“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani

[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno consapevole di doverle dire. a. i.]

di Marco Rizzo

“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” (Franco Fortini, febbraio 1991)

“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.” (Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)

“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.” (Aaron Bushnell, febbraio 2024)

Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati dalla parte sbagliata della storia?

Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. Gaza, la scorta, mediatica (People, 2024) di Raffaele Oriani è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il Venerdì di Repubblica. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole di allora, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:

“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”

Eloquente il silenzio di Repubblica e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del primo genocidio trasmesso e documentato in diretta[1]. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.

Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:

“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di 7, il settimanale del Corriere della Sera, viene presentato in sommario così:

‘Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.’

Gli israeliani hanno subito una strage, i palestinesi vivono un dramma: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del Corriere della Sera metterà in sequenza lo «scempio inumano di Hamas», la «carneficina di Putin in Ucraina» e le «operazioni a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)

La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa le nostre macerie morali: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)

Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: distorsione e spostamento delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, omissione di racconto e minimizzazione della violenza (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. “Senza mai disturbare il carnefice”, come annota nota l’autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti[2] o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:

“Quando il corrispondente di Repubblica Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di Al Jazeera scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)

Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile[3], con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:

“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)

“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)

“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)

Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza[4]. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.

Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.

“La carta stampata è l’arma più potente nell’arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d’Arabia nel suo La guerriglia nel deserto. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.

 

 

 

NOTE

[1] Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)

[2] Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.

[3] Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)

[4] “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.

È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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