“Gli orfani” di Vuillard. Billy the Kid e la costruzione degli Stati Uniti

Il club del lettore: Éric Vuillard
Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, E/O

The New York Public Library. “Books discharged here, Books charged here” The New York Public Library Digital Collections. 1875

di Davide Orecchio

In principio c’era la violenza: lo spiegò Ernest Renan in un suo testo classico, Che cos’è una nazione? (1882), giustificandone tra le righe la necessità, e la necessità di rimuoverla. Scriveva lo storico francese: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità si realizza sempre in modo brutale”.

Éric Vuillard non è uno storico, è uno scrittore. Ma in questo suo Gli orfani. Una storia di Billy the Kid, romanzo fresco di stampa per E/O, fa esattamente questo, riporta alla luce la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero. Abbiamo imparato ad apprezzare Éric Vuillard con L’ordine del giorno (2018) e La guerra dei poveri (2019), sempre portati in italia da E/O. Ora, ricorrendo all’architettura di un romanzo storico per così dire “scarnificato”, Vuillard racconta una delle leggende più famose, e per questo più falsificate, della storia del West americano, quella del fuorilegge Billy the Kid. Altri romanzieri avrebbero impiegato centinaia di pagine; a Vuillard ne bastano poco meno di 150 per proporre la sua versione, che è davvero fresca, priva di incrostazioni mitopoietiche, e soprattutto convincente. Potrebbe essere un testo da spedire nello spazio a ignote civiltà aliene: “Se volete sapere com’è andata, leggete qui”.

Gli orfani di Vuillard è un’opera di critica narrativa e politica alla fondazione degli Stati Uniti d’America. Cioè ha una lingua narrativa che pensa e riflette, in condivisione col lettore, il che è un pregio e una rarità perché il lettore, di solito, si tende ormai a intrattenerlo ed emozionarlo. La storia di Billy the Kid e di tanti suoi compagni di avventura, nella versione di Vuillard, è la storia di un povero, di un orfano, di un teenager senza amici né protezione. Lo scrittore francese ce lo mostra in tutte le tappe della sua breve esistenza di pistolero, ladro di bestiame e di cavalli, membro di svariate bande al soldo di bovari e latifondisti. Per il troppo sparare, rubare e inseguire una sua libertà nel selvaggio West (Arizona, Texas, soprattutto New Mexico), il Kid (al secolo Henry McCarty, o forse William H. Bonney) finì col morire in anticipo, nel 1881, a soli 21 anni, per mano dello sceriffo Pat Garrett.

Libertà, violenza, costruzione di uno Stato. La tesi di Vuillard è efficace e diretta: quelli come il Kid furono l’esercito di spostati e miserabili che l’America usò per erigere sé stessa. Scrive Vuillard: “La libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell’impero, l’orgia di violenza, alcol, gioco d’azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà non era altro che un’emanazione lontana e rimossa del potere centrale”.

Vuillard ci mostra un “colonialismo precipitoso e brutale” messo nelle mani di “piccoli delinquenti, orde di straccioni, vagabondi e ladri”. Un impero “edificato a tutta velocità”, perché “mai si era estorta tanta terra in così poco tempo”. Kid e i suoi compari servivano. La loro violenza serviva in quella breve fase di accaparramento capitalistico. Serviva – argomenta Vuillard – ai grandi proprietari, agli uomini d’affari, all’esercito e a Washington. Questi adolescenti o giovani uomini di misere origini diventarono quindi improvvisamente liberi e sfrontati, “la banda di scellerati più arrabbiata della Storia umana”.

Ma la fine per il Kid e gli altri arrivò presto, e Vuillard ce la mostra. Una volta massacrati i nativi e organizzato l’allevamento intensivo e l’uso delle terre, i latifondisti smisero di farsi la guerra e decisero che era tempo di istituzionalizzare il potere. Venne il momento della democrazia. Fu eletto uno sceriffo, Pat Garrett, il braccio della legge che avrebbe sterminato le bande. E per Billy the Kid arrivò l’ora di bussare alle porte del paradiso.

4 Commenti

  1. Interessante; ho un appunto solo sulla linea temporale: in realtà la progressione non va dalla confusione della guerra allo stato democratico e poi al consolidamento imperiale. In quel momento gli Stati Uniti esistevano già da un secolo, idolatrando le istituzioni ‘democratiche’ nate insieme all’esproprio delle terre, il genocidio dei nativi e lo schiavismo. La stessa Frontiera come formalizzata dal governo federale non descrive assenza o scarsità di stato ma precisamente la forza del suo imporsi attraverso una certa ideologia gerarchica dell’umano: la zona, infatti, era definita dalla presenza ‘da due a sei persone per miglio quadrato’, ma ‘persone’, nei fatti, erano considerati solo gli euro-americani bianchi. Il “selvaggio” West è, in certa misura, roba nostra.

    • Grazie Renata per questa osservazione, hai senz’altro ragione sul profilo ideologico degli Usa. Questo esula forse dal libro di Vuillard: la storia di uno Stato bisogna però pure rendicontarla nelle trasformazioni che accadono, nei fatti, soprattutto in territori privi di infrastrutture anche formali come quelli dove si svolge il romanzo, sottratti al Messico o alle popolazioni native.

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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