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La lingua come sola patria

di Alice Pisu

“Non mi sono riscattato attraverso lo scrivere. Durante tutta la mia vita sono morto e ora morirò davvero. La mia vita era più dolce di quella degli altri, la mia morte sarà tanto più spaventosa. Lo scrittore in me naturalmente morirà subito, poiché una tale figura non ha terreno, non ha consistenza, non è nemmeno di polvere; è soltanto vagamente possibile nella più folle vita terrena, è solo una costruzione della brama di piaceri. Questo è lo scrittore. Io stesso però non posso continuare a vivere, poiché non ho vissuto, sono rimasto argilla, la scintilla non l’ho trasformata in fuoco, ma utilizzata solo per l’illuminazione del mio cadavere.”
Scrive così Franz Kafka nella lettera a Max Brod del 5 luglio 1922, a cui l’amico risponde quattro giorni dopo notando la loro distanza nell’esperire la scrittura. Secondo Walter Benjamin Kafka ha voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita (rilevante il volume Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, Neri Pozza, per comprendere il complesso legame tra i due, retto più sulle divergenze caratteriali e letterarie che sulle affinità).
Il mondo dei fatti che conta per Kafka – sostiene Brod – è invisibile: la scrittura è una cifra della vita, condensa l’esperienza e la rende possibile. Non c’è opposizione tra le due, come ricorda Ricardo Piglia nell’Ultimo lettore, Sur, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. E forse la vera libertà, come suggerisce Raoul Precht, può arrivare per uno scrittore solo quando nessuno lo leggerà più. Quel desiderio, espresso come volontà testamentaria, verrà tradito da Brod, che passerà la sua vita a occuparsi della redazione e della promozione delle opere di Kafka, diventando il suo principale biografo.
Il nuovo romanzo di Burhan Sönmez, Gli amanti di Franz K. (trad. Nicola Verderame, Nottetempo) esplora questo cortocircuito con un’acuta riflessione in forma narrativa sul diritto all’oblio in letteratura, sul significato di fedeltà e tradimento, sul valore della giustizia, sul ruolo del passato in relazione all’identità dell’individuo, aspetti centrali nella sua intera produzione letteraria.
Originario di Haymana, avvocato specializzato in diritti umani, Burhan Sönmez è stato rifugiato politico in Inghilterra per un decennio dopo una violenta aggressione subita dalla polizia turca nel 1996. Attualmente vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College. Ogni sua narrazione, pur differente nei motivi espressivi e nelle vicende affrontate, verte sugli effetti sociali dei pesanti abusi di potere (significativo in tal senso il saggio ‘Erdoğan. Un uomo normale’ nel volume Strongmen a cura di Vijay Prashad, Nottetempo).
Affine alla sua intera produzione il racconto del doloroso esilio dai luoghi dell’infanzia, l’analisi delle storture del regime, i soprusi delle forze dell’ordine, le ripercussioni sulla politica sulla diffusione della cultura, sulla religione e sulla società. La condizione comune studiata nelle sue opere palesa meditazioni sul significato di patria come infanzia, capace di crescere nel distacco.
Nel suo ultimo romanzo ambientato a Berlino Ovest nel 1968, Sönmez sperimenta l’impianto del dialogo definito dal ritmo incalzante di un interrogatorio tra Ferdy Kaplan (l’omicida di uno studente di Biologia) e il commissario Müller, intervallato da scorci su Parigi e Tel Aviv e ingrandimenti su vicende che illuminano la principale. La scelta formale permette all’autore di definire la tensione apparentemente irrisolvibile tra forze dell’ordine e mondo intellettuale che solleva istanze rivoluzionarie.
Kaplan incarna il conflitto tra influenze diverse. Di padre turco e madre tedesca, entrambi ferventi nazisti, rimane orfano durante i bombardamenti sovietici, viene estratto dalle macerie da suo nonno che prima di morire lo manda dai parenti a Istanbul. Il ritorno in Germania è segnato dalla crescita in un paese distrutto dalla guerra, dai disastri politici turchi, dai tumulti francesi, e trova espressione nella militanza radicale e conforto nella passione letteraria.
La personalità complessa e le diramazioni delle sue radici portano gli inquirenti a battere piste bizzarre, sulla base di accuse pregiudizievoli di xenofobia e antisemitismo.
Una persona non è solo la sua identità, sostiene Kaplan dal penitenziario di Tegel dove è rinchiuso. Nello scagliarsi contro un’istituzione che sembra piegare il diritto a suo piacimento, rievoca casi disparati di manifestazioni contro l’oppressione e le ineguaglianze represse col sangue dalla polizia.
“Si rende conto di dove si trova, commissario Müller? Questo è un carcere, e la storia di questo posto è piena di ingiustizie compiute dallo Stato contro le persone, e non solo sotto il nazismo. E lei, in quanto funzionario dello Stato, viene a parlarmi proprio qui della morte di gente innocente. Annusi queste pareti e sentirà l’odore delle vite marcite degli innocenti”.
Attraverso il caso di Kaplan, Sönmez riflette sugli esiti di discriminazioni continue tra palesi violazioni dei diritti che ledono la visione dell’esistenza e possono portare a maturare una concezione di giustizia riparatrice. La vicenda personale si fa portatrice di istanze collettive, con rimandi a eventi drammatici nei quali rimane coinvolto anche il protagonista, come il pogrom di Istanbul del 1955.
