po’, con molta grazia, in modo da scatenare in lui, più potente di un orgasmo, il segno del pentimento, visto che – lo dice sempre nei video pubblicati! – «quando io riuscirò a pentirmi, il mondo intero si toglierà le mutande e farà l’amore con voi, tutti insieme o uno per uno, amen».
Alle spalle del predicatore, tanto nelle conferenze gremite quanto in questi video ripresi in una luce azzurrina e celestiale, ci sono le mogli, in numero di quattro (come detto: tre ex, una in carica), accuratamente vestite con tanto di guantoni e abiti da picchiatore come pantaloncini fosforescenti o kimoni con scritte dorate. Da qualche parte sempre a caratteri enormi, compare una frase da rimorchio, uno dei tanti slogan che caratterizzano l’attività di S.S. come influencer, tra cui abbiamo: «Fatemi pentire e sarete felici!» o «Se mi pento io, si pente Dio» o il più seducente: «Se volete un orgasmo che non finisce, finitemi!»
Su un tavolo, troviamo abitualmente il suo best seller, che tante generazioni di fanatici ha circuito e da cui è così difficile difendersi asserendo che è solo l’invenzione di un pazzo, perché fra i suggestionati ormai il pentimento di Dio sembra davvero imminente, colgono segni in qualunque miglioramento della loro vita o delle condizioni globali (trovano un amore per poi diventare finalmente persone felici, ed ecco il segno, oppure finisce una guerra che ha succhiato sangue per decenni a interi popoli, e quelli gridano a Dio che si sta pentendo per il macello millenario). Persino tra gli scettici, tra gli increduli e i detrattori inarrestabili ci sono le defezioni, qualcuno che improvvisamente compra il libro a una conferenza di S.S. e comincia a venerare l’autore per farsi prendere poi dall’ossessivo desiderio di picchiarlo, di farlo pentire della bestemmia universale a cui ha sempre aderito nella sua vita, e si immaginano chi sa quale orgasmo e quale orgia planetaria come ricompensa per questo. E la Chiesa che finge di ignorarlo? Be’, in realtà sembrano esserci migliaia di credenti e non solo laici e dicono persino qualche cardinale, che di nascosto si aspettano qualcosa da questo clima di autentica religiosità che circonda S.S., vecchi malfermi abituati a guardare sei o dieci volte Instagram in un giorno per vedere a quale punto siamo ormai con il pentimento di Dio, con il pentimento di S.S., con l’orgia universale che ci attende. Perché il Signore aggiusterà il mondo, perché Dio evidentemente si è reso conto di aver sbagliato, o così si mormora per le strade.
Alla televisione, in fascia protetta S.S. discute amabilmente con tutti, anche con gli scettici, e non si fa mancare le critiche più severe. Non si arrabbia nemmeno quando un intellettuale calvo, agitando il dito inquisitore come se volesse infilzare le sue menzogne, gli dice una cosa semplice. È notte: l’audience è incredibilmente alta per quella fascia oraria. È la tesi dell’intellettuale calvo a distruggere la calma di S.S., a quest’ora buia che scende in picchiata verso il mattino. Se lui dovesse pentirsi, sicuramente perderebbe il paradiso in terra che si è guadagnato, le attenzioni di cui è fatto oggi il suo mondo, e così le perversioni di massa che lo interessano, per non parlare delle ragazzine. In altre parole S.S. è il mondo che lo contiene, dice l’uomo e continua a infilare il dito in quella piaga intellettuale. Per questo è impossibile che si penta. Se lo facesse smetterebbe di essere S.S., colui del quale in troppi aspettano il pentimento. Non si eliminerà da solo, vale a dire che non si pentirà mai, qualunque sia la misura di dolore che gli altri possono giocosamente infliggergli. Quindi, comunque vada, l’umanità è fottuta dal proprio Dio.
Con queste parole, l’intellettuale calvo ha concluso il sofisma, e subito lo studio dev’essere stato sommerso da un silenzio duro e trasparente di tipo inattaccabile, se nemmeno il conduttore, o uno degli scalmanati ospiti del suo programma, osa ancora muoversi per spezzare il momento.
A un certo punto la telecamera stringe sul volto ossuto dell’accusato, perché sta succedendo qualcosa di veramente strano, quando per la prima volta in 68 anni (come ci dirà lui stesso) senza contare il giorno in cui è nato, S.S. scoppia in un pianto disperato, liberatorio e definitivo. Infatti nello stesso momento, in quattro diversi continenti del pianeta, si registrano decine di infarti, centinaia di malori e un numero imprecisato di urla desolate. Ma solo una risata, e abbastanza lasciva, quella dell’intellettuale calvo.
