Lea Melandri. La femminista contro la guerra, prima della guerra

di Nadia Cavalera

C’è chi dedica la sua vita a interpretare il presente. Chi costruisce sistemi filosofici, teorie politiche, scuole di pensiero. Lea Melandri ha scelto una strada diversa. Ha cercato di riportare alla luce ciò che la storia, la politica, la filosofia e perfino il femminismo hanno spesso lasciato nell’ombra: la preistoria emotiva dell’essere umano.

È questa, a mio giudizio, la sua singolarità.

Per comprendere la sua opera non basta parlare di femminismo, pedagogia, scrittura autobiografica o critica culturale. Tutto questo c’è, naturalmente. Ma è il risultato di una ricerca più profonda. Melandri ha dedicato oltre mezzo secolo a esplorare quel territorio in cui si formano le relazioni originarie, il rapporto con il corpo, l’amore, la dipendenza, la paura, il desiderio di possesso, la sessualità, la violenza. In altre parole: ciò che precede le ideologie, le istituzioni e perfino la politica.

Nata nel 1941 a Fusignano, nella campagna romagnola, figlia di mezzadri, cresce in una realtà povera, dove più generazioni condividono spazi ristretti e fatiche quotidiane. Da quella origine contadina non si allontanerà mai davvero. Anche quando studierà, insegnerà, scriverà libri e diventerà una delle voci più autorevoli del femminismo italiano, continuerà a portare dentro di sé la memoria di quel mondo. Non come nostalgia, ma come esperienza fondativa.

La ragazza che percorre chilometri in bicicletta per raggiungere il liceo classico di Lugo, che vince il concorso per la Normale di Pisa e poi sceglie di abbandonarla, che fugge da un matrimonio non desiderato e si trasferisce a Milano nel pieno delle trasformazioni degli anni Sessanta, porta già in sé una frattura destinata a diventare il centro della sua riflessione: la separazione tra vita e sapere, tra corpo e cultura, tra esperienza e linguaggio.

Molti intellettuali hanno vissuto l’accesso alla cultura come una liberazione. Melandri lo vive anche come una perdita. La scuola e l’università le offrono strumenti preziosi, ma lasciano fuori una parte essenziale dell’esistenza. È lei stessa a raccontare come, terminati gli studi, avesse la sensazione che gran parte della sua vita fosse rimasta «fuori tema». Il corpo, l’amore, la sessualità, i rapporti familiari, le emozioni, le paure, i desideri: tutto ciò che costituisce la sostanza concreta dell’esperienza umana sembrava escluso dai saperi riconosciuti.

L’incontro con il movimento non autoritario nella scuola, con Elvio Fachinelli, con l’esperienza de «L’erba voglio» e successivamente con il femminismo rappresenta per lei una vera rivoluzione copernicana. Quello che era stato considerato marginale diventa improvvisamente centrale. Il «fuori tema» diventa il tema.

Da allora la sua ricerca seguirà una direzione originale e in larga misura solitaria.

Mentre una parte del femminismo si concentra soprattutto sulla conquista di diritti, sulla rappresentanza politica o sulla critica delle istituzioni, Melandri continua ostinatamente a interrogare il sottosuolo dell’esperienza. Le interessa capire come nascano il dominio e la subordinazione, perché si riproducano anche quando vengono denunciati, quali desideri e quali paure li alimentino.

È qui che il suo pensiero assume una profondità rara.

Il patriarcato non viene interpretato soltanto come un sistema sociale o politico. È anche una costruzione simbolica e affettiva che affonda le sue radici nelle relazioni primarie. Per questo Melandri guarda con particolare attenzione al rapporto tra madre e figlio, alla dipendenza originaria dal corpo femminile, ai processi attraverso cui il maschio costruisce la propria identità prendendo distanza da quella dipendenza.

In questa prospettiva la dominazione maschile non appare come un semplice privilegio storico, ma come il risultato di una lunga elaborazione culturale e psicologica che attraversa i secoli.

La sua riflessione sull’amore nasce dallo stesso interrogativo.