Prende forma una vicenda complessa che innesca domande sul valore della verità. Il crescendo appassionato che delinea il vero obiettivo mancato, Max Brod, porta un commissario a studiare Kafka, le sue opere, la sua vita e il suo periodo berlinese, e un omicida a dispiegare i reali intenti della sua vendetta: punire con la morte l’artefice del crimine letterario verso uno dei massimi scrittori del XX secolo.
Tra i risvolti, il rischio di strumentalizzare l’attentato sulla stampa come ostilità antiebraica verso uno scrittore i cui libri erano finiti al rogo a Berlino la notte del 10 Maggio 1933 con altri ventimila volumi nell’azione nazista intrapresa contro ‘lo spirito non tedesco’. Nell’intento di scovare un’ipotetica organizzazione sotterranea, si indaga anche su voci dissidenti votate alla vendetta: realtà clandestine francesi attive attraverso riviste durante la Resistenza e nei decenni successivi.
Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’ sollevata nel 1946 dalla rivista comunista Action che quattro anni dopo vede la risposta di Georges Bataille nel saggio Kafka de­vant la critique communiste. Una vicenda complessa in cui si inseriscono numerosi interventi critici, tra cui il pregevole Kafka Pro e contro di Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) oggi ripubblicato da Quodlibet con in appendice la critica di Max Brod del 1951 ‘Assassinio di un fantoccio chiamato Franz Kafka’, la replica di Anders e la controreplica di Brod del 1952.
Anders esorta a interrogarsi sul valore del fallimento per comprendere Kafka. Sönmez riprende idealmente tali assunti nell’assegnare contorni nuovi alla polemica immaginando un senso di colpa talmente lancinante in Brod da spingerlo a boicottarsi. Quella voce pentita trova spazio tramite una lettera che motiva la sua assenza in tribunale: è il pretesto per definire i motivi della sua scelta e il conflitto interiore che dopo l’euforia iniziale lo ha condotto all’infelicità.
“Poiché non gli è stato possibile vivere la sua vita come avrebbe voluto, aveva paura della morte. E così io ho vissuto questa vita al posto suo. […] La sua volontà era simile a quella di un amante che dice ‘Dimenticami’ prima di andarsene, ma non vorrebbe essere dimenticato. Io lo sapevo.”
Si insinuano per voce del protagonista continue riflessioni sul ruolo della lingua, sul significato del nome, sull’identificazione di sé sulla base dell’eredità culturale e sulla possibilità di affrancarsi da essa. Tra due poli all’apparenza opposti il terreno si sposta su questioni letterarie e filosofiche, riflessioni sul destino, sul libero arbitrio che avvicina l’essere umano a Dio, sull’opportunità o meno di pubblicazioni postume che non godono dell’avvallo dell’autore, sulla disobbedienza come forma di protezione, con un parallelo tra il tradimento di Brod a scopo di difesa, e quello di Satana, contrario alla creazione di esseri umani a immagine e somiglianza divina per il rischio di intaccarne l’unicità.
La bellezza dell’opera risiede anche nella vicenda che scorre in parallelo. Un amore lontano irrompe nel presente e destabilizza il protagonista attraverso un disegno capace di sancire un legame imperituro culminato, dopo la lettura di Un artista del digiuno, nel tributo alla vita con l’invio di lettere ai morti. Tale scambio impossibile rimanda al rilievo rivestito dalla corrispondenza come genere in Kafka, in grado di palesare, tra ossessioni e interruzioni, l’esigenza vitale di rendere visibili le connessioni, e di favorire nell’altro la lettura della realtà come sperimentata da lui.
A marcare i tratti dei soggetti narrati sono le reti sociali che hanno contribuito a definirne lo spessore intellettuale, come un dottore che per avvallare la tesi della superiorità della verità sulla paura, sull’amore e sulla morte, cita Immanuel Kant e Louis Aragon.
Sönmez studia l’ineffabilità del vivere attraverso un complesso universo figurativo con ricorrenze dominanti, come l’idea di un impossibile rispecchiamento, la peculiare concezione dell’altrove, la riflessione sulla solitudine attraverso l’immobilità degli oggetti, l’annullamento del passato e del futuro. Come per Kafka, non si tratta di una scrittura simbolista, ma che si regge sulle metafore per potenziare le suggestioni visive e concepire l’immaginazione come una delle possibilità del reale.
Affine a quanto sostenuto da Simone de Beauvoir – “Nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla” – Sönmez celebra il potenziale insito nella distruzione per interrogarsi sulle frontiere della letteratura nel conciliare l’inconciliabile. Con Gli amanti di Franz K. struttura un intenso omaggio a Kafka con un’opera che scruta l’incubo della libertà in assenza di confini tra esistenza e scrittura, e scandaglia i recessi di colpa e pena, la coesistenza del negativo nella visione del vivere, l’abbaglio della coscienza, il valore dell’alterità e la condizione della lingua come sola patria per lo scrittore, dove immortalare uno smarrimento condiviso e attestare l’urgenza vitale di cesura.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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