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Dopo il primo libro

di Simone Ruggieri

«Ho ricevuto e accolto l’invito di Lorenzo – che ringrazio – certo che avrei partecipato, e con grande piacere, a questa giornata (1), e altrettanto sicuro di non sapere che cosa dire, anzi, che proprio da questa incertezza su cosa dire, e dall’opposta necessità di dover dire qualcosa, sarebbero nati dei pensieri almeno per me stimolanti, forse persino una prima messa a fuoco di un problema, un problema di poetica e della possibile messa in versi di un sentire, o di un non sentire. Non potevo, non volevo non aderire a questa lettura, eppure avvertivo con assoluta chiarezza di non voler leggere nessuna mia poesia oggi pomeriggio, poesiole ormai risalenti a parecchi anni fa e che sono molto felice di aver raccolto in un libro (2), ma che sono lontane, forse non così lontane come penso, ma che comunque attestano una situazione del mio io lirico e, ancora prima, esperienziale e biografico, che sento non mi appartenga, non mi rifletta. Un posizionamento, una prima individuazione (il titolo alternativo della raccolta sarebbe stato Fermo al principio dell’individuazione) allora necessaria, per dialettizzare sé stesso, me stesso, situando un’immagine di durata nello spazio fittizio che è dato dal complesso rapporto, di natura quasi metabolica, fra la vita e la scrittura, intesa, quest’ultima, come sua registrazione, più o meno trasfigurata e a posteriori. Come avrebbe chiosato qualcuno, una giovinezza inventata che diventa verità nella vecchiaia, o comunque in una età successiva rispetto a quella in cui la si è inventata, questa giovinezza; e a questo punto qualcun altro, altrettanto saggio, avrebbe potuto rispondere che non sempre giovinezza è verità e che un’altra giovinezza giunge con gli anni e che i fogli bianchi che si tengono in mano è bene, spesso, strapparli. La vita, dicevo, che si vive in avanti e si capisce all’indietro, ma che ha bisogno di un suo cogito, di un suo nucleo di durata, da cui possano partire dei vettori temporali reversibili; un principio d’individuazione, appunto, nel mio caso, per così dire, sub specie amoris o sub specie disamoris, che si è configurato in questi anni quasi alla stregua dello spazio d’ombra lasciato nella coscienza da un ineludibile e cruento rito di passaggio. Un rito di passaggio del quale ora, a rileggerne, specie in pubblico, le tappe, avvertirei quasi un sentimento di noia e fastidio, in parte, persino, di vergogna. E non, mi illudo di credere, per riesumare in me, in maniera più o meno compiaciuta, il vecchio, novecentesco cliché della vergogna della poesia, ma per la vergogna dell’ingenuità psicologica che era a monte e alla scaturigine di essa. Della mia poesia, intendo. Per aver creduto, mi spiego meglio, come peraltro più volte ho confessato innanzitutto a Lorenzo, e non solo a lui, che le parole della poesia, di una certa poesia, mettiamo, per metonimia, le parole di Petrarca (che di sé medesimo appunto, con sé stesso, si vergognava), servissero realmente, a-storicisticamente (avrei appreso più tardi l’adagio del critico Jameson: ‹‹storicizzare sempre››, anche noi stessi – aggiungo io), non tanto per mettere in forma – sin qui, tutto sommato, sarebbe andato anche bene – quanto per spiegare, innanzitutto a me stesso, questioni come l’abbandono, il desiderio, l’innamoramento, l’amore, lo sradicamento, la frustrazione. La costruzione di un’identità. Se esiste, come credo esista, una libido vocativa e una sapienza che proviene eminentemente dalla forma, vorrei che da qui in avanti questa libido vocativa e questa sapienza formale cominciassero a transitare per altre vie, a servirsi di altre parole, a passare per altri temi e per altre immagini. Del resto, in una delle epigrafi che avevo posto ad