A differenza di molte teorie che considerano l’amore una dimensione privata o sentimentale, Melandri lo assume come luogo decisivo di formazione dell’identità. Nei suoi libri più importanti mostra come amore e violenza, autonomia e dipendenza, desiderio e possesso siano intrecciati molto più profondamente di quanto siamo disposti ad ammettere. Il sogno amoroso, soprattutto nell’esperienza femminile, può trasformarsi facilmente in rinuncia a sé, subordinazione, cancellazione della propria individualità.

Per questa ragione la sua lettura di Sibilla Aleramo rappresenta molto più di un interesse letterario. Attraverso Aleramo, Melandri indaga una delle questioni che attraversano tutta la sua opera: come si costruisce il desiderio femminile e perché esso finisca spesso per identificare l’amore con la perdita di sé.

Ma c’è un altro aspetto che rende la sua figura particolarmente significativa nel panorama contemporaneo.

Lea Melandri appartiene a quella rara tradizione del femminismo che non separa la critica del patriarcato dalla critica della guerra.

Oggi può sembrare scontato associare femminismo e pacifismo. In realtà non lo è affatto. Negli ultimi anni abbiamo visto numerose intellettuali e filosofe dichiararsi femministe e contemporaneamente accettare il linguaggio della mobilitazione militare, delle armi, del nemico necessario, della vittoria bellica come soluzione dei conflitti. Non è questa la posizione di Lea Melandri.

La sua opposizione alla guerra non nasce da un generico sentimento umanitario né da un pacifismo astratto. Nasce dal cuore stesso della sua riflessione sul patriarcato.

La guerra rappresenta infatti, ai suoi occhi, il ritorno periodico di quell’ordine simbolico fondato sulla forza, sulla subordinazione e sull’esaltazione della virilità che il femminismo aveva cercato di mettere in discussione. Ogni guerra riporta sulla scena gli uomini chiamati al coraggio delle armi, le donne trasformate in madri, mogli, vittime da proteggere, la retorica dell’onore, del sacrificio e dell’appartenenza. In altre parole, la guerra rimette in moto i meccanismi più profondi della cultura patriarcale.

Per questo Melandri è contro la guerra prima della guerra.

Lo è quando riflette sulla famiglia. Lo è quando analizza la costruzione dell’identità maschile. Lo è quando indaga il rapporto tra amore e possesso. Lo è quando mette in discussione i miti della virilità.

Quando poi la guerra esplode realmente, la sua critica è già pronta, perché le sue radici erano state individuate molto tempo prima.

È probabilmente questa la sua eredità più preziosa.

Non aver costruito una nuova ortodossia femminista. Non aver fondato una scuola. Non aver elaborato una teoria chiusa. Ma aver indicato una direzione di ricerca ancora aperta: quella che conduce dalle guerre visibili alle guerre invisibili, dalle istituzioni ai corpi, dalla politica alla memoria, dalla storia alla sua preistoria.

Quando dirigevo il Premio Alessandro Tassoni e il relativo riconoscimento alla carriera, il nome di Lea Melandri figurava già tra quelli che ritenevo meritevoli della massima attenzione. Se il premio avesse proseguito il suo percorso, quel riconoscimento sarebbe giunto presto anche a lei. Non soltanto per il valore della sua opera, ma per la coerenza di una vita interamente dedicata alla ricerca, all’insegnamento, alla scrittura e all’impegno civile.

Oggi, mentre si sostiene la richiesta di un riconoscimento pubblico attraverso la Legge Bacchelli, il problema non riguarda soltanto la tutela di una singola persona. Riguarda il riconoscimento di una delle voci più originali e coraggiose della cultura italiana contemporanea. Una donna che ha passato la vita a cercare le guerre invisibili che precedono tutte le altre e che continua a ricordarci come la pace non si costruisca soltanto tra gli Stati, ma nelle relazioni più profonde tra gli esseri umani.

Raccolta firme per il conferimento del vitalizio Bacchelli a Lea Melandri

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