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Del pisciare contro vento

di Nicola Fanizza

A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l’attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.

Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.

Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.

Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.

Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i Maestri del vento sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.

Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.

Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.

Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.

Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir Picnic ad Hanging Rock, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro, iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.

Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un delizioso peccato. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!

Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il viatico che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello stato di grazia.

Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.

Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.

Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.

Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era distratto. La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.

La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.

In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il patèma che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.

Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.

Le ragazze a loro volta non volevano sporcarsi le mani. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.

Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura esclusivamente – nel senso etimologico: che esclude – borghese.

La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le culture altre: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini. Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.

Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di integrarsi: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.

Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose Blowin’ in the Wind, una canzone pacifista che terminava così:

 

«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia

che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, sta nel vento,
la risposta sta nel vento».

 

Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!

(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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