esergo a Gli occhi di mattina compariva un distico da un sonetto di Vittorio Alfieri che suona: ‹‹io d’altro tema in ver vorria far versi, | che non di pianto e d’amorosi lai››. La scelta della citazione era un poco ironica, ma non del tutto. Io davvero avrei voluto, vorrei scrivere d’altro, anche se forse non si scrive di quello che si vuole, ma solo di quello che si può. Di quello che ci tocca in sorte. Le radici profonde della letteratura non finzionale, ci si potrebbe chiedere? E poi la questione, la situazione cui già accennavo prima, del posizionamento di chi dice ‹‹io›› nei testi, in quei testi. Per mancanza di letture, forse, magari anche per ragioni più profonde, io credevo che l’unica poesia possibile da me praticabile fosse la lirica, con un ‹‹io››, come dire, ammaccato ma comunque ancora unito, ancora funzionante quale principio ordinatore, gerarchizzante dei, nei testi, presi singolarmente, e poi anche sul loro piano macro-strutturale. Un ‹‹io›› che, fra l’estate e l’autunno del 2020, dopo l’arrivo della pandemia in Europa, il primo lockdown e la fine, annunciata eppure prematura, di una relazione in cui credeva, aveva sentito la necessità di dare una forma, appunto retrospettiva, ellittica, alla propria vita fino a quel momento vissuta, perseguendo, non del tutto inconsapevolmente, la più generosa e, mi si passi l’ossimoro, la più fallimentare della illusioni umanistiche, quella cioè di tentare una costruzione morale del proprio sé attraverso le tappe di un’educazione sentimentale e, insieme, inscindibilmente insieme, intellettuale. Che si potrebbe anche riformulare così: scrivere per diventare ciò che si era. Ognuno, del resto, incomincia a profetizzare – e a questo punto, se non fossi così recalcitrante agli iconismi, dovrei mimare le virgolette – dal proprio piccolo, irrisorio libro personale: quella è la fessura, la sola ferita di possibilità attraverso cui è possibile entrare in contatto con noi stessi. Ma il mondo? Il mondo esiste. Ed oggi, tanto più che ieri, quest’esistenza, spesso orribile ed orrorifica del mondo, si pone, mi si pone di fronte come una presenza, un interrogativo ineludibile, improcrastinabile e che dovrebbe trovare accoglimento anche sulla pagina scritta. Ma io, al momento, non lo so come farcelo entrare il mondo nei miei testi. Però sento che dovrebbe assolutamente entrarci, anche e contrario, per viam negationis, anche cioè a costo di ridurmi al silenzio. Fra il 2012, l’anno a cui risalgono i primi testi del libro, e il 2020, l’anno degli ultimi, non mi ero posto se non marginalmente questo problema. Piuttosto, proprio la sostanziale, radicale e in parte inconsapevole esclusione del mondo da quei testi credo mi abbia consentito di mettere insieme un libro, ma, ancora prima, cosa ben più importante, di iniziare a trovare una voce, la mia voce. Mi sta tornando in mente, mentre prendo questi appunti, il fin troppo noto verso di Fortini secondo cui nulla è sicuro ma è doveroso comunque scrivere. Ecco, io non sono affatto certo di questo, mi sembra anzi un assunto che sa troppo di Novecento – e non poteva che essere così, del resto. Dopo il primo libro, fino ad oggi, ho scritto soltanto sei poesie, due per le mie due nonne venute a mancare, la terza per un maestro che avrei desiderato avere e che invece ho appena conosciuto, e le ultime tre per un geco che si era intrufolato nel bagno della mia vecchia casa universitaria. Sei testi d’occasione, in sostanza (anche se forse, ma la questione sarebbe lunga, ogni poesia è d’occasione). Ecco, se dovessi pensare a un tipo di poesia da praticare negli anni a venire, penserei a una poesia di questo tipo, ma resterebbe aperto il problema del mondo (quello che, volgarmente, si definirebbe con la ”M” maiuscola). Forse non aveva del tutto torto Hofmannsthal nel far dire a un personaggio del suo Uomo difficile che tutto quello che si esprime è indecente. Io aggiungerei soltanto che quello che, ora, sento indecente, forse, è più che altro il ricorso alle illecebre della forma, all’espressione di un contenuto, di una serie di contenuti tramite gli istituti, gli strumenti e i livelli della retorica. A tratti penso cioè che a essere indecente sia solo la poesia, la mia poesia, è bene precisare, perché la poesia degli altri non mi sortisce in genere questo effetto, questa stanca repulsione. La mia, ora, un poco sì, e in parte credo sia abbastanza normale, canonico, forse addirittura salutare –  spero che Danilo (3) dimentichi quanto finora detto, nel caso in cui, fra un po’ di anni, mi presentassi da lui, mettiamo con un poemetto sui gechi o un inno eziologico, alla maniera degli illuministi, sulla birra. No, battute a parte, in questo imbarazzo, ma anche in questa assoluta libertà dal dover scrivere, dal dover cercare di scrivere (libertà che forse maschera una pigrizia: quella di dovermi dotare di nuovi strumenti formali, mettiamo di dover allungare, cominciare a scrivere ”male” – nel senso prosodico – i miei versi, allungarli, accidentarli, slabbrarli, badare meno al ritmo, emanciparmi da una certa memoria, che ora sento un po’ come una tara, endecasillabica), risiede forse il mio scacco – anche questo abbastanza di prassi, anche questo quasi un cliché – dopo il primo libro. Ma forse, ben diversamente anzi quasi all’opposto rispetto al Lord Chandos alter ego dell’Hofmannsthal appena richiamato, in questo mio sentire, o non sentire, magari si annida solamente una debolezza del ragionare, una pigrizia, appunto, un certo gusto, quando non un vero e proprio compiacimento per la rinuncia, o ancora, se si vuole, il polo negativo di tensione di una volontà ingrigita. Perché forse, smascherando le proprie finzioni o illusioni che siano state, non si finisce che per rinunciare alle proprie energie e quasi a sé stesso. È solo che, lungi dal concepire l’idea di una pratica di scrittura, anche in versi, come dire, feriale, dopo-lavoratoriale – ed arrivato per me il tempo weberianamente detto del lavoro – non riesco a convincermi che la scrittura, anche quella in versi, sia – parola ormai desueta – il mio destino, non riesco cioè a credere che in essa, e nel suo esercizio, io possa realmente incontrare una forma più compiuta del mio rapporto con il mondo. Ma, e mi contraddico subito (il solo modo in cui ho imparato un poco a pensare è quello dialettico), probabilmente, non è niente più che una vecchia idea, quella secondo la quale il proprio destino possa essere trovato solamente sulle rovine di tutto ciò che è stata la nostra prima ragion d’essere. E mettiamo pure il caso che queste considerazioni non siano che il frutto di un esercizio della coscienza, si presentino cioè come un sintomo di sradicamento, la snervatura di un’immaginazione atrofizzata e proiettata, in maniera più o meno compensativa, sul testo che ho appena finito di leggere, è comunque questa la mia situazione, come dire, spirituale, dopo il primo libro. Il grado zero di una poetica ancora a venire e che forse mai verrà. Ed è esattamente di questo che oggi volevo parlare.»

 

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1. Ho letto questo testo nel corso di una lettura a più voci curata da Lorenzo Fava il 17 novembre del 2025 a Macerata. Esso conserva quindi i tratti della sua destinazione originaria: un testo scritto per essere detto ad alta voce.

2. Il mio primo libro: Gli occhi di mattina, Arcipelago Itaca Edizioni 2022.

3. Danilo Mandolini di Arcipelago Itaca, anche lui era presente alla lettura del 17 novembre.

 

 

 

